social-comunicati-stampa

Come gestire i comunicati stampa sui social

Posted on Categories: SocialTags: 0

Il comunicato stampa ha ancora un ruolo decisamente rilevante all’interno di una strategia di comunicazione. Purtroppo, forse per pigrizia o forse per superficialità, sono ancora tante le aziende (ma soprattutto i partiti) che decidono di copiarne e incollarne il contenuto sui social con la speranza di ottenere qualche risultato. Come vedremo più avanti, si tratta di una scelta sbagliata per una buona serie di motivi che riguardano in particolare la sua struttura, il suo target e il suo linguaggio, che poco si presta alle dinamiche dei social.

Non dobbiamo per questo stravolgere tutta la nostra comunicazione o rinunciare a uno strumento così importante come il comunicato stampa: basta tenere in considerazione questi cinque punti prima di procedere con la pubblicazione del nostro contenuto.

Pubblicare un comunicato stampa su Facebook: 5 cose da sapere

Dirette, post e disintermediazione non sono stati in grado di uccidere il comunicato stampa, che è vivo, vegeto e in discreta salute. Se, però, provassimo ad analizzare un qualunque comunicato stampa incollato per intero su Facebook avremmo probabilmente un’impressione differente. Quindi non perdiamo altro tempo e proviamo ad affrontare questi cinque spunti di riflessione.

1) A mezzi diversi corrispondono linguaggi diversi

Questa è una frase che chiunque intenda occuparsi di comunicazione dovrebbe avere scritta su un post-it da attaccare al computer. Qui mi rivolgo soprattutto ai non professionisti che si trovano a dover seguire la comunicazione dell’azienda di famiglia o di una piccola associazione benefica.

A mezzi diversi corrispondono linguaggi diversi: il comunicato stampa ha una sua forma precisa e un linguaggio definito, propone un certo tipo di contenuto e si rivolge a  un determinato pubblico (vedi punto 3) ed è quindi normale che non si presti a tutti gli usi, almeno nella sua forma originale.

Perciò, in virtù di questa regola postare per esteso il suo contenuto su una Pagina Facebook dovrebbe essere vietato dalla Costituzione, o almeno dal bon ton.

2) Tempus Fugit

È paradossale: passiamo in media 2-3 ore al giorno su social ma non abbiamo tempo da perdere!

Tradotto: proporre un contenuto testuale lunghissimo e scritto con tutti i crismi del comunicato stampa è il modo migliore per assicurarsi che nessuno stia ad ascoltare quello che abbiamo da dire. Solo pochi eletti (i nostri sostenitori più attivi) si fermeranno a leggere in modo attento il nostro post, mentre tutti gli altri daranno una lettura diagonale al volo o, cosa ancora più probabile, salteranno direttamente al contenuto successivo. Gattino batte comunicato stampa 100 a 0, insomma.

Quindi, la soluzione migliore è di nuovo quella di creare un contenuto ad hoc nella forma, per riuscire a dire in modo efficace quello che vuoi. Un’idea, in questo caso, potrebbe essere di fare un breve e accattivante riassunto del contenuto per poi dare la possibilità di approfondire il tutto attraverso un link esterno al comunicato stampa o (ancora meglio) a un blog post che spieghi per esteso il tuo punto di vista.

3) È un pubblico diverso

Quando non distribuito urbi et orbi, il comunicato stampa serve, appunto, alla stampa. È un insieme di informazioni a uso e consumo di un intermediario, che potrà poi decidere se riprenderlo in parte, elaborarlo, contattarti per approfondire o ignorarlo. Ma per riuscire ad attirare l’attenzione della stampa hai bisogno di tutta una serie di espedienti e tecniche che su Facebook sarebbero superflui, visto che chi ti segue dovrebbe essere interessato a quello che fai. Su Facebook non hai bisogno di un intermediario, non hai bisogno di trovare modi per convincere qualcuno a riprodurre o elaborare il tuo contenuto per renderlo fruibile al grande pubblico.

