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Orson Welles, alieni e comunicazione politica

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Devo ammetterlo: la prima volta che ho sentito parlare di Orson Welles e della Guerra dei mondi sono rimasto folgorato dall’accaduto. Certo, il racconto che ho sentito era farcito con dettagli più o meno realistici e ingigantito al punto da far sembrare la reazione degli americani una sorta di preparazione all’apocalisse più di quanto  – a quanto pare – non lo sia stato veramente. Ma da questa storia così affascinante possiamo ricavare ancora oggi degli spunti interessanti, specie se parliamo di comunicazione politica, marketing elettorale e propaganda.

La Guerra dei Mondi in diretta radio

Può un programma radiofonico – annunciato prima e dopo la messa in onda – essere talmente verosimile da scatenare il panico negli ascoltatori? La risposta arriva dritta dritta dal 30 ottobre del 1938. Alle 20 in punto la CBS manda in onda uno sceneggiato radiofonico interpretato proprio da Welles che, spezzone dopo spezzone, racconta un’invasione aliena con tanto di servizi dell’inviato.

Tutto sembra andare secondo copione tranne la reazione dei radioascoltatori che cominciano ad abbandonare le loro abitazioni per raggiungere le chiese e in certi casi – secondo leggenda – a suicidarsi e a gettare intere città nel caos. Qualcuno pare addirittura aver chiamato in redazione chiedendo “A che ora è la fine del mondo?”*
Storie e leggende che si integrano e si ingigantiscono di bocca in bocca.

E pensare che Welles avrebbe voluto rinunciare allo sceneggiato perché poco convincente..

Verosimile o assurda, purché funzioni

Ci sono due cose che mi affascinano dell’intera vicenda legata alla Guerra dei mondi e agli strascichi che l’hanno portata fino ai giorni nostri.

La prima riguarda il programma in sé: stando a quanto riportato da Il Post, la storia non pare in realtà aver suscitato quell’ondata di paura di cui si è parlato ma – e qui sta il bello – è arrivata fino ai giorni nostri a furia di leggende. Certo è che vista da qui, la storia degli americani che nel 1938 ascoltano la radio e si spaventano non pare così assurda ma, anzi, mi pare del tutto verosimile che, negli anni 30 una buona fetta di popolazione delle campagne fosse poco scolarizzata e pronta a credere a qualunque cosa passasse in radio. A te no?

La seconda si lega invece all’assurdità della storia e di un’invasione aliena alquanto improbabile (lo è sempre, fino al giorno in cui non arriveranno per davvero). Ecco, questo è il punto principale: noi crediamo a due tipi di storie (oltre a quelle reali, naturalmente): quelle talmente realistiche da sembrare plausibili e quelle così tanto lontane dalla realtà da farci pensare “beh, è anche una storia strana, ma che interesse avrebbe il giornalista/conduttore/politico a farmi passare per buona un’assurdità del genere?“. Lezione numero due: se devi raccontare una balla raccontala molto ma molto grande.
Ed ecco spiegato perché una storia così sia diventata un racconto incredibilmente affascinate che verrà raccontato ancora per tantissimi anni.

Comunicazione politica: verosimili e assurde ma pur sempre false?

Va bene, ma alla fine cosa c’entrano Orson Welles e i suoi alieni invasori con la comunicazione politica, la propaganda e il marketing elettorale? Sono certo che ci sarai già arrivato da solo, ma la storiella di Welles ci mostra (o serve a dimostrare) come sia possibile alterare la percezione delle cose. Facendo questo esempio siamo riusciti a mettere una percezione alterata dentro l’altra: quella degli americani che avrebbero creduto alla storia di Orson Welles e quella nostra, che crediamo alla storia degli americani che hanno creduto alla storia dell’invasione che al mercato mio padre comprò.

A parte gli scherzi, alterare la percezione è una tecnica usata molto spesso dai partiti politici per ottenere e/o aumentare i consensi e in questo senso i social hanno dato una mano davvero importante a certe formazioni. Il grande vantaggio di utilizzare i social per fare comunicazione politica non risiede tanto nella possibilità di raggiungere più persone a un costo minore quanto piuttosto nel fatto che, con una campagna ben strutturata, che tocchi i tasti giusti e che abbia il tempo di svilupparsi, abbiamo la possibilità di modificare la percezione che le persone hanno di certi argomenti al punto da creare una nuova realtà, magari sfruttando il fatto che sul web una notizia falsa ripetuta all’infinito diventa incredibilmente vera, almeno nella nostra testa.

Abbiamo parlato di invasione aliena, ma di esempi ce ne sono davvero tanti intorno a noi (e non mi interessa riportarli qui). Se, però, vuoi saperne di più sulla percezione ti rimando a questo articolo di Annamaria Testa su Internazionale: Le percezioni distorte degli italiani.

Ecco perché è così importante per un partito o un movimento trovare e portare avanti una narrazione credibile sul web: chi ha cominciato a farlo per tempo ne sta godendo i frutti ora, mentre tutti gli altri sono ancora lì a domandarsi il perché della sconfitta…

*Da qui nasce la celebre canzone dei REM

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Non funziona proprio così

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Non funziona così. O non dovrebbe funzionare così. O così non funziona.

Insomma, vedi un po’ tu, ma il concetto è piuttosto semplice: il linguaggio della politica sembra essersi dimenticato di uscire dal pantano della campagna elettorale o, almeno, di scivolare verso un linguaggio istituzionale, generalmente richiesto a chi governa.

Come parla la politica?

Sono state consumate non so quante tastiere per parlare di campagna elettorale permanente, ma il 2018 ha segnato un ulteriore punto di svolta nel modo di comunicare da parte della classe politica. Certo, in tutto questo influiscono il clima di polarizzazione, l’insoddisfazione dei cittadini di un paese in difficoltà e i nuovi (sob!) mezzi di comunicazione. Che i social abbiano avuto il ruolo di acceleratori e diffusori del messaggio è indubbio, specie quando il contenuto originale era qualcosa di sensazionale che non lasciava tanto spazio alle riflessioni.

Qui, però, il punto è un altro. Il linguaggio della politica è rimasto sostanzialmente lo stesso anche nel passaggio dal 4 al 5 marzo. C’è chi parlava di poteri forti e continua a farlo anche se ora governa, chi trovava colpevoli e non ha di certo smesso con lo sbocciare della primavera e c’è chi seppur spinto in un angolo dai risultati delle urne continua imperterrito a difendere le sue scelte.

LINGUAGGIO E POLITICA, LEGGI ANCHE: La politica che parla come il calcio

Tutti hanno continuato sulla linea iniziale noncuranti delle posizioni, dei ruoli e dei risultati, quasi come se dovessimo votare di nuovo la prossima settimana o, magari, come se non avessero altro modo per ottenere consenso. La mia sensazione è che, in certi casi, si sia alzato talmente il tiro che adesso ogni affermazione ne pretenderà una successiva ancora più forte, mentre in altri casi, specie verso sinistra, se ci limitiamo a questo preciso argomento sembra che resti ancora tutto legato a quello che fu lo storico errore dei Democratici americani: parlare al cervello ignorando interamente la pancia.

Come dovrebbe parlare la politica dopo le elezioni

Il problema etico, linguistico e culturale è che dopo le elezioni la politica non dovrebbe più parlare così, se non altro per rispettare quel gioco democratico che prevede che al vincitore tocchi rappresentare la nazione intera, compreso chi ha votato per gli altri. Ecco, il punto cruciale è proprio questo: dal 5 marzo e fino a tempi maturi, la comunicazione classica del marketing elettorale avrebbe dovuto trasformarsi in comunicazione istituzionale.

Niente ministri che se la prendono con i tecnici o che ignorano una fetta consistente della popolazione, nessuna maggioranza che scarica su altri la difficoltà di governare, nessuna (o almeno poche) storie legate ai complotti degli illuminati. Nessun muro contro muro con le istituzioni sovranazionali o con la fetta di popolazione in disaccordo. In pratica, governare un paese dovrebbe significare diventare allenatore della Nazionale dopo aver allenato un club: non puoi mica convocare quelli scarsi perché quelli forti giocano nel club che si contendeva lo scudetto con il tuo, no?

Ecco, sentir parlare i vincitori di “rosiconi” o simili può andare bene nel giorno della festa scudetto dopodiché quei rosiconi entrano a far parte della tua squadra e non puoi, da rappresentante delle istituzioni, sbeffeggiarli o escluderli.

Soprattutto in politica, la forma è sostanza e chi rappresenta le istituzione dovrebbe portare avanti un linguaggio inclusivo e non esclusivo. Anche se, me ne rendo conto, non è così facile uscire dalla zona di comfort e smettere di punto in bianco di seguire la pancia di “chi mi ha messo lì”. Nel mondo dei sogni, però, fuori dalla campagna elettorale gli elettori smettono di essere un’unità di misura e tornano a essere cittadini.

E questo per riguarda i vincitori. Sugli sconfitti non so proprio da dove iniziare…

 
…ma prometto di farlo.

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La politica che parla come il calcio

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La commistione tra politica e calcio, in un paese come l’Italia, è qualcosa di arcinoto e neanche troppo recente. Dai politici che acquistano squadre di calcio ai dirigenti (o calciatori) che tentano la carriera politica, dalle tifoserie politicizzate fino alle interrogazioni parlamentari su ipotetici torti subiti dalle squadre del cuore dei nostri rappresentanti, lo sport più popolare del mondo condiziona da sempre la politica in ogni suo aspetto.

La comunicazione politica e il tono del dibattito pubblico non potevano perciò evitare di essere contagiati da slogan, sfottò, storpiature e metafore provenienti dal mondo del pallone. Dal “tutti in panchina” di Andreotti, a Renzi che promise di non lasciare “passare un giorno senza lottare su ogni pallone”, fino a tutte le volte che abbiamo sentito parlare di “clamoroso autogol” o “partita ancora aperta”, la storia del linguaggio politico italiano è fortemente segnata da questa unione.

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La politica che si avvicina alla gente, con un linguaggio semplice, comprensibile e con il quale i 60 milioni di commissari tecnici del nostro paese hanno confidenza.

Silvio Berlusconi e la discesa in campo con Forza Italia

logo-forza-italiaIn questo senso, il migliore – se non il primo – a spingere quasi all’eccesso l’intreccio tra il linguaggio politico e quello calcistico è senza dubbio Silvio Berlusconi. Già presidente del Milan – del quale ha sempre detto di essere grandissimo tifoso –  Berlusconi parte già dal naming del suo partito: un Forza Italia che lanciato nell’anno dei Mondiali in U.S.A. è molto di più di un semplice slogan. Da qui, alla discesa in campo il passo è breve e, di nuovo, più ancora dei gladiatori che scendono in arena, sono i calciatori a scendere in campo.

Ma l’ultimo ventennio è stato sempre più caratterizzato dall’avvicinarsi del linguaggio e della narrazione politica a quello calcistico, riducendo il tutto a una sfida tra tifoserie.

Il Movimento 5 stelle, gli sfottò e il ‘Capitano’ Matteo Salvini

Sfida tra tifoserie che – al momento – tocca il suo apice con l’arrivo sulla scena del Movimento 5 stelle e di Matteo Salvini, entrambi bravi a polarizzare il dibattito, prendendo spunto proprio dal mondo del calcio. Non è solo quello, per carità, ma gli ultimi anni e in particolare la campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018 dimostrano come da cittadini-elettori siamo via via diventati tifosi-passivi, che guardano da fuori un dibattito che ci riguarda.

C’è la nostra squadra del cuore che sta giocando il derby e noi dobbiamo sostenerla, per fare in modo che non vincano gli avversari.

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E così, Matteo Salvini diventa sempre più il ‘Capitano’, il condottiero che ci porterà alla vittoria, ricevendo sempre incitamenti a non mollare come “sei grande Capitano”, che fa molto Holly & Benji, ma che può rendere bene l’idea. Ma non solo, questo atteggiamento da derby perenne, da noi contro di loro nell’ultima, decisiva partita del campionato, prosegue anche dopo le elezioni, in un clima di campagna permanente, con l’ossimoro di un Ministro che quando comunica parla solo ai suoi tifosi. Tanto per rimanere in tema calcistico.

Lo stesso discorso vale per la dialettica utilizzata dal Movimento 5 stelle. In questo caso, più che gli esponenti sono i militanti stessi a offrire l’impressione di appoggiarsi sulla tipica comunicazione da tifoso. Cos’è il termine Pidiota se non la trasposizione in politica del rubentino, appellativo con il quale i tifosi italiani apostrofano i tifosi della Juventus?

Potremmo andare avanti ancora per molto tempo con questi esempi, ma il succo è che un linguaggio di questo tipo porta certamente una maggiore affezione da parte dei cittadini, che passano da essere elettori-attivi a spettatori-tifosi. Si convincono, si fidelizzano, chiudono fuori tutto quello che non riguarda la loro squadra del cuore e sono pronti a litigare – anche aspramente – con i tifosi delle squadre avversarie, spesso perdendo di vista dati reali e oggettività.

Tutto questo fa bene? In termini di consenso elettorale certamente sì, ma in termini di contributo al dibattito pubblico?

E gli altri partiti cosa fanno?

Insomma, è una questione di scelte e non tutti sembrano essere d’accordo. In molti casi, i partiti preferiscono ancora arroccarsi sulle loro posizioni oggettive e basate su dati e risultati tangibili evitando di farsi coinvolgere in una partita che potrebbero perdere senza accorgersi che non presentarsi al campo è un metodo certo per ottenere una sonora sconfitta.

Alla fine il dubbio è sempre lo stesso: mi conviene giocarmi la partita sul campo del mio avversario, oppure non giocarla proprio?

Tutto questo mi fa tornare in mente il libro The political brain: The Role of Emotion in Deciding the Fate of the Nation di Drew Westen, che ho letto ai tempi dell’università e che ti consiglio assolutamente.

Magari ne parleremo in un altro blogpost, ma ora chiudo, c’è la partita e io sono pur sempre in italiano 😉

 

*Fonti immagini: rainews.it, raisport.it, il giornale.it

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WhatsApp: meglio le liste dei gruppi

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Nello scorso post ti ho parlato di una pratica sempre più in voga in vista delle elezioni: l’invio degli sms a fini elettorali. Sì, lo so, non si tratta di una pratica nuova o particolarmente creativa, ma il suo aumento esponenziale ha reso necessarie alcune regole di bon ton.

Niente di eccezionale, solo alcuni spunti per non essere invadente e per non infastidire i tuoi potenziali elettori.

Tra questi uno riguarda la scelta di creare dei gruppi whatsapp nei quali pubblicare aggiornamenti, idee e spunti, con l’obiettivo di aumentare la prossimità con gli elettori. Ecco, per quanto mi riguarda posso dirti che l’intento è interessante, ma la messa in pratica può risultare carente. Molto meglio concentrarsi su una lista broadcast.

Quando utilizzare i gruppi whatsapp

I gruppi su Whatsapp sono comodi perché ti permettono di pubblicare qualcosa da mostrare a tutti quanti e di interagire con tutti i membri ma, allo stesso tempo, nei gruppi si rischia spesso di finire off topic e, soprattutto, sottopongono i messaggi dei partecipanti al giudizio di tutti i presenti. E questo, specie se si parla di idee politiche, potrebbe non essere un aspetto positivo…

…immagina di avere un’idea differente da quella dei partecipanti del gruppo: saresti disposto a farti contestare via Whatsapp?

Come dicevo, poi, l’altro problema è che l’alto numero di partecipanti, oltre a creare un elenco infinto di messaggi e risposte rischia di far deragliare presto la conversazione. Questo accade soprattutto durante le festività e le ricorrenze, quando troverai sempre qualcuno pronto a mandare messaggi o video di auguri, meme e battute spiritose (e non dirmi che non ti è mai successo!).

Se stai cercando di massimizzare il risultato, forse questa non è la strada giusta, ma dovresti concentrare le tue energie sull’organizzare bene le tue liste broadcast.

Per approfondire: Come comportarsi in un gruppo Whatsapp

Il gruppo su WhatsApp ha anche degli aspetti positivi, ovviamente. Uno su tutti riguarda la possibilità di creare un vero e proprio focus group, dedicato all’ascolto e alle proposte di una cerchia o di un gruppo di persone di cui ti fidi. In quel caso è chiaro che un luogo virtuale in cui dare sfogo alle idee può essere una buona soluzione.

Organizza le tue liste broadcast

Un altro grosso limite dei gruppi Whatsapp è che dovrai mandare messaggi impersonali, dovendoti sempre riferire al gruppo e ai partecipanti nel loro complesso. Questo, organizzando la lista broadcast non succede, perché il tuo messaggio verrà visualizzato da tutti gli appartenenti alla lista come se fosse un messaggio diretto. In questo modo potrai dare del tu a tutti i tuoi interlocutori senza sembrare fuori luogo e facendoli sentire molto più importanti.

Nota: ti suggerisco di fare una prova, creando una lista broadcast con i tuoi amici più stretti prima di lanciarti nell’impresa ufficiale.

I vantaggi, in questo caso, sono tanti:

Per prima cosa, come ti dicevo, non dovrai preoccuparti di scrivere parlando a tutto il gruppo e sarai più libero, una volta iniziata la conversazione, di svilupparla come preferisci con ogni interlocutore.

In secondo luogo, la conversazione rimarrà legata all’argomento del messaggio, evitando disturbatori (ricordi i messaggi e i video natalizi?) e in ogni caso potrai sempre troncare la conversazione se non dovesse portare ai risultati sperati.

Puoi aumentare la sensazione di prossimità e di vicinanza con i tuoi elettori, dando loro del tu e proseguendo alcune delle conversazioni.

Infine, coloro che riceveranno il tuo messaggio saranno liberi di rispondere in tutta sincerità, non dovendosi confrontare con tutto il resto del gruppo e con le opinioni altrui.

Inoltre, potrai anche organizzare più liste, suddivise in base agli interessi dei destinatari e ai diversi messaggi che vorrai inviare durante la tua campagna elettorale.

E tu? Usi le liste abitualmente o continui a preferire i gruppi? Hai in mente qualche altro punto forte o, in alternativa, qualche punto debole da segnalare?

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Regole di bon ton per gli sms in campagna elettorale

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Fissiamo subito un punto: gli sms elettori puoi mandarmeli sono se sono un tuo sostenitore o se ho espressamente fornito il consenso alla ricezione di comunicazioni da parte tua. Altrimenti no, altrimenti è spam. Sì, spam bello e buono, come le decine e decine di chiamate da parte di compagnie telefoniche o quelle email inutili che ti intasano la casella di posta.

E per quanto mi riguarda non ci sono mezze misure: io non sono un sostenitore di un partito o di un candidato, quindi non amo ricevere sms elettorali. Certo, è una cosa che può funzionare, ma non se rivolta a tutti.

Sms elettorali, quando non funzionano

Usare i messaggi per fare campagna elettorale mi suona un po’ come un “hei ciao, non ci sentiamo da un sacco di tempo. Sai che mi candido? Mi voti? Risp Grazie” ed è forse per questo che non mi fanno impazzire, specie se, come nell’esempio, arrivano dal nulla.

Costruire l’identità di un (futuro) candidato alle elezioni è un percorso lungo, che coinvolge tante persone e che si compone di un bel numero di azioni. Certo, all’interno di queste rientra anche quello dell’utilizzo di tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione – e soprattutto che siano utili alla nostra causa – per riuscire a definire i confini del personaggio ed esporre le sue idee.

Però l’utente non deve avere l’impressione che il candidato si sia ricordato di lui solo in vista delle elezioni, un po’ come il nipote che passa a trovare i nonni solo a Natale, con la speranza di ricevere un regalo. Non solo, il clima nei confronti dei politici e dei candidati è generalmente di sfiducia, con questi ultimi visti solo come qualcuno che “promette” e “vuole”.

Ora mi dirai che non sono tutti così e io ti risponderò che è vero, ma quello che conta non è la mia percezione ma quella degli elettori!

A mio avviso c’è, però, un altro importante motivo per cui dovresti andarci piano con gli sms elettorali e riguarda una sorta di invasione (violazione non sarebbe un termine corretto) della privacy. Ormai gli sms veri e propri li mandano praticamente solo le compagnie telefoniche o chi ha un qualcosa di veramente urgente da comunicare e in entrambi i casi il rischio è quello di suscitare emozioni tendenzialmente negative.

Sicuro di non disturbare? Sicuro che chi leggerà il tuo messaggio non penserà al solito politico che sta cercando di vendersi, magari mandando a tutti lo stesso messaggio?

Certo, potresti correre il rischio. Oppure puoi seguire queste semplici regole di bon ton.

Da quanto tempo non ci sentiamo?

Prima ti ho parlato del nipote che va a trovare la nonna solo a Natale, ricordi?
Ecco, se vuoi che il tuo lavoro sia efficiente devi proprio evitare questo o, almeno, fare in modo che la percezione sia diversa, per non ottenere esattamente l’effetto opposto a quello desiderato.

Chiedi l’autorizzazione e crea una lista di persone interessate

Hai mai pensato di sfruttare davvero l’sms marketing a livello elettorale? Prima di scrivere un messaggio e inviarlo a tutta la tua rubrica dovresti avere un piano d’attacco. Cerca di capire quali siano gli elettori sensibili al tuo messaggio e fai in modo di renderli recettivi; raggruppali e inseriscili in una lista.

Questo è un passaggio molto importante: dovresti creare una lista broadcast e non un gruppo e in questo post ti spiego il perché!

Cerca un contatto prima di chiedere un’azione

Un’ultima regola di bon ton, che si incastra con tutte le altre: devi cercare di evitare la vendita a freddo. Cosa significa questo? Semplicemente che non puoi presentarti alla porta (o al telefono) e mettere subito sul tavolo la tua offerta. Devi preparare il tuo potenziale cliente, renderlo interessato a quello che hai da dire e fugare i suoi dubbi, dopodiché potrai presentare la tua proposta.

Come intendere questi suggerimenti? Beh, un’idea potrebbe essere quella di sfruttare gli sms dentro la campagna elettorale e non nel momento iniziale e di concentrarti sui tuoi sostenitori e sugli indecisi che pendono dalla tua parte, così da non indispettire gli altri..

Che ne dici?