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Togli i social aziendali al tuo capo!

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Gestire la reputazione, cercare nuove opportunità di business, esplorare nuovi orizzonti e, ovviamente, la vendita diretta dei nostri prodotti: avere un’azienda ed evitare accuratamente Internet sembra essere ormai roba da pazzi. E in effetti è vero, così come sono dati di fatto le dimensioni medio-piccole delle aziende italiane e il carattere strettamente (o storicamente) famigliare di molte di esse.

Certo, ci sono grandi aziende, realtà in crescita e tutto quello che vogliamo, ma il tessuto – il sottobosco, insomma – è un insieme di micro attività.

E anche queste piccole attività si sono innamorate di internet. Magari senza una logica precisa, magari perché l’hanno fatto i competitor o magari solo per curiosità, fatto sta che esistono decine di migliaia di pagine Facebook di panetterie, gelaterie, piccole botteghe, ristorantini, bar e così via. Ed è proprio a queste realtà che voglio parlare in questo blogpost affrontando, in particolare, l’aspetto relazionale di una pagina Facebook di una piccola attività, sia per quanto riguarda la reputazione che la gestione delle interazioni.

Togli Facebook al tuo capo

Nelle piccole realtà è assolutamente usuale che il titolare pretenda di seguire con attenzione e/o gestire quello che accade sui social, visto che spesso il budget per affidare la comunicazione a un professionista scarseggia, ma non è quasi ma una buona idea.

Per prima cosa, così come essere giovane non garantisce la conoscenza delle tecnologie e delle pratiche neanche essere il capo assicura di avere le competenze necessarie a gestire le interazioni sul web, specie nelle condizioni di crisi.

In secondo luogo, il titolare di un’attività è probabilmente la persona meno adatta a gestire i commenti o le recensioni negative anche per via del suo coinvolgimento emotivo, che farà sembrare ogni critica un attacco personale.

Immagina, ad esempio, di aver speso tanti soldi, tante energie e altrettanta passione nel costruire la tua piccola azienda, lottando quotidianamente con la crisi economica e che un giorno – senza conoscere tutto ciò -arrivi un cliente che decide di criticare pesantemente quello che fai e come lo fai: mantenere la calma rischia di essere impossibile, perché con quel commento lui non sta mettendo in evidenza una lacuna, ma sta toccando la tua attività, la tua creatura. Insomma, sta attaccando te!

Rischioso, no?

Il titolare dell’attività, per come la vedo io, deve certamente avere la possibilità di accedere agli account e di osservare quello che viene fatto, ma il suo ruolo nella gestione della crisi deve essere limitato perché, è bene ricordarlo, quando risponderà con tono offeso lo farà sotto gli occhi di tutti (clienti e non) che lo giudicheranno a loro volta sulla base di quelle poche parole scritte in un commento su Facebook.

Non possiamo mai sapere cosa succederà, così come non sapremo mai come potrà reagire lui sentendosi attaccato ed è per questo che è fondamentale fermarmi un momento e produrre una policy interna sulla gestione della community.

Perché avere una Social media policy scritta come si deve

Una social media policy interna e destinata a chi si occuperà di gestire i social dell’azienda può salvarti la vita.

Niente di complesso: la social media policy interna è un semplice elenco di regole, mansioni e responsabilità. Un chi fa che cosa e come che può tornarti molto utile, specie quando la lucidità potrebbe venire a mancare e potremmo voler rispondere male a quel cliente che è stato mezz’ora nel nostro ristorante in una giornata storta e che non sa proprio nulla di noi, quindi è meglio che stia zitto e che non si faccia più vedere!

Social media policy interna: cosa non deve mancare

Ci sono diversi modi per redigere una social media policy interna come si deve (su Internet esistono parecchi modelli), ma è importante notare come alcuni aspetti non debbano proprio mancare.

  • Indicare le autorizzazioni: chi può accedere alla pagina Facebook aziendale? Con quali privilegi? E chi si occupa del blog?
  • Chi produce contenuti: chi si occupa di produrre i contenuti e di pubblicarli sui social aziendali? Con quale cadenza?
  • Quali valori comunicare: quali sono i messaggi che devono per forza passare quando scriviamo un post? Cosa vogliamo che gli altri pensino di noi?
  • Chi gestisce le interazioni: chi si farà carico di rispondere ai commenti belli/brutti? Chi dovrà togliere le castagne dal fuoco in una situazione di crisi?
  • Quale sarà il nostro tono: la nostra azienda parla in modo confidenziale o preferisce un tono meno diretto?
  • Quanto tempo abbiamo: dopo aver stabilito chi dovrà rispondere ai commenti e come dovrà farlo, dobbiamo anche stabilire quanto tempo avrà a disposizione. Da un lato, infatti, è importante rispondere presto; dall’altro è necessario che la risposta non sia affrettata e non peggiori la situazione di crisi.

Oltre a questi punti fondamentali, una social media policy interna può poi comprendere altri argomenti come:

  • Chi è il responsabile?
  • In che modo ci rivolgiamo ai clienti con i nostri post?
  • Eventuali indicazioni ai dipendenti su come interagire con gli account aziendali
  • Indicazioni ai dipendenti su come gestire i loro account privati in relazione all’azienda e così via.

Conclusione: gestire i social di una microimpresa

Sentirsi attaccati e chiudersi a riccio quando viene criticato qualcosa che ci sta a cuore è un atteggiamento piuttosto normale e per certi versi comprensibile. Il problema, però, è che rispondendo male o in maniera seccata, non affrontiamo solo chi ci ha “offesi” ma è come se parlassimo in mondovisione, rischiando di fare più danni di quanti non ne abbia fatti il primo commento.

Ecco perché, nelle realtà piccole e che non possono/vogliono delegare a un professionista la gestione degli account social è importante preparare una social media policy interna che disegni quanti più scenari possibili e definisca nel dettaglio come reagire a ciò che potrebbe succedere.

Ecco perché è meglio essere preparati.

Ecco perché è meglio togliere i social aziendali al tuo capo.

La bufala dei 25 amici che vedono i post

Facebook: cosa c’è di vero nel limite dei 25 amici?

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Alla fine, c’è qualcosa di vero nel post Facebook in cui si legge che solo 25 amici sono autorizzati a vedere i nostri post, con tanto di istruzioni per correggere il problema?

Il post peraltro è un cavallo di ritorno, visto che questa versione circola dal 2018, mentre versioni più o meno simili erano già apparse anche anni prima. Sul fatto che sia una bufala bella e buona (anzi, a dire il vero una catena di Sant’Antonio) non ci sono dubbi, ma da questo post potremmo trovare qualcosa di interessante sul comportamento online delle persone, oltre a un piccolo fondo di verità.

 

Facebook esempio bufala 25 amici
Questo è il post Facebook su come fare vedere i miei post a più di 25 amici, così come l’ho trovato pubblicato da un buon numero dei miei contatti, il che mi ha portato a scriverne anche se forse non era necessario.

Facebook e i 25 amici: una bufala innocua?

Nel post, scritto con una grammatica abbastanza improbabile, viene proposto un modo per “aggirare il sistema che Facebook ha per limitare i post nella tua sezione notizie” in modo da aumentare il numero di amici di cui vediamo gli aggiornamenti, che a Menlo Park avrebbero fissato a un massimo di 25 persone.

Il post presenta poi ben due call to action: la prima è l’ormai consueta richiesta di non condividere ma di fare copia e incolla del contenuto, mentre la seconda è quella di commentare il post con un semplice “ciao”. Ed è proprio dalla prima call che dovremmo capire che siamo di fronte a una catena di Sant’Antonio, anche se, a differenza di altre, questa risulta di fatto innocua, visto che al massimo rischiamo di trovarci qualche commento con scritto “ciao” sotto il post o il feed intasato di post uguali.

In ogni caso, però, sappi che condividere questo post per “fregare” Facebook è praticamente inutile, visto che non c’è ancora stata una modifica dell’algoritmo in quel senso e che il numero di 25 amici pare essere inventato di sana pianta.

Ma c’è qualcosa di vero in tutto questo?

A modo suo, la condivisione di questo post evidenzia comunque un’esigenza (oltre alla crescente ricerca di una dimensione più intima della vita social) da parte degli utenti Facebook che pur avendo un migliaio di amici vedono sempre e solo i post di alcuni di loro, mentre altri sembrano essere spariti nel nulla. Una richiesta, quella degli utenti, assai comprensibile ma che non trova risposta in un copia-incolla.

Inoltre, anche se in modo non scientifico, un fondo di verità possiamo trovarlo anche nella logica del post: infatti, come avevo già sottolineato in questo articolo un po’ vecchiotto, una maggiore interazione con i post di alcuni amici ci porterà a vedere più spesso i loro contenuti, mentre coloro con i quali non interagiamo mai finiranno presto o tardi nel dimenticatoio e saremo costretti a usare la barra di ricerca di Facebook per ritrovarli.

Ecco perché non dobbiamo stupirci se non abbiamo più notizie della nostra fidanzatina del liceo…

Questo, ovviamente, a meno che non condividano qualcosa di davvero speciale.

Insomma, l’algoritmo di Facebook si trova ogni giorno a dover far stare all’interno di quello spazio limitato che è il nostro Feed i contenuti dei nostri amici più stretti, quelli dei gruppi, quelli delle decine se non centinaia di pagine a cui abbiamo messo like, le pubblicità per le quali siamo in target e tanto altro, sempre con l’obiettivo di rendere confortevole la nostra presenza sul social e fare quindi in modo che non lo abbandoniamo così da essere pronti a riceve pubblicità.

E purtroppo, fare un semplice copia-incolla non ci metterà al riparo da queste dinamiche. Al massimo, quello che possiamo fare è andare sul profilo degli amici di cui vogliamo vedere i post e spuntare la voce “mostra per primi”, disponibile nel box in cui solitamente troviamo “segui già”, in basso a destra nella foto copertina. Con lo stesso principio possiamo inoltre nascondere i post degli amici che non ci interessano, ma che non vogliamo comunque rimuovere del tutto.

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Perché la truffa dell’iPhone funziona così bene?

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In questo periodo siamo nuovamente alle prese con le truffe che si propagano via Facebook. Questa volta il protagonista è un iPhone: basterebbe infatti inserire un codice su Google per portarselo a casa al solo costo di 1€ di spese di spedizione.

Bellissimo, no?

Il post, che avrete visto tutti, si presenta in questa versione:

Ciao a Tutti!🙂Qualche giorno fa c’è stata una pubblicità in televisione che ti permetteva di vincere un iPhone X 256GB per soli 1€ rispondendo a 4 domande correttamente!🙂

Ho poi scoperto che non devi far altro che inserire il codice “SGS256FGG” su Google, cliccare sul primo link nei risultati e leggere questo articolo per saperne di più. È molto semplice!❤Ieri ho ricevuto per posta un pacco che conteneva il nuovo iPhone X!

Meglio sbrigarsi, la promozione è fino a domani!🙂

O in quella simile ma senza emoticon.

Del resto non è la prima volta che succede: qualche tempo fa toccò al Samsung S9 con più o meno la stessa formula, ma vi fu anche il tempo dei Ray-Bay a 19 euro e di tante altre fantastiche offerte da cogliere al volo. Ma cosa c’è dietro? E soprattutto: perché queste truffe funzionano ancora così bene, malgrado dovremmo ormai essere abituati?

In questo articolo provo a darne una mia visione, specie per quanto riguarda i meccanismi in grado di portarci alla sciagurata decisione di tentare la sorte.

Come funziona la truffa dell’iPhone XS?

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Uno dei tanti post-truffa in circolazione

Sì, una truffa vera e propria, con l’obiettivo di farti lasciare i tuoi dati sensibili (tra i quali il numero di carta di credito) e riutilizzarli per scopi non propriamente corretti. Il meccanismo peraltro è sempre più ingegnoso: per non farsi bloccare il post, ad esempio, non viene più inserito un link, ma viene chiesto di googlare un codice, in modo da bypassare i controlli. Una volta ottenuti i risultati di ricerca e dopo aver cliccato sul link, ecco che si apre la pagina dalla quale scatta il phishing. (Puoi approfondire con questo articolo di Bufale.net).

Del cellulare che sognavi, ovviamente, nemmeno l’ombra.

Perché funziona la truffa dell’iPhone XS?

Ma veniamo alla parte che più mi interessa, ovvero capire perché certe truffe siano ancora in piedi dopo tanto tempo. Oltre ad aver ben chiaro il pubblico di riferimento (esattamente come succede nella pubblicità), è la costruzione stessa del post a spiegarci perché la truffa che promette di farti vincere un iPhone Xs semplicemente scrivendo un codice su Google funziona alla grande.

Speranze, premi, ambizioni

L’ambizione, le speranze e la scaramanzia fanno parte della natura dell’uomo fin dalla notte dei tempi. Il concetto di fortuna, declinato in ogni sua forma, è qualcosa che ci suona famigliare fin da quando nasciamo e che ci accompagnerà per sempre.

Non solo, il concetto di fortuna ha anche uno sviluppo a dir poco curioso: la Dea bendata dovrebbe distribuire vantaggi in modo aleatorio, giusto? E allora perché tendiamo sempre a dare un valore morale alla fortuna, riflettendo poi sul merito? Secondo noi, infatti, sono in tanti ad averla ricevuta senza meritarla, mentre noi che la meriteremmo…

Eppure, il merito non dovrebbe avere nulla a che vedere con un evento casuale, giusto?

La possibilità di essere finalmente noi i “fortunati”

È proprio per via di questa visione distorta della fortuna (alla quale si associa il detto “la fortuna aiuta gli audaci”) che scatta il primo meccanismo nella nostra testa. Noi, che da sempre ci meriteremmo la fortuna, siamo costretti ad osservare gli altri che, malgrado non ne avrebbero diritto, sembrano essere costantemente baciati dalla Dea bendata.

Ma non questa volta!

Questa volta la fortuna è dalla nostra parte: siamo stati sfortunati per aver perso la pubblicità in Tv in cui si parlava della possibilità di vincere un iPhone ma abbiamo la grande possibilità di rimediare. Se la fortuna aiuta gli audaci, è finalmente giunto il nostro momento.

Ecco quindi che il mix diventa letale. Dopo anni a guardare, finalmente tocca a noi!

Un testimonial d’eccezione

Terzo punto: il post arriva sempre da un amico o da una persona che condivide qualcosa con noi, quindi come potremmo non fidarci? Che vantaggio avrebbe tizio nel dirci una bugia o, peggio, nell’esporci a un grave pericolo di furto di dati? Ecco quindi che i nostri amici virtuali si trasformano in promoter (se non addirittura testimonial) involontari di questa fantastica promozione. Sono loro, più o meno consapevoli di ciò che potrebbe succedere, a farsi garanti della serietà del concorso.

Ed ecco che le nostre difese si abbassano drasticamente e si riducono i dubbi che avevamo su quell’operazione.

L’hanno detto alla Tv

Alzi la mano chi non ha mai sentito un nonno, una nonna o i genitori argomentare una tesi dicendo: “ma l’ha detto anche la televisione!“.

Ecco, un’altra cosa che ci portiamo dietro da un bel po’ è la fiducia in quella scatola (più o meno spessa a seconda dei tempi) e in coloro che da dentro ci raccontano o spiegano qualcosa. Ed è una conferma talmente forte che non è neanche più necessario che la Tv l’abbia detto: è sufficiente farlo credere.

Come dice una canzone dei i Daft Punk: “Television rules the Nations”.

Il principio di scarsità

In fondo al post, infine, troviamo la più palese applicazione del principio di scarsità: se qualcosa sta per esaurirsi (quantitativa) o il tempo sta per scadere (temporale), siamo invogliati a ragionarci meno pur di non farci sfuggire l’occasione. Se ci pensi, è quello che succede in continuazione nei supermercati ed è una leva a cui molti pubblicitari ricorrono ancora: “non stare a pensarci troppo, perché finisce che quando hai deciso non puoi più beneficiare dell’offerta!“.

In una situazione ideale, dovremmo stimolare il nostro cervello a fare un’accurata analisi costi benefici prima di decidere: in realtà, quel pigrone preferisce sempre lavorare al risparmio, figuriamoci in una situazione che richiede una decisione rapida per non perdere una grandissima occasione!

La truffa dell’iPhone non è la prima e non sarà l’ultima

Eh già: lottare contro questo tipo di truffe è un po’ come scagliarsi contro i mulini a vento e le colpe sono da ricercare in diversi fattori. Il primo (non trattato in questo post per ragioni di spazio) si lega senza dubbio alla scarsa conoscenza del mezzo e alla mancanza totale di anticorpi in grado di difenderci dal web; il secondo, invece, è insito nella nostra natura ed è ancora più preoccupante.

Se, infatti, con il tempo possiamo migliorare il nostro modo di vivere Internet, scardinare meccanismi come l’autorevolezza, la paura di perdere qualcosa per non aver deciso, la fiducia nei confronti delle persone a noi vicine e la speranza di essere finalmente noi i fortunati sarà molto più difficile.

Se non addirittura impossibile.

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Come cancellare il virus da Facebook

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Se stai leggendo questo articolo è perché probabilmente un tuo amico ti ha inviato un messaggio su Facebook Messenger con scritto “Ho trovato questo video, sei veramente tu? Che vergogna“, oppure “Sei tu in questo video?:-)” o, ancora, il messaggio che hai ricevuto ti invita ad aprire un video intitolato Kyle Morgan e probabilmente, spinto dalla curiosità, l’hai aperto.

La brutta notizia è che si tratta di un virus che ha colpito l’account del tuo amico e che l’ha trasformato in sua insaputa nel diffusore del video tra i suoi contatti.

L’altra brutta notizia è che se hai aperto il link, hai a tua volta preso il virus e lo stai diffondendo tra i tuoi amici.

La bella notizia è che c’è una soluzione, tranquillo.

Come funziona il virus?

Come ti dicevo, il virus gira da tempo, ma se ne scrivo ancora ora è perché non sembra essere stato debellato. Il meccanismo del virus è molto semplice: ti arriva il messaggio in chat con un testo che attira la tua curiosità e ti spinge ad aprire il link. Lascia subito che ti dica che:

no, non sei proprio tu quello del video e, no, il tuo amico non te l’ha mandato per goliardia. “incredibile sei proprio tu in questo video?” è un messaggio standard che parte in automatico. 🙂

Quindi non aprire il video e cestina subito la chat.

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Lo screen del vecchio virus su Facebook

Cosa succede se apro il link?

Da questo momento partirà verso quasi tutti i tuoi contatti un messaggio uguale identico a quello che è arrivato a te, a loro volta lo apriranno e così via. Non solo, i rischi principali sono essenzialmente due: potresti ritrovarti abbonato a qualche servizio a pagamento oppure potresti finire con il dare dati e password a un servizio non sicuro.

Quanti virus per Facebook esistono?

Purtroppo tanti, e aumenteranno ancora. Le motivazioni possono essere le più disparate, così come le tipologie. Un buon elenco lo puoi trovare a questo sito.

Come si elimina il virus su Facebook?

La prima cosa da fare, nel caso di messaggi come il Kyle Morgan virus, è un’operazione preliminare: se ti arrivano messaggi strani da un tuo amico, prima di aprire link o allegati è meglio chiedere direttamente a lui di cosa si tratta. La stessa cosa vale per quei post con offerte incredibili, ti ricordi la famosa offerta dei Ray-Ban su Facebook a 19 euro?

Il primo consiglio è quindi quello della prudenza: quando sei sui social e sul web in generale vacci con i piedi di piombo e, se qualcosa ti sembra strano o troppo vantaggioso, prova anche solo a fare una piccola ricerca su google. Probabilmente qualcuno avrà già svelato il mistero.

In ogni caso, non tutto è perduto. Ecco cosa puoi fare subito dopo esserti accorto del virus:

#1 Per prima cosa, è bene evitare di fare qualsiasi operazione sulla chat, neanche avvisare il tuo amico. Cancella subito la chat senza cliccare.

#2 In secondo luogo, avvisa il tuo amico per portarlo a conoscenza del problema.

Se, però, stai leggendo questo post e sei arrivato fino a qui, è perché purtroppo hai già preso il virus e quindi vuoi sapere come togliere il virus dal tuo profilo Facebook:

#1 Non compiere altre azioni ed effettua il logout dal tuo dispositivo.

#2 Effettua il login da un altro computer e modifica la password.

#3 Accendi il tuo pc, lancia l’antivirus per una scansione di tutti i documenti.

#4 Avvisa i tuoi contatti di non aprire il messaggio che hanno ricevuto

#5 Controlla attraverso l’App del tuo gestore telefonico o contattando il servizio clienti, di non aver dato l’autorizzazione ad abbonarti a qualche servizio a pagamento. E già che ci sei, chiedi al servizio clienti di impostare il blocco dei servizi a pagamento.

Queste semplici azioni dovrebbero bastare a risolvere il problema del virus su Facebook ma se dovessi notare qualcosa di strano contatta un tecnico specializzato: io non lo sono, ma ti sto riportando semplicemente la mia esperienza da utente.

P.s.: No, non basta copiare e incollare un messaggio sulla tua bacheca per evitare che tu possa essere bersagliato dai virus.

Questo articolo ti è stato utile? Che ne dici di condividerlo con i tuoi amici? Ne sarei davvero felice e magari può servire anche a loro:

i social sono sempre più privati

L’esperienza social è sempre più intima

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È possibile parlare di intimità quando parliamo di social? Può essere che, dopo anni di “esibizione pubblica”, stiamo tornando a cercare qualcosa di più privato e meno esposto al pubblico?

Stando a quanto affermato durante Facebook F8, pare proprio di sì. Così come a sostegno di questa tesi arriva anche l’analisi “L’evoluzione del private social: tra messaging, chat e gruppi“, pubblicata da We Are Social il mese scorso (leggila qui).

Che i social in genere – e Facebook in particolare – stiano vivendo un periodo di grandi cambiamenti è sotto gli occhi di tutti, così come il ruolo che hanno avuto durante le elezioni politiche prima ed europee poi. In un mondo in cui tutto cambia velocemente, tutto sembra ancora cambiare: grandi migrazioni dei più giovani verso Instagram e chat e la maggiore trasparenza imposta alle pagine sono solo la punta di un Iceberg che sarà bene studiare a fondo, specie in ottica aziendale.

Saper reagire in fretta ai cambiamenti (se non addirittura anticiparli) può infatti fornirci un vantaggio competitivo difficile da colmare, a patto che riusciamo a capirli e che siano funzionali ai nostri obiettivi di business.

Dall’era pubblica a quella privata

Pubblichi un contenuto su Facebook, ti sbilanci ed esprimi la tua sacrosanta opinione. Poi arriva qualcuno che non la pensa come te e polemizza. Ti senti scomodo, a te non piace essere contraddetto sulla “tua” bacheca, specie perché tutti quanti vedranno la conversazione e si faranno un’opinione di te e del tuo avversario. Magari, poi, infili in modo consecutivo un paio di post che non piacciono e il tuo ego si rannicchia in un angolo della tua esistenza.

Allora perché pubblichi post su Facebook se poi non ottieni alcun tipo di gratificazione?

Ecco, tra i tanti motivi che hanno portato a uno scivolamento verso una dimensione più privata e diretta delle relazioni social, il rischio di non ottenere l’apprezzamento sperato (perché, diciamolo, nessuno pubblica per sé stesso) ha avuto sicuramente un ruolo molto importante. A leggere l’estratto del report di WeAreSocial che ho linkato poco sopra, la prima sensazione è proprio quella: i social generalisti cominciano a essere in mano di chi urla più forte; luoghi in cui chi è più irragionevole alla fine vince e posti nei quali non è poi così divertente restare.

E poi, diciamolo, fornire sempre la versione migliore di noi per fare bella figura è un’attività incredibilmente stressante. Non siamo influencer, non siamo web stars ma siamo persone normali e come tali abbiamo alti e bassi praticamente ogni giorno. Solo che non puoi mica pubblicare post noiosi, altrimenti niente like e addio gratificazione.

Ecco, per come la vedo io queste sono due delle possibili risposte a questo slittamento: più che condividerli, oggi i contenuti si mandano direttamente a qualcuno che pensiamo possa apprezzare. Più che esporci al rischio di non piacere, cerchiamo l’ambiente in cui abbiamo la certezza di piacere.

Pensaci: quante volte mandi un contenuto diretto a qualche tuo amico e quante, invece, esprimi un pensiero sul tuo profilo Facebook?

Sii dove stanno i tuoi clienti

Cosa significa questo per le aziende? Cosa cambia nel passaggio da una dimensione pubblica dell’esperienza utente sui social a una decisamente più privata e orientata alla condivisione verso il piccolo pubblico? Dove può inserirsi l’azienda in tutto questo?

In primo luogo, il passaggio dalla condivisione di un post sulla bacheca a un invio (che sia su in gruppo Facebook, su WhatsApp o in Direct su Instagram) va a toccare direttamente quello che pubblichi sulla tua pagina aziendale: non più, quindi, un post che sia utile o interessante per i tuoi utenti, ma un contenuto che i tuoi utenti possano reputare interessanti per i loro amici, così interessante da selezionarlo e inviarlo. Ecco quindi che in un epoca di interazioni deboli, torna pubblicamente di moda il caro e vecchio passaparola.

In secondo luogo, se non ti sei già dotato di un gruppo è il momento di pensarci: dopo anni di esibizionismo, le persone sembrano essere ora più restie all’esporsi al rischio di polemiche, insulti o anche solo opinioni diverse dalle loro.
Da sempre, infatti, noi cerchiamo ambienti in cui possiamo trovarci a nostro agio e amici con i quali condividere qualcosa, preferendo di gran lunga parlare di calcio con persone che sostengono la nostra squadra. Quei luoghi esistono e hanno creato un vero e proprio sottobosco, al di là di quello che accade normalmente nel nostro feed.

Infine, ricordati sempre di non essere così netti nelle tue scelte e soprattutto di non farti trainare dai trend del momento.
Che sia in atto un passaggio a una dimensione più intima dell’esperienza social è un dato di fatto, ma prima di rivedere tutta la nostra strategia di social media marketing in funzione di questo scivolamento abbiamo bisogno di dati e informazioni e, soprattutto, di capire se quella possa essere la strada giusta per la nostra azienda.