Su Facebook hai il grande pubblico. Tu devi essere bravo a farti ascoltare.

4) Il tuo pubblico ti conosce già

Nei comunicati stampa è spesso presente una bella premessa in terza persona in cui i vari partiti ricordano il loro ruolo in questo, la loro storica battaglia in quello, la decisione di non appoggiare Eva al momento di cogliere la mela e si concludono con le firme e con la celebre “preghiera di diffusione”. Ecco, fermati un momento e guarda la tua Pagina Facebook: c’è il nome, c’è il logo, c’è lo storico di quello che hai fatto e ci sono un sacco di alte cose. Quindi:

  • parlare in terza persona o rafforzare la prima plurale (noi di *partito politico*) è decisamente superfluo;
  • La preghiera di diffusione (sob!) non ti serve o al massimo puoi mascherarla nel copy
  • Le firme non ti servono perché hai un logo e un simbolo e quello è il tuo canale istituzionale
  • Non hai bisogno di ricordare periodicamente ai tuoi fan che tu, quella volta, eri d’accordo con Adamo e non con Eva: lo puoi fare, sì, ma solo in determinate occasioni e solo se necessario.

5) Rompe la narrazione

La tua Pagina Facebook è popolata di contenuti interessanti e fruibili, organizzati secondo un calendario editoriale e finalizzati al raggiungimento di determinati obiettivi strategici, giusto? Ecco, sicuro che il tono, il mood e la forma di un comunicato stampa standard possano rientrare all’interno della tua narrazione?

Credo sia molto più probabile che il post con il comunicato rappresenti una sorta di rottura della narrazione originale; qualcosa che spezza quello che stai facendo e richiede l’attenzione e la concentrazione del lettore. Un po’, per intenderci, quello che accade con le pubblicità in tv: tu stai guardando un film e, nel momento di maggiore intensità emotiva, taaaac…

Dei cinque punti che abbiamo visto, però, questo è forse l’unico che potrebbe presentare degli aspetti positivi, regalando un ruolo centrale al comunicato stampa pubblicato tout court. Se usato con parsimonia e solo per le questioni davvero importanti, un comunicato stampa formale all’interno di una narrazione più colloquiale può catturare l’attenzione in modo decisivo, come a dire “adesso fermi tutti: abbiamo una cosa molto seria da dire”.

Ovviamente, affinché questo meccanismo funzioni è necessario che venga utilizzato il meno possibile.

Conclusione: cosa farne dei comunicati stampa?

Stringendo al massimo la conclusione (questo è un post più lungo del solito) potremmo dire che i comunicati stampa hanno certamente una grande rilevanza nel mondo della comunicazione ma, tranne rare eccezioni, non si prestano bene ai social media. Copiare in un post quello che hai scritto da un’altra parte non è perciò una buona idea: linguaggio, lunghezza e mood rendono difficile la fruizione di quel contenuto. Un’alternativa, se proprio abbiamo intenzione di usare i comunicati stampa sulla pagina Facebook, è quella di pubblicarli sono in circostanze davvero eccezionali, in modo che malgrado quello che abbiamo visto sopra possano comunque catturare l’attenzione del lettore e dare la sensazione di qualcosa di solenne.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

solitudine-della-sinistra

Se la sinistra non ha più voce

Posted on Categories: SocialTags: 0

Totalmente afona, più divisa del solito, incerta sul da farsi e con poche idee e ben confuse su come comunicare. Ecco come sembra presentarsi la sinistra italiana in questo periodo. Lungi da me affrontare qui questioni di natura, ma visto che nel post in cui parlavo della comunicazione dei vincitori ho promesso di occuparmi anche degli sconfitti, beh, eccoci qui.

Comunicare a sinistra: disclaimer

Siccome so già che questo post non tratterà – e del resto non potrebbe neanche farlo – a fondo tutte le questioni e le problematiche, voglio iniziare dicendoti che qui proverò a dare un’impressione generica e generale sulla percezione della comunicazione di sinistra. Su quello che arriva, insomma. Perché non è vero, almeno secondo me, che “a sinistra non c’è più nessuno o che alle persone non interessano più certe tematiche“. Semplicemente, per fare un esempio: se in una festa stai zitto in un angolo con la speranza che la ragazza più bella molli tutti per venire a chiederti cos’hai, beh, finisce che torni a casa senza aver parlato con nessuno.

Insomma, sembra che possiamo riassumere tutti i dubbi della comunicazione a sinistra con questo video:

Un altro fattore davvero interessante, almeno guardandolo da fuori, è quella sorta di snobismo che traspare e che fa urlare a molti “ma ai problemi veri della gente chi ci pensa?” Magari la sinistra lo fa, ma sono altri a prenderne la paternità, almeno a livello narrativo. E no, cari amici di sinistra, parlare di narrazione non deve sembrarvi un’eresia: è lei lo strumento che serve a raggiungere il tanto agognato (e quasi dimenticato) successo elettorale.

La comunicazione politica di sinistra

Veniamo al nocciolo della questione: perché la sinistra, quando deve comunicare, perde sempre?

Le idee e le opinioni a spiegazione della cronica difficoltà della sinistra a comunicare sono tante e partono dalla cronica ricerca di parlare alla parte razionale di ogni elettore – cosa mostratasi nel tempo assolutamente inefficace – all’utilizzo di un linguaggio difficile (chi non ricorda il “cuneo fiscale” di Prodi contrapposto al celebre “abolirò l’IMU” di Berlusconi?), passando per le profezie alla Fassino (leggasi: “Se Grillo vuole fare politica fondi un partito e vediamo quanti voti prende“) che dimostrano uno scollamento dalla realtà e arrivando alla tendenza ormai consolidata di porsi a moralizzatori e giudici dei comportamenti umani.

Cioè non di tutti i comportamenti, diciamo solo quelli degli altri.

In giro è pieno di cattivi ma passare il tempo a spiegare quanto siano antipatici gli altri non ti renderà certo più simpatico, così come descrivere quanto “poco” siano i tuoi avversari non ti farà sembrare un eroe, specie se parti da una condizione di svantaggio e non sei proprio l’anima della festa.

Non dimentichiamoci la pancia

E se la soluzione per rendere la sinistra attraente sia quella di parlare dei problemi del quotidiano, ridimensionando i temi filosofici e di alta cucina per poi reinserirli nuovamente una volta migliorata l’immagine in generale? Ci sono più prospettive dalle quali affrontare un tema e ci sono più modi di comunicarlo, basta scegliere quello che oltre a far passare il messaggio possa raggiungere più facilmente gli elettori. Non sto parlando di fare del populismo spicco ma di non dimenticare la pancia dell’elettore medio.

Prendiamo come esempio la comunicazione sulla sacrosanta parità di genere.
Possiamo partire trattando la questione del maschilismo della lingua italiana, parlare dello squilibrio rappresentativo tra uomini e donne o concentrarci su qualcosa di ancora più tangibile come ad esempio la disparità retributiva. Non c’è un giusto e uno sbagliato, ma più entriamo nel quotidiano, più rendiamo tangibile la nostra battaglia e più possibilità avremo di trovare sostenitori. Parlare, come ho fatto poco sopra di “maschilismo del linguaggio italiano nelle istituzioni” può apparire come sensato, ma dire che “le donne guadagnano l’x percento in meno degli uomini” è decisamente più immediato.

E anche se questo esempio non calza proprio a pennello per ottenere orde di nuovi sostenitori, la lezione generale è che dobbiamo seguire il nostro modo di narrare la vicenda, permettendo alle persone di “toccare con mano” quello che stiamo dicendo.

N.B.: prima che tu possa darmi del maschilista o simili voglio ribadire che questo è solo un esempio per mostrare come vi siano diverse prospettive e diversi modi di comunicare la stessa identica cosa. Poi decidi tu quale scegliere.

Insomma, parlare anche alla pancia delle persone senza scadere nel populismo che la sinistra dice di combattere si può e non è niente di così sconvolgente. Temi rilevanti per l’opinione pubblica ce ne sono, basta solo trovare il modo di parlare con le persone e non più alle persone.

In sintesi: comunicare a sinistra è difficile ma non impossibile

Per chiudere quello che vuole essere uno spunto sull’argomento, cerchiamo di stringere. La sinistra fatica da sempre a comunicare (non è una cosa tutta italiana, anche la gauche* made in USA ha faticato praticamente sempre) e molto dipende da una sorta di miopia. La storica tendenza a pontificare da un qualche pulpito, lo snobismo che ha contraddistinto alcuni personaggi di spicco dei vari partiti nell’interpretare alcuni processi (non ultima la celebre uscita di Fassino sul Movimento 5 Stelle), il comunicare temi storici nello stesso modo in cui l’avrebbero fatto 30 anni fa, il farsi sorpassare tra la gente perfino dalla destra. Non penso che sia vero che questo non è il tempo della sinistra; penso più semplicemente che questo non sia il tempo di una sinistra che dimentica di sedersi al tavolo con le persone per parlare con loro.

La sinistra si è messa in un angolo convinta che prima o poi possa arrivare la ragazza che le piace a chiedere quale sia il problema. Il fatto è che se stai lì la ragazza non arriva mai, mentre tutti gli altri si divertono.

Insomma, alla fine, che tu non venga o che tu stia in un angolo, non ti si nota lo stesso.

 

*sì, lo so, adesso mi direte che la sinistra americana non è una vera e propria sinistra e che non si dice americano ma statunitense. 🙁

 

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

orson-welles-radio-ufo

Orson Welles, alieni e comunicazione politica

Posted on Categories: SocialTags: 0

Devo ammetterlo: la prima volta che ho sentito parlare di Orson Welles e della Guerra dei mondi sono rimasto folgorato dall’accaduto. Certo, il racconto che ho sentito era farcito con dettagli più o meno realistici e ingigantito al punto da far sembrare la reazione degli americani una sorta di preparazione all’apocalisse più di quanto  – a quanto pare – non lo sia stato veramente. Ma da questa storia così affascinante possiamo ricavare ancora oggi degli spunti interessanti, specie se parliamo di comunicazione politica, marketing elettorale e propaganda.

La Guerra dei Mondi in diretta radio

Può un programma radiofonico – annunciato prima e dopo la messa in onda – essere talmente verosimile da scatenare il panico negli ascoltatori? La risposta arriva dritta dritta dal 30 ottobre del 1938. Alle 20 in punto la CBS manda in onda uno sceneggiato radiofonico interpretato proprio da Welles che, spezzone dopo spezzone, racconta un’invasione aliena con tanto di servizi dell’inviato.

Tutto sembra andare secondo copione tranne la reazione dei radioascoltatori che cominciano ad abbandonare le loro abitazioni per raggiungere le chiese e in certi casi – secondo leggenda – a suicidarsi e a gettare intere città nel caos. Qualcuno pare addirittura aver chiamato in redazione chiedendo “A che ora è la fine del mondo?”*
Storie e leggende che si integrano e si ingigantiscono di bocca in bocca.

E pensare che Welles avrebbe voluto rinunciare allo sceneggiato perché poco convincente..

Verosimile o assurda, purché funzioni

Ci sono due cose che mi affascinano dell’intera vicenda legata alla Guerra dei mondi e agli strascichi che l’hanno portata fino ai giorni nostri.

La prima riguarda il programma in sé: stando a quanto riportato da Il Post, la storia non pare in realtà aver suscitato quell’ondata di paura di cui si è parlato ma – e qui sta il bello – è arrivata fino ai giorni nostri a furia di leggende. Certo è che vista da qui, la storia degli americani che nel 1938 ascoltano la radio e si spaventano non pare così assurda ma, anzi, mi pare del tutto verosimile che, negli anni 30 una buona fetta di popolazione delle campagne fosse poco scolarizzata e pronta a credere a qualunque cosa passasse in radio. A te no?

La seconda si lega invece all’assurdità della storia e di un’invasione aliena alquanto improbabile (lo è sempre, fino al giorno in cui non arriveranno per davvero). Ecco, questo è il punto principale: noi crediamo a due tipi di storie (oltre a quelle reali, naturalmente): quelle talmente realistiche da sembrare plausibili e quelle così tanto lontane dalla realtà da farci pensare “beh, è anche una storia strana, ma che interesse avrebbe il giornalista/conduttore/politico a farmi passare per buona un’assurdità del genere?“. Lezione numero due: se devi raccontare una balla raccontala molto ma molto grande.
Ed ecco spiegato perché una storia così sia diventata un racconto incredibilmente affascinate che verrà raccontato ancora per tantissimi anni.

Comunicazione politica: verosimili e assurde ma pur sempre false?

Va bene, ma alla fine cosa c’entrano Orson Welles e i suoi alieni invasori con la comunicazione politica, la propaganda e il marketing elettorale? Sono certo che ci sarai già arrivato da solo, ma la storiella di Welles ci mostra (o serve a dimostrare) come sia possibile alterare la percezione delle cose. Facendo questo esempio siamo riusciti a mettere una percezione alterata dentro l’altra: quella degli americani che avrebbero creduto alla storia di Orson Welles e quella nostra, che crediamo alla storia degli americani che hanno creduto alla storia dell’invasione che al mercato mio padre comprò.

A parte gli scherzi, alterare la percezione è una tecnica usata molto spesso dai partiti politici per ottenere e/o aumentare i consensi e in questo senso i social hanno dato una mano davvero importante a certe formazioni. Il grande vantaggio di utilizzare i social per fare comunicazione politica non risiede tanto nella possibilità di raggiungere più persone a un costo minore quanto piuttosto nel fatto che, con una campagna ben strutturata, che tocchi i tasti giusti e che abbia il tempo di svilupparsi, abbiamo la possibilità di modificare la percezione che le persone hanno di certi argomenti al punto da creare una nuova realtà, magari sfruttando il fatto che sul web una notizia falsa ripetuta all’infinito diventa incredibilmente vera, almeno nella nostra testa.

Abbiamo parlato di invasione aliena, ma di esempi ce ne sono davvero tanti intorno a noi (e non mi interessa riportarli qui). Se, però, vuoi saperne di più sulla percezione ti rimando a questo articolo di Annamaria Testa su Internazionale: Le percezioni distorte degli italiani.

Ecco perché è così importante per un partito o un movimento trovare e portare avanti una narrazione credibile sul web: chi ha cominciato a farlo per tempo ne sta godendo i frutti ora, mentre tutti gli altri sono ancora lì a domandarsi il perché della sconfitta…

*Da qui nasce la celebre canzone dei REM

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

leader-e-comunicazione

Non funziona proprio così

Posted on Categories: SocialTags: 0

Non funziona così. O non dovrebbe funzionare così. O così non funziona.

Insomma, vedi un po’ tu, ma il concetto è piuttosto semplice: il linguaggio della politica sembra essersi dimenticato di uscire dal pantano della campagna elettorale o, almeno, di scivolare verso un linguaggio istituzionale, generalmente richiesto a chi governa.

Come parla la politica?

Sono state consumate non so quante tastiere per parlare di campagna elettorale permanente, ma il 2018 ha segnato un ulteriore punto di svolta nel modo di comunicare da parte della classe politica. Certo, in tutto questo influiscono il clima di polarizzazione, l’insoddisfazione dei cittadini di un paese in difficoltà e i nuovi (sob!) mezzi di comunicazione. Che i social abbiano avuto il ruolo di acceleratori e diffusori del messaggio è indubbio, specie quando il contenuto originale era qualcosa di sensazionale che non lasciava tanto spazio alle riflessioni.

Qui, però, il punto è un altro. Il linguaggio della politica è rimasto sostanzialmente lo stesso anche nel passaggