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i social sono sempre più privati

L’esperienza social è sempre più intima

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È possibile parlare di intimità quando parliamo di social? Può essere che, dopo anni di “esibizione pubblica”, stiamo tornando a cercare qualcosa di più privato e meno esposto al pubblico?

Stando a quanto affermato durante Facebook F8, pare proprio di sì. Così come a sostegno di questa tesi arriva anche l’analisi “L’evoluzione del private social: tra messaging, chat e gruppi“, pubblicata da We Are Social il mese scorso (leggila qui).

Che i social in genere – e Facebook in particolare – stiano vivendo un periodo di grandi cambiamenti è sotto gli occhi di tutti, così come il ruolo che hanno avuto durante le elezioni politiche prima ed europee poi. In un mondo in cui tutto cambia velocemente, tutto sembra ancora cambiare: grandi migrazioni dei più giovani verso Instagram e chat e la maggiore trasparenza imposta alle pagine sono solo la punta di un Iceberg che sarà bene studiare a fondo, specie in ottica aziendale.

Saper reagire in fretta ai cambiamenti (se non addirittura anticiparli) può infatti fornirci un vantaggio competitivo difficile da colmare, a patto che riusciamo a capirli e che siano funzionali ai nostri obiettivi di business.

Dall’era pubblica a quella privata

Pubblichi un contenuto su Facebook, ti sbilanci ed esprimi la tua sacrosanta opinione. Poi arriva qualcuno che non la pensa come te e polemizza. Ti senti scomodo, a te non piace essere contraddetto sulla “tua” bacheca, specie perché tutti quanti vedranno la conversazione e si faranno un’opinione di te e del tuo avversario. Magari, poi, infili in modo consecutivo un paio di post che non piacciono e il tuo ego si rannicchia in un angolo della tua esistenza.

Allora perché pubblichi post su Facebook se poi non ottieni alcun tipo di gratificazione?

Ecco, tra i tanti motivi che hanno portato a uno scivolamento verso una dimensione più privata e diretta delle relazioni social, il rischio di non ottenere l’apprezzamento sperato (perché, diciamolo, nessuno pubblica per sé stesso) ha avuto sicuramente un ruolo molto importante. A leggere l’estratto del report di WeAreSocial che ho linkato poco sopra, la prima sensazione è proprio quella: i social generalisti cominciano a essere in mano di chi urla più forte; luoghi in cui chi è più irragionevole alla fine vince e posti nei quali non è poi così divertente restare.

E poi, diciamolo, fornire sempre la versione migliore di noi per fare bella figura è un’attività incredibilmente stressante. Non siamo influencer, non siamo web stars ma siamo persone normali e come tali abbiamo alti e bassi praticamente ogni giorno. Solo che non puoi mica pubblicare post noiosi, altrimenti niente like e addio gratificazione.

Ecco, per come la vedo io queste sono due delle possibili risposte a questo slittamento: più che condividerli, oggi i contenuti si mandano direttamente a qualcuno che pensiamo possa apprezzare. Più che esporci al rischio di non piacere, cerchiamo l’ambiente in cui abbiamo la certezza di piacere.

Pensaci: quante volte mandi un contenuto diretto a qualche tuo amico e quante, invece, esprimi un pensiero sul tuo profilo Facebook?

Sii dove stanno i tuoi clienti

Cosa significa questo per le aziende? Cosa cambia nel passaggio da una dimensione pubblica dell’esperienza utente sui social a una decisamente più privata e orientata alla condivisione verso il piccolo pubblico? Dove può inserirsi l’azienda in tutto questo?

In primo luogo, il passaggio dalla condivisione di un post sulla bacheca a un invio (che sia su in gruppo Facebook, su WhatsApp o in Direct su Instagram) va a toccare direttamente quello che pubblichi sulla tua pagina aziendale: non più, quindi, un post che sia utile o interessante per i tuoi utenti, ma un contenuto che i tuoi utenti possano reputare interessanti per i loro amici, così interessante da selezionarlo e inviarlo. Ecco quindi che in un epoca di interazioni deboli, torna pubblicamente di moda il caro e vecchio passaparola.

In secondo luogo, se non ti sei già dotato di un gruppo è il momento di pensarci: dopo anni di esibizionismo, le persone sembrano essere ora più restie all’esporsi al rischio di polemiche, insulti o anche solo opinioni diverse dalle loro.
Da sempre, infatti, noi cerchiamo ambienti in cui possiamo trovarci a nostro agio e amici con i quali condividere qualcosa, preferendo di gran lunga parlare di calcio con persone che sostengono la nostra squadra. Quei luoghi esistono e hanno creato un vero e proprio sottobosco, al di là di quello che accade normalmente nel nostro feed.

Infine, ricordati sempre di non essere così netti nelle tue scelte e soprattutto di non farti trainare dai trend del momento.
Che sia in atto un passaggio a una dimensione più intima dell’esperienza social è un dato di fatto, ma prima di rivedere tutta la nostra strategia di social media marketing in funzione di questo scivolamento abbiamo bisogno di dati e informazioni e, soprattutto, di capire se quella possa essere la strada giusta per la nostra azienda.

libreria-inserzioni-facebook

Quanto spendono i tuoi concorrenti su Facebook?

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Quanto spende Matteo Salvini per fare pubblicità su Facebook? Quali e quante campagne a pagamento sta facendo girare? Quanto spendono i suoi concorrenti? E il principale concorrente della tua azienda? E poi, ancora, chi c’è dietro alle pagine Facebook?

Scoprire queste ed altre informazioni è adesso alla portata di tutti, grazie alla libreria inserzioni, uno strumento messo a disposizione da Facebook a ridosso della campagna elettorale per le elezioni europee 2019, ma che tornerà utile a tanti e non solo a coloro che, anche solo per curiosità, vogliono sapere quanto spendono i politici su Facebook.

Cosa trovi nella libreria inserzioni?

La libreria inserzioni è uno strumento totalmente gratuito che ti consente di avere tante utili informazioni circa i tuoi competitors e le inserzioni che hanno attivato su Facebook. In particolare, accedendo tramite il link che ti ho indicato qui sopra ti sarà sufficiente digitare il nome della pagina nella barra di ricerca per vedere tutte le sue sponsorizzate.

In primo luogo vedrai quindi una panoramica delle inserzioni, ma ti basterà cliccare su vedi i dettagli dell’inserzione per scoprire:

  • Le informazioni sull’inserzionista
  • Il periodo di attività della campagna
  • Dove e a chi è stata mostrata
  • Quanto è stato speso indicativamente per quell’inserzione e quali sono i risultati raggiunti

Ma tornando per un attimo alla pagina precedente in gestione inserzioni abbiamo un’altra tab interessante subito alla nostra destra.  Oltre infatti a conoscere quanto è stato speso in Facebook advertising e in quale periodo, attraverso la voce trasparenza della pagina possiamo sapere:

  • Quando è stata creata la pagina
  • Se e quali modifiche sono state fatte al suo nome
  • Quante persone gestiscono la pagina e da quale paese provengono

Insomma, con questo nuovo strumento abbiamo già la possibilità di venire a conoscenza di un buon numero di dettagli che fino a poco tempo restavano sconosciuti ai più.

Dove trovi la libreria inserzioni di Facebook?

La libreria inserzioni di Facebook è raggiungibile a questo link: https://www.facebook.com/ads/library/

Perché è uno strumento utile?

Non ci sono dubbi sull’utilità della libreria inserzioni di Facebook, tanto per gli utenti normali quanto per le aziende, ma proviamo a vedere qualcosa in più.

Per gli utenti

Anche se sembra più una cosa da curiosi (“quanto spende Matteo Salvini per la propaganda?”) o per nerd smanettoni, la semplicità della libreria inserzioni è invece molto utile a tutti gli utenti.

In particolare, uno strumento molto utile è quello che ci indica il cambiamento del nome della pagina, così da essere certi di non essere caduti in fregatura come, ad esempio, una pagina che si chiamava “viva i gattini” e poi si è trasformata in una pagina a sostegno di un candidato che non ci piace.

Interessante per gli utenti, poi, oltre a conoscere il budget investito da ogni inserzionista, è sicuramente la provenienza dei gestori della pagina. In questo caso, è lo stesso Facebook a spiegarcene l’utilità:

“È comune che una Pagina sia gestita da molte persone di luoghi diversi. Puoi controllare se sono presenti incongruenze tra l’obiettivo di una Pagina e il luogo delle persone che la gestiscono.”

P.S.: Se vuoi sapere a quali pagine hai messo like nel tempo, verificare che non ti sia sfuggito un cambio di nome o anche solo fare un controllo veloce sappi che ne ho parlato in questo post.

Per le aziende

Conoscere quanto spendono (e come) le aziende e i politici su Facebook non serve solo a tutelare i privati cittadini o a fornire qualche curiosità, ma offre anche una panoramica interessante alle aziende, che da oggi avranno semplice accesso ai dati relativi alla spesa su Facebook dei loro concorrenti. Questo ovviamente non significa che potremmo conoscere tutto del web marketing dei nostri rivali ma più semplicemente potremmo fare un piccolo confronto almeno su questo social.

Non solo, in questo modo possiamo avere una visione insieme delle loro ad e provare a tracciare un pezzo della loro strategia. Il che, intendiamoci, può essere un grande vantaggio, a patto che non ci vincoli e non ci induca a copiare le idee, il budget o le campagne.

Avere in mente ciò che fanno gli altri può esserci molto utile; prendere spunto per elaborare una nostra strategia può essere un’ottima idea; copiare ciò che fanno gli altri è il miglior modo per avere la certezza di non essere mai i primi.

Facebook, psicopolizia e censura

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Nell’ultimo periodo si è fatto un gran parlare della chiusura da parte di Facebook di un certo numero di pagine, accusate di diffondere fake news e di incitare all’odio. Qualcuno ha gridato alla censura, qualcuno ha addirittura parlato “di social non democratico” (che poi, voglio dire, seriamente?) e si è appellato addirittura alla libertà di espressione. Per come la vedo io è stata un’operazione sacrosanta, seppur tardiva, e spero che continui così: multi account, pagine Facebook di disinformazione e troll non fanno che avvelenare l’ambiente in cui trascorriamo molto del nostro tempo.

Del resto, il clima era già cambiato con l’annuncio, da parte di Facebook di voler vigilare in vista della campagna elettorale per le elezioni europee, promettendo di lottare contro fake news, troll e pagine di spam. E già lì, come ho avuto modo di mostrare in pagina, le persone hanno mostrato di digerire davvero poco questa sacrosanta operazione. E il perché, ad oggi, mi risulta incomprensibile, ma almeno qualcosa sembra che si stia muovendo.

Partiamo dall’inizio

Prima di lamentarci della chiusura e di appellarci alla libertà di espressione e prima di menzionare un qualsiasi complotto è bene riflettere su una cosa: se vai a casa di qualcuno e ti comporti in maniera sconveniente quella persona non ti invita più.

Semplice, chiaro, lineare.

Quindi, prima di parlare di regole, policy (tutte cose che abbiamo accettato all’atto dell’iscrizione), dobbiamo tenere bene a mente questo concetto e smetterla di intendere Facebook come luogo pubblico o come un far west: Facebook è un’azienda che offre un servizio e come tale persegue determinati interessi e fissa delle regole che dobbiamo rispettare.

E le regole, come dicevo, le abbiamo accettate nel momento esatto in cui ci siamo iscritti (ma se non le ricordi sono disponibili qui) e non abbiamo perciò il diritto di dire che non ne eravamo a conoscenza. Anzi, abbiamo scelto di accettarle.

Censura, psicolopolizia, 1984.

No, non possiamo parlare di censura semplicemente perché non c’è nessuna limitazione preventiva della libertà di espressione e la libertà di espressione stessa non è in questione. E non possiamo neanche parlare di cambio di atteggiamento, perché le regole che limitano l’uso di Facebook sono le stesse da sempre. E le condizioni più rilevanti sono:

  • Violenza
  • Hate speech
  • Immagini di nudo
  • Bullismo e incitamento all’odio
  • Spam

È un sistema perfetto?  Certo che no! Basti pensare che vengono censurate donne che allattano, mentre mi sono visto rispondere che una pagina negazionista non viola gli standard di Facebook e ha quindi il diritto di esistere. Ma questo non ci consente di fare quello che vogliamo e, soprattutto, non ci autorizza a lamentarci se, dopo aver violato uno degli standard della community, Facebook ha deciso di bloccare il nostro account.

Peraltro, se ci pensi è davvero assurdo: non rispettiamo le regole ma ci lamentiamo se ce lo fanno notare.

Una precisazione sulle Fake News

Facebook non chiude le pagine semplicemente per via delle Fake News. Quindi, tutti quelli che si appellano alla “libertà d’espressione” per poter condividere e pubblicare notizie false sono fuori strada. Se la pagina viene chiusa c’è sicuramente un motivo ma no, non è per via di una notizia non verificata. Anzi, la spiegazione di cosa venga fatto in tema di fake news ci arriva di nuovo da Facebook stesso:

We are working to build a more informed community and reduce the spread of false news in a number of different ways, namely by:
Disrupting economic incentives for people, Pages, and domains that propagate misinformation
Using various signals, including feedback from our community, to inform a machine learning model that predicts which stories may be false
Reducing the distribution of content rated as false by independent third-party fact-checkers
Empowering people to decide for themselves what to read, trust, and share by informing them with more context and promoting news literacyCollaborating with academics and other organizations to help solve this challenging issue

In soldoni, i tre correttivi principali sono: (i) disincentivi economici per chi diffonde notizie false, (ii) riduzione della reach dei post fake, (iii) possibilità, tra i correlati, di trovare il debunking alle notizie false.

Quindi, le pagine che sono state chiuse di recente hanno violato altre regole di Facebook, ma per approfondire ti lascio all’articolo di David Puente su Open, che ha trattato la questione certamente meglio di come farei io.

Inquinando il mare avveleni l’acqua che bevi [Nota a margine]

Censura, non censura, complotti mondiali e quant’altro: Internet sta facendo venire a galla una quantità incredibile di pupù™️ e la cosa più grave è che questa marea non sembra volersi fermare.

In un universo parallelo, infatti, le persone dovrebbero applaudire nel vedere i colossi del web impegnarsi per limitare la diffusione di contenuti fasulli, parziali o completamente fuori dal contesto. E invece succede che se lotti contro il falso diventi cattivo o “servo del sistema”, che tutto viene messo in discussione, che ogni singola opinione andrebbe presa in considerazione, che la pancia prevale sulla mente, che se hai i titoli per parlare devi stare zitto perché sei snob, ma se non sai di cosa parli fai parte delle persone comuni e quindi devi farti ascoltare. Succede, infine, che siamo immunologi almeno finché non cade un ponte così ci trasformiamo in ingegneri e magistrati.

No, il problema non è la psicopolizia di Facebook, Orwell non c’entra nulla e 1984 al momento è solo uno dei miei libri preferiti.

Il problema siamo noi, legione di imbecilli (parafrasando Umberto Eco), e la nostra presunzione di sapere tutto e di avere un’opinione meritevole di attenzione su qualsiasi argomento.

people

La riprova sociale condiziona anche te!

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È fortissima e ci accompagna come un’ombra già dall’infanzia senza abbandonarci mai: sì, oggi parliamo proprio di riprova sociale, quella sensazione di fare la cosa giusta perché la stanno facendo anche gli altri o, per meglio dire, di adeguarci al comportamento degli altri quando ci troviamo in una situazione di incertezza .

Se ci pensi, la riprova sociale guida molto spesso i nostri comportamenti fin dalla prima volta in cui ci giustifichiamo con un “mamma, ma lo fanno tutti” al quale, di solito, la mamma ci risponde “ma se tutti si buttano da un ponte, lo fai anche tu?“.

Non consciamente, certo, ma inconsciamente forse*…

Diventiamo grandi ma non cambia nulla

La riprova sociale non è qualcosa che coinvolge solo i più piccoli, ancora incerti su come comportarsi e quindi alla ricerca di modelli di comportamento,ma è un qualcosa che puoi trovare un po’ ovunque: pensi, ad esempio, che le code davanti alle discoteche siano naturali? No, i gestori dei locali sanno che un locale con la coda di persone all’ingresso è più attraente di uno senza nessuno davanti e, spesso, creano quell’effetto per il quale stai in coda venti minuti e poi quando entri il locale è mezzo vuoto (komplotto!!11!).

E che dire del cappello degli artisti di strada, che sanno bene che un cappello vuoto non ti spingerà a lasciare un’offerta, mentre qualche moneta lasciata lì “per caso” ti farà pensare che qualcuno l’avrà già fatto. O, ancora, delle decisioni sbagliate che prendiamo a causa degli altri? Ho lavorato per un periodo vicino a un casello autostradale e mi è capitato più di una volta di vedere con i miei occhi macchine in fila all’unico casello chiuso.

Riprova sociale: perché è così importante?

Ma perché la riprova sociale è così importante nelle nostre vite da farci mettere in fila dietro a un’auto che ha evidentemente sbagliato o da farci parlare piano se tutti parlano sottovoce?

Affidarci al senso comune, adeguare i nostri comportamenti in base al contesto ha indubbiamente numerosi vantaggi, altrimenti non lo faremmo. Possiamo risparmiare il tempo e le energie che useremmo per prendere una decisione, possiamo evitare di fare brutta figura tra la gente, possiamo –  e lo vediamo più avanti – evitare di finire dalla parte del torto quando scriviamo qualcosa sui social, da adolescenti possiamo sentirci parte di un gruppo… Insomma, “possiamo” un sacco di cose!

Mica male, eh? E al nostro cervello pare importare poco il rischio di finire ogni tanto a un casello chiuso.

La riprova sociale sul web

L’ho anticipato poco sopra: la riprova sociale funziona alla grande anche sul web e sui social media. Per sentirci bene abbiamo bisogno di fare il pieno di like e la soluzione migliore è senza dubbio postare qualcosa che piaccia alla gente, qualcosa di semplice e immediato:

tipo un tramonto o un gattino.

Ci sono, però, anche delle conseguenze negative.

La prima è che su Facebook non postiamo solo gattini e tramonti ma ci lasciamo andare anche considerazioni spot e un spesso un po’ sgrammaticate che daranno verosimilmente vita a delle conversazioni più o meno lunghe. Quando la riprova sociale funziona, cioè quando troviamo consensi, andiamo avanti e ci rafforziamo, ma quando arrivano le critiche scattiamo a molla espellendo virtualmente i nostri interlocutori. Questi ultimi, a loro volta, sommersi di critiche tenderanno a non rispondere e a ritirarsi presto o tardi dalla contesa. A queste due categorie dobbiamo aggiungerne una terza, quella di coloro che non hanno intenzione – per vera o presunta superiorità –  di gettarsi nella mischia e preferiscono stare zitti.

La seconda è che, se in base a questa regola orientiamo i nostri comportamenti su quello che ci accade intorno, formarci delle opinioni e regolare i comportamenti in un ambiente in cui chi grida più forte o d’accordo rimane, mentre gli altri rinunciano o spariscono significa di fatto conoscere solo una parte della storia.

Insomma, la riprova sociale funziona da sempre e ci accompagna dall’inizio della nostra vita come uno dei meccanismi più semplici per orientare i nostri comportamenti in mezzo alle persone e addirittura sul web, con conseguenze potenzialmente più rischiose. Come abbiamo appena visto, infatti, quando viene a mancare l’approvazione degli altri, spesso evitiamo di restare all’interno di una discussione, lasciando l’intero campo a disposizione dei nostri avversari, un atteggiamento comprensibile ma decisamente rischioso. Gli esempi degli artisti di strada e delle discoteche ci aiutano però a comprendere come la si possa sfruttare anche per vere azioni di marketing.

Avremo modo di parlarne…

 

*C’è un approfondimento interessante nel libro “Le armi della persuasione” di Robert B. Cialdini: se non l’hai ancora fatto ti consiglio di leggerlo senza perdere altro tempo!

fuga dai social

Perché essere noi stessi su Facebook

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Individuare i problemi legati ai social non è opera così complicata, specie in questo periodo. Chiunque di noi, trascorrendo qualche ora su Facebook può benissimo accorgersi di cosa stia succedendo sulla piattaforma di Mark Zuckerberg. Bene o male, infatti, tutti rischiamo di essere fagocitati in un gozzovigliare di bufale, profili fake, flame e polemiche…

Un po’ fa parte del gioco, per carità, ma stiamo esagerando al punto da far ‘scappare’ i più giovani che, per un motivo o per un altro, scelgono di rinunciare ai loro account Facebook e passare il loro tempo virtuale da un’altra parte. Certo, non è solo colpa nostra, ma…

Come stanno le cose

A dire il vero, i problemi di Facebook sono noti da tempo, ma le soluzioni sembrano latitare… Da un lato, se pensiamo ai ragazzi, uno dei motivi del loro abbandono è il carattere estremamente generalista di Facebook. Qui puoi trovare persone di tutte le età e di ogni livello di istruzione, argomenti di ogni genere trattati più o meno seriamente, avvelenatori di pozzi e predicatori nel deserto.
Una eterogeneità, quella di Facebook, che non piace ai giovanissimi perché faticano a trovare una funzione, un motivo, uno ‘scopo’. Per loro – e me lo hanno confermato anche i miei studenti under 18 – è molto meglio spostarsi su qualcosa di diverso.

Il carattere generalista di Facebook, che lo rende come una virtuale piazza di persone urlanti, è però secondo me solo uno dei problemi, forse quello più difficile da risolvere. Immaginate un attimo di essere degli adolescenti che entrano in un bar: restereste a far festa con i vostri amici quando nel tavolo a fianco ci sono i vostri genitori e i loro amici che, palesemente su di giri, farfugliano cose a caso alternando lezioni di vita a strafalcioni imbarazzanti?

Ecco, in un certo senso è quello che sta succedendo su Facebook, un bar in cui i tardivi digitali si riuniscono e si lasciano andare in curiose considerazioni e affermazioni pesanti, tutto condito da un linguaggio imbarazzante e dal più classico dei “ma tu sei giovane, cosa vuoi saperne?”. Voi, a 15 anni, sareste rimasti in un luogo così?

Sono sincero: io no.

A questo dobbiamo aggiungere la caterva di profili fake che vengono fuori ogni giorno come funghi dopo un giorno di pioggia. Profili che ci vedono ‘in target’ e che ci chiedono l’amicizia per raggiungere i loro scopi.

Quindi, facciamo uno più uno e vediamo che la situazione – specie per un giovane – è abbastanza tragica. Stare su Facebook a 15 anni può apparire come una giungla fatta di insidie, difficoltà e i tuoi genitori ubriachi che si insultano a voce alta.

Ripeto la domanda: a 15 anni stareste in un posto così?
Ripeto la risposta: Io, no.

La soluzione è davanti ai nostri occhi

Certo, non sarà sicuramente così, ma così è come appare e sinceramente non me la sento di sorprendermi per l’atteggiamento dei giovani, ma anche di tante altre persone che piano piano organizzano il trasloco.

Eppure bisogna dire che la soluzione, per evitare buona parte di questi problemi, non sarebbe neanche tanto difficile da trovare. Se togliere il virtuale bicchiere di vino agli avventori non è possibile, un modo per ridurre ai minimi storici i fake, abbassare i toni e migliorare l’ambiente ci sarebbe ed è quello di responsabilizzare noi utenti. Come? Obbligandoci a essere noi stessi.

Al momento per iscriverti a Facebook è sufficiente dichiarare di avere 13 anni e dare un altro paio di conferme, tra le quali il nome. Io pure, per fare un esempio, avrò cambiato nome 5 o 6 volte, fino a quando Facebook mi ha suggerito che potrei avere delle crisi identitarie 😉

Ma a parte questo, quello che voglio dire è che sarebbe sufficiente obbligarci a presentarci con il nostro nome e a – rilancio un’idea non mia – inserire il codice fiscale. In questo modo non potremmo che avere un solo profilo, diventando automaticamente responsabili di quello che scriviamo e riducendo drasticamente gli avvelenatori di pozzi.

E se non è un freno questo…

Un limite, insomma, ci deve essere e a quanto pare – ma forse perché molte persone lo ignorano – la minaccia di incorrere in sanzioni penali per offese e diffamazione non è sufficiente. Quindi, o mettiamo all’ingresso un bel cartello con sù scritti i rischi e le regole, oppure cominciamo singolarmente ad assumerci le nostre responsabilità bloccando i fake, spegnendo i flame, abbassando i toni ed evitando di sembrare un gruppo di ubriaconi che farfugliano frasi sconnesse.

A noi la scelta.

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