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Perché la truffa dell’iPhone funziona così bene?

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In questo periodo siamo nuovamente alle prese con le truffe che si propagano via Facebook. Questa volta il protagonista è un iPhone: basterebbe infatti inserire un codice su Google per portarselo a casa al solo costo di 1€ di spese di spedizione.

Bellissimo, no?

Il post, che avrete visto tutti, si presenta in questa versione:

Ciao a Tutti!🙂Qualche giorno fa c’è stata una pubblicità in televisione che ti permetteva di vincere un iPhone X 256GB per soli 1€ rispondendo a 4 domande correttamente!🙂

Ho poi scoperto che non devi far altro che inserire il codice “SGS256FGG” su Google, cliccare sul primo link nei risultati e leggere questo articolo per saperne di più. È molto semplice!❤Ieri ho ricevuto per posta un pacco che conteneva il nuovo iPhone X!

Meglio sbrigarsi, la promozione è fino a domani!🙂

O in quella simile ma senza emoticon.

Del resto non è la prima volta che succede: qualche tempo fa toccò al Samsung S9 con più o meno la stessa formula, ma vi fu anche il tempo dei Ray-Bay a 19 euro e di tante altre fantastiche offerte da cogliere al volo. Ma cosa c’è dietro? E soprattutto: perché queste truffe funzionano ancora così bene, malgrado dovremmo ormai essere abituati?

In questo articolo provo a darne una mia visione, specie per quanto riguarda i meccanismi in grado di portarci alla sciagurata decisione di tentare la sorte.

Come funziona la truffa dell’iPhone XS?

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Uno dei tanti post-truffa in circolazione

Sì, una truffa vera e propria, con l’obiettivo di farti lasciare i tuoi dati sensibili (tra i quali il numero di carta di credito) e riutilizzarli per scopi non propriamente corretti. Il meccanismo peraltro è sempre più ingegnoso: per non farsi bloccare il post, ad esempio, non viene più inserito un link, ma viene chiesto di googlare un codice, in modo da bypassare i controlli. Una volta ottenuti i risultati di ricerca e dopo aver cliccato sul link, ecco che si apre la pagina dalla quale scatta il phishing. (Puoi approfondire con questo articolo di Bufale.net).

Del cellulare che sognavi, ovviamente, nemmeno l’ombra.

Perché funziona la truffa dell’iPhone XS?

Ma veniamo alla parte che più mi interessa, ovvero capire perché certe truffe siano ancora in piedi dopo tanto tempo. Oltre ad aver ben chiaro il pubblico di riferimento (esattamente come succede nella pubblicità), è la costruzione stessa del post a spiegarci perché la truffa che promette di farti vincere un iPhone Xs semplicemente scrivendo un codice su Google funziona alla grande.

Speranze, premi, ambizioni

L’ambizione, le speranze e la scaramanzia fanno parte della natura dell’uomo fin dalla notte dei tempi. Il concetto di fortuna, declinato in ogni sua forma, è qualcosa che ci suona famigliare fin da quando nasciamo e che ci accompagnerà per sempre.

Non solo, il concetto di fortuna ha anche uno sviluppo a dir poco curioso: la Dea bendata dovrebbe distribuire vantaggi in modo aleatorio, giusto? E allora perché tendiamo sempre a dare un valore morale alla fortuna, riflettendo poi sul merito? Secondo noi, infatti, sono in tanti ad averla ricevuta senza meritarla, mentre noi che la meriteremmo…

Eppure, il merito non dovrebbe avere nulla a che vedere con un evento casuale, giusto?

La possibilità di essere finalmente noi i “fortunati”

È proprio per via di questa visione distorta della fortuna (alla quale si associa il detto “la fortuna aiuta gli audaci”) che scatta il primo meccanismo nella nostra testa. Noi, che da sempre ci meriteremmo la fortuna, siamo costretti ad osservare gli altri che, malgrado non ne avrebbero diritto, sembrano essere costantemente baciati dalla Dea bendata.

Ma non questa volta!

Questa volta la fortuna è dalla nostra parte: siamo stati sfortunati per aver perso la pubblicità in Tv in cui si parlava della possibilità di vincere un iPhone ma abbiamo la grande possibilità di rimediare. Se la fortuna aiuta gli audaci, è finalmente giunto il nostro momento.

Ecco quindi che il mix diventa letale. Dopo anni a guardare, finalmente tocca a noi!

Un testimonial d’eccezione

Terzo punto: il post arriva sempre da un amico o da una persona che condivide qualcosa con noi, quindi come potremmo non fidarci? Che vantaggio avrebbe tizio nel dirci una bugia o, peggio, nell’esporci a un grave pericolo di furto di dati? Ecco quindi che i nostri amici virtuali si trasformano in promoter (se non addirittura testimonial) involontari di questa fantastica promozione. Sono loro, più o meno consapevoli di ciò che potrebbe succedere, a farsi garanti della serietà del concorso.

Ed ecco che le nostre difese si abbassano drasticamente e si riducono i dubbi che avevamo su quell’operazione.

L’hanno detto alla Tv

Alzi la mano chi non ha mai sentito un nonno, una nonna o i genitori argomentare una tesi dicendo: “ma l’ha detto anche la televisione!“.

Ecco, un’altra cosa che ci portiamo dietro da un bel po’ è la fiducia in quella scatola (più o meno spessa a seconda dei tempi) e in coloro che da dentro ci raccontano o spiegano qualcosa. Ed è una conferma talmente forte che non è neanche più necessario che la Tv l’abbia detto: è sufficiente farlo credere.

Come dice una canzone dei i Daft Punk: “Television rules the Nations”.

Il principio di scarsità

In fondo al post, infine, troviamo la più palese applicazione del principio di scarsità: se qualcosa sta per esaurirsi (quantitativa) o il tempo sta per scadere (temporale), siamo invogliati a ragionarci meno pur di non farci sfuggire l’occasione. Se ci pensi, è quello che succede in continuazione nei supermercati ed è una leva a cui molti pubblicitari ricorrono ancora: “non stare a pensarci troppo, perché finisce che quando hai deciso non puoi più beneficiare dell’offerta!“.

In una situazione ideale, dovremmo stimolare il nostro cervello a fare un’accurata analisi costi benefici prima di decidere: in realtà, quel pigrone preferisce sempre lavorare al risparmio, figuriamoci in una situazione che richiede una decisione rapida per non perdere una grandissima occasione!

La truffa dell’iPhone non è la prima e non sarà l’ultima

Eh già: lottare contro questo tipo di truffe è un po’ come scagliarsi contro i mulini a vento e le colpe sono da ricercare in diversi fattori. Il primo (non trattato in questo post per ragioni di spazio) si lega senza dubbio alla scarsa conoscenza del mezzo e alla mancanza totale di anticorpi in grado di difenderci dal web; il secondo, invece, è insito nella nostra natura ed è ancora più preoccupante.

Se, infatti, con il tempo possiamo migliorare il nostro modo di vivere Internet, scardinare meccanismi come l’autorevolezza, la paura di perdere qualcosa per non aver deciso, la fiducia nei confronti delle persone a noi vicine e la speranza di essere finalmente noi i fortunati sarà molto più difficile.

Se non addirittura impossibile.

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Come cancellare il virus da Facebook

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Se stai leggendo questo articolo è perché probabilmente un tuo amico ti ha inviato un messaggio su Facebook Messenger con scritto “Ho trovato questo video, sei veramente tu? Che vergogna“, oppure “Sei tu in questo video?:-)” o, ancora, il messaggio che hai ricevuto ti invita ad aprire un video intitolato Kyle Morgan e probabilmente, spinto dalla curiosità, l’hai aperto.

La brutta notizia è che si tratta di un virus che ha colpito l’account del tuo amico e che l’ha trasformato in sua insaputa nel diffusore del video tra i suoi contatti.

L’altra brutta notizia è che se hai aperto il link, hai a tua volta preso il virus e lo stai diffondendo tra i tuoi amici.

La bella notizia è che c’è una soluzione, tranquillo.

Come funziona il virus?

Come ti dicevo, il virus gira da tempo, ma se ne scrivo ancora ora è perché non sembra essere stato debellato. Il meccanismo del virus è molto semplice: ti arriva il messaggio in chat con un testo che attira la tua curiosità e ti spinge ad aprire il link. Lascia subito che ti dica che:

no, non sei proprio tu quello del video e, no, il tuo amico non te l’ha mandato per goliardia. “incredibile sei proprio tu in questo video?” è un messaggio standard che parte in automatico. 🙂

Quindi non aprire il video e cestina subito la chat.

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Lo screen del vecchio virus su Facebook

Cosa succede se apro il link?

Da questo momento partirà verso quasi tutti i tuoi contatti un messaggio uguale identico a quello che è arrivato a te, a loro volta lo apriranno e così via. Non solo, i rischi principali sono essenzialmente due: potresti ritrovarti abbonato a qualche servizio a pagamento oppure potresti finire con il dare dati e password a un servizio non sicuro.

Quanti virus per Facebook esistono?

Purtroppo tanti, e aumenteranno ancora. Le motivazioni possono essere le più disparate, così come le tipologie. Un buon elenco lo puoi trovare a questo sito.

Come si elimina il virus su Facebook?

La prima cosa da fare, nel caso di messaggi come il Kyle Morgan virus, è un’operazione preliminare: se ti arrivano messaggi strani da un tuo amico, prima di aprire link o allegati è meglio chiedere direttamente a lui di cosa si tratta. La stessa cosa vale per quei post con offerte incredibili, ti ricordi la famosa offerta dei Ray-Ban su Facebook a 19 euro?

Il primo consiglio è quindi quello della prudenza: quando sei sui social e sul web in generale vacci con i piedi di piombo e, se qualcosa ti sembra strano o troppo vantaggioso, prova anche solo a fare una piccola ricerca su google. Probabilmente qualcuno avrà già svelato il mistero.

In ogni caso, non tutto è perduto. Ecco cosa puoi fare subito dopo esserti accorto del virus:

#1 Per prima cosa, è bene evitare di fare qualsiasi operazione sulla chat, neanche avvisare il tuo amico. Cancella subito la chat senza cliccare.

#2 In secondo luogo, avvisa il tuo amico per portarlo a conoscenza del problema.

Se, però, stai leggendo questo post e sei arrivato fino a qui, è perché purtroppo hai già preso il virus e quindi vuoi sapere come togliere il virus dal tuo profilo Facebook:

#1 Non compiere altre azioni ed effettua il logout dal tuo dispositivo.

#2 Effettua il login da un altro computer e modifica la password.

#3 Accendi il tuo pc, lancia l’antivirus per una scansione di tutti i documenti.

#4 Avvisa i tuoi contatti di non aprire il messaggio che hanno ricevuto

#5 Controlla attraverso l’App del tuo gestore telefonico o contattando il servizio clienti, di non aver dato l’autorizzazione ad abbonarti a qualche servizio a pagamento. E già che ci sei, chiedi al servizio clienti di impostare il blocco dei servizi a pagamento.

Queste semplici azioni dovrebbero bastare a risolvere il problema del virus su Facebook ma se dovessi notare qualcosa di strano contatta un tecnico specializzato: io non lo sono, ma ti sto riportando semplicemente la mia esperienza da utente.

P.s.: No, non basta copiare e incollare un messaggio sulla tua bacheca per evitare che tu possa essere bersagliato dai virus.

Questo articolo ti è stato utile? Che ne dici di condividerlo con i tuoi amici? Ne sarei davvero felice e magari può servire anche a loro:

i social sono sempre più privati

L’esperienza social è sempre più intima

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È possibile parlare di intimità quando parliamo di social? Può essere che, dopo anni di “esibizione pubblica”, stiamo tornando a cercare qualcosa di più privato e meno esposto al pubblico?

Stando a quanto affermato durante Facebook F8, pare proprio di sì. Così come a sostegno di questa tesi arriva anche l’analisi “L’evoluzione del private social: tra messaging, chat e gruppi“, pubblicata da We Are Social il mese scorso (leggila qui).

Che i social in genere – e Facebook in particolare – stiano vivendo un periodo di grandi cambiamenti è sotto gli occhi di tutti, così come il ruolo che hanno avuto durante le elezioni politiche prima ed europee poi. In un mondo in cui tutto cambia velocemente, tutto sembra ancora cambiare: grandi migrazioni dei più giovani verso Instagram e chat e la maggiore trasparenza imposta alle pagine sono solo la punta di un Iceberg che sarà bene studiare a fondo, specie in ottica aziendale.

Saper reagire in fretta ai cambiamenti (se non addirittura anticiparli) può infatti fornirci un vantaggio competitivo difficile da colmare, a patto che riusciamo a capirli e che siano funzionali ai nostri obiettivi di business.

Dall’era pubblica a quella privata

Pubblichi un contenuto su Facebook, ti sbilanci ed esprimi la tua sacrosanta opinione. Poi arriva qualcuno che non la pensa come te e polemizza. Ti senti scomodo, a te non piace essere contraddetto sulla “tua” bacheca, specie perché tutti quanti vedranno la conversazione e si faranno un’opinione di te e del tuo avversario. Magari, poi, infili in modo consecutivo un paio di post che non piacciono e il tuo ego si rannicchia in un angolo della tua esistenza.

Allora perché pubblichi post su Facebook se poi non ottieni alcun tipo di gratificazione?

Ecco, tra i tanti motivi che hanno portato a uno scivolamento verso una dimensione più privata e diretta delle relazioni social, il rischio di non ottenere l’apprezzamento sperato (perché, diciamolo, nessuno pubblica per sé stesso) ha avuto sicuramente un ruolo molto importante. A leggere l’estratto del report di WeAreSocial che ho linkato poco sopra, la prima sensazione è proprio quella: i social generalisti cominciano a essere in mano di chi urla più forte; luoghi in cui chi è più irragionevole alla fine vince e posti nei quali non è poi così divertente restare.

E poi, diciamolo, fornire sempre la versione migliore di noi per fare bella figura è un’attività incredibilmente stressante. Non siamo influencer, non siamo web stars ma siamo persone normali e come tali abbiamo alti e bassi praticamente ogni giorno. Solo che non puoi mica pubblicare post noiosi, altrimenti niente like e addio gratificazione.

Ecco, per come la vedo io queste sono due delle possibili risposte a questo slittamento: più che condividerli, oggi i contenuti si mandano direttamente a qualcuno che pensiamo possa apprezzare. Più che esporci al rischio di non piacere, cerchiamo l’ambiente in cui abbiamo la certezza di piacere.

Pensaci: quante volte mandi un contenuto diretto a qualche tuo amico e quante, invece, esprimi un pensiero sul tuo profilo Facebook?

Sii dove stanno i tuoi clienti

Cosa significa questo per le aziende? Cosa cambia nel passaggio da una dimensione pubblica dell’esperienza utente sui social a una decisamente più privata e orientata alla condivisione verso il piccolo pubblico? Dove può inserirsi l’azienda in tutto questo?

In primo luogo, il passaggio dalla condivisione di un post sulla bacheca a un invio (che sia su in gruppo Facebook, su WhatsApp o in Direct su Instagram) va a toccare direttamente quello che pubblichi sulla tua pagina aziendale: non più, quindi, un post che sia utile o interessante per i tuoi utenti, ma un contenuto che i tuoi utenti possano reputare interessanti per i loro amici, così interessante da selezionarlo e inviarlo. Ecco quindi che in un epoca di interazioni deboli, torna pubblicamente di moda il caro e vecchio passaparola.

In secondo luogo, se non ti sei già dotato di un gruppo è il momento di pensarci: dopo anni di esibizionismo, le persone sembrano essere ora più restie all’esporsi al rischio di polemiche, insulti o anche solo opinioni diverse dalle loro.
Da sempre, infatti, noi cerchiamo ambienti in cui possiamo trovarci a nostro agio e amici con i quali condividere qualcosa, preferendo di gran lunga parlare di calcio con persone che sostengono la nostra squadra. Quei luoghi esistono e hanno creato un vero e proprio sottobosco, al di là di quello che accade normalmente nel nostro feed.

Infine, ricordati sempre di non essere così netti nelle tue scelte e soprattutto di non farti trainare dai trend del momento.
Che sia in atto un passaggio a una dimensione più intima dell’esperienza social è un dato di fatto, ma prima di rivedere tutta la nostra strategia di social media marketing in funzione di questo scivolamento abbiamo bisogno di dati e informazioni e, soprattutto, di capire se quella possa essere la strada giusta per la nostra azienda.

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Quanto spendono i tuoi concorrenti su Facebook?

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Quanto spende Matteo Salvini per fare pubblicità su Facebook? Quali e quante campagne a pagamento sta facendo girare? Quanto spendono i suoi concorrenti? E il principale concorrente della tua azienda? E poi, ancora, chi c’è dietro alle pagine Facebook?

Scoprire queste ed altre informazioni è adesso alla portata di tutti, grazie alla libreria inserzioni, uno strumento messo a disposizione da Facebook a ridosso della campagna elettorale per le elezioni europee 2019, ma che tornerà utile a tanti e non solo a coloro che, anche solo per curiosità, vogliono sapere quanto spendono i politici su Facebook.

Cosa trovi nella libreria inserzioni?

La libreria inserzioni è uno strumento totalmente gratuito che ti consente di avere tante utili informazioni circa i tuoi competitors e le inserzioni che hanno attivato su Facebook. In particolare, accedendo tramite il link che ti ho indicato qui sopra ti sarà sufficiente digitare il nome della pagina nella barra di ricerca per vedere tutte le sue sponsorizzate.

In primo luogo vedrai quindi una panoramica delle inserzioni, ma ti basterà cliccare su vedi i dettagli dell’inserzione per scoprire:

  • Le informazioni sull’inserzionista
  • Il periodo di attività della campagna
  • Dove e a chi è stata mostrata
  • Quanto è stato speso indicativamente per quell’inserzione e quali sono i risultati raggiunti

Ma tornando per un attimo alla pagina precedente in gestione inserzioni abbiamo un’altra tab interessante subito alla nostra destra.  Oltre infatti a conoscere quanto è stato speso in Facebook advertising e in quale periodo, attraverso la voce trasparenza della pagina possiamo sapere:

  • Quando è stata creata la pagina
  • Se e quali modifiche sono state fatte al suo nome
  • Quante persone gestiscono la pagina e da quale paese provengono

Insomma, con questo nuovo strumento abbiamo già la possibilità di venire a conoscenza di un buon numero di dettagli che fino a poco tempo restavano sconosciuti ai più.

Dove trovi la libreria inserzioni di Facebook?

La libreria inserzioni di Facebook è raggiungibile a questo link: https://www.facebook.com/ads/library/

Perché è uno strumento utile?

Non ci sono dubbi sull’utilità della libreria inserzioni di Facebook, tanto per gli utenti normali quanto per le aziende, ma proviamo a vedere qualcosa in più.

Per gli utenti

Anche se sembra più una cosa da curiosi (“quanto spende Matteo Salvini per la propaganda?”) o per nerd smanettoni, la semplicità della libreria inserzioni è invece molto utile a tutti gli utenti.

In particolare, uno strumento molto utile è quello che ci indica il cambiamento del nome della pagina, così da essere certi di non essere caduti in fregatura come, ad esempio, una pagina che si chiamava “viva i gattini” e poi si è trasformata in una pagina a sostegno di un candidato che non ci piace.

Interessante per gli utenti, poi, oltre a conoscere il budget investito da ogni inserzionista, è sicuramente la provenienza dei gestori della pagina. In questo caso, è lo stesso Facebook a spiegarcene l’utilità:

“È comune che una Pagina sia gestita da molte persone di luoghi diversi. Puoi controllare se sono presenti incongruenze tra l’obiettivo di una Pagina e il luogo delle persone che la gestiscono.”

P.S.: Se vuoi sapere a quali pagine hai messo like nel tempo, verificare che non ti sia sfuggito un cambio di nome o anche solo fare un controllo veloce sappi che ne ho parlato in questo post.

Per le aziende

Conoscere quanto spendono (e come) le aziende e i politici su Facebook non serve solo a tutelare i privati cittadini o a fornire qualche curiosità, ma offre anche una panoramica interessante alle aziende, che da oggi avranno semplice accesso ai dati relativi alla spesa su Facebook dei loro concorrenti. Questo ovviamente non significa che potremmo conoscere tutto del web marketing dei nostri rivali ma più semplicemente potremmo fare un piccolo confronto almeno su questo social.

Non solo, in questo modo possiamo avere una visione insieme delle loro ad e provare a tracciare un pezzo della loro strategia. Il che, intendiamoci, può essere un grande vantaggio, a patto che non ci vincoli e non ci induca a copiare le idee, il budget o le campagne.

Avere in mente ciò che fanno gli altri può esserci molto utile; prendere spunto per elaborare una nostra strategia può essere un’ottima idea; copiare ciò che fanno gli altri è il miglior modo per avere la certezza di non essere mai i primi.

Facebook, psicopolizia e censura

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Nell’ultimo periodo si è fatto un gran parlare della chiusura da parte di Facebook di un certo numero di pagine, accusate di diffondere fake news e di incitare all’odio. Qualcuno ha gridato alla censura, qualcuno ha addirittura parlato “di social non democratico” (che poi, voglio dire, seriamente?) e si è appellato addirittura alla libertà di espressione. Per come la vedo io è stata un’operazione sacrosanta, seppur tardiva, e spero che continui così: multi account, pagine Facebook di disinformazione e troll non fanno che avvelenare l’ambiente in cui trascorriamo molto del nostro tempo.

Del resto, il clima era già cambiato con l’annuncio, da parte di Facebook di voler vigilare in vista della campagna elettorale per le elezioni europee, promettendo di lottare contro fake news, troll e pagine di spam. E già lì, come ho avuto modo di mostrare in pagina, le persone hanno mostrato di digerire davvero poco questa sacrosanta operazione. E il perché, ad oggi, mi risulta incomprensibile, ma almeno qualcosa sembra che si stia muovendo.

Partiamo dall’inizio

Prima di lamentarci della chiusura e di appellarci alla libertà di espressione e prima di menzionare un qualsiasi complotto è bene riflettere su una cosa: se vai a casa di qualcuno e ti comporti in maniera sconveniente quella persona non ti invita più.

Semplice, chiaro, lineare.

Quindi, prima di parlare di regole, policy (tutte cose che abbiamo accettato all’atto dell’iscrizione), dobbiamo tenere bene a mente questo concetto e smetterla di intendere Facebook come luogo pubblico o come un far west: Facebook è un’azienda che offre un servizio e come tale persegue determinati interessi e fissa delle regole che dobbiamo rispettare.

E le regole, come dicevo, le abbiamo accettate nel momento esatto in cui ci siamo iscritti (ma se non le ricordi sono disponibili qui) e non abbiamo perciò il diritto di dire che non ne eravamo a conoscenza. Anzi, abbiamo scelto di accettarle.

Censura, psicolopolizia, 1984.

No, non possiamo parlare di censura semplicemente perché non c’è nessuna limitazione preventiva della libertà di espressione e la libertà di espressione stessa non è in questione. E non possiamo neanche parlare di cambio di atteggiamento, perché le regole che limitano l’uso di Facebook sono le stesse da sempre. E le condizioni più rilevanti sono:

  • Violenza
  • Hate speech
  • Immagini di nudo
  • Bullismo e incitamento all’odio
  • Spam

È un sistema perfetto?  Certo che no! Basti pensare che vengono censurate donne che allattano, mentre mi sono visto rispondere che una pagina negazionista non viola gli standard di Facebook e ha quindi il diritto di esistere. Ma questo non ci consente di fare quello che vogliamo e, soprattutto, non ci autorizza a lamentarci se, dopo aver violato uno degli standard della community, Facebook ha deciso di bloccare il nostro account.

Peraltro, se ci pensi è davvero assurdo: non rispettiamo le regole ma ci lamentiamo se ce lo fanno notare.

Una precisazione sulle Fake News

Facebook non chiude le pagine semplicemente per via delle Fake News. Quindi, tutti quelli che si appellano alla “libertà d’espressione” per poter condividere e pubblicare notizie false sono fuori strada. Se la pagina viene chiusa c’è sicuramente un motivo ma no, non è per via di una notizia non verificata. Anzi, la spiegazione di cosa venga fatto in tema di fake news ci arriva di nuovo da Facebook stesso:

We are working to build a more informed community and reduce the spread of false news in a number of different ways, namely by:
Disrupting economic incentives for people, Pages, and domains that propagate misinformation
Using various signals, including feedback from our community, to inform a machine learning model that predicts which stories may be false
Reducing the distribution of content rated as false by independent third-party fact-checkers
Empowering people to decide for themselves what to read, trust, and share by informing them with more context and promoting news literacyCollaborating with academics and other organizations to help solve this challenging issue

In soldoni, i tre correttivi principali sono: (i) disincentivi economici per chi diffonde notizie false, (ii) riduzione della reach dei post fake, (iii) possibilità, tra i correlati, di trovare il debunking alle notizie false.

Quindi, le pagine che sono state chiuse di recente hanno violato altre regole di Facebook, ma per approfondire ti lascio all’articolo di David Puente su Open, che ha trattato la questione certamente meglio di come farei io.

Inquinando il mare avveleni l’acqua che bevi [Nota a margine]

Censura, non censura, complotti mondiali e quant’altro: Internet sta facendo venire a galla una quantità incredibile di pupù™️ e la cosa più grave è che questa marea non sembra volersi fermare.

In un universo parallelo, infatti, le persone dovrebbero applaudire nel vedere i colossi del web impegnarsi per limitare la diffusione di contenuti fasulli, parziali o completamente fuori dal contesto. E invece succede che se lotti contro il falso diventi cattivo o “servo del sistema”, che tutto viene messo in discussione, che ogni singola opinione andrebbe presa in considerazione, che la pancia prevale sulla mente, che se hai i titoli per parlare devi stare zitto perché sei snob, ma se non sai di cosa parli fai parte delle persone comuni e quindi devi farti ascoltare. Succede, infine, che siamo immunologi almeno finché non cade un ponte così ci trasformiamo in ingegneri e magistrati.

No, il problema non è la psicopolizia di Facebook, Orwell non c’entra nulla e 1984 al momento è solo uno dei miei libri preferiti.

Il problema siamo noi, legione di imbecilli (parafrasando Umberto Eco), e la nostra presunzione di sapere tutto e di avere un’opinione meritevole di attenzione su qualsiasi argomento.

Rimani aggiornato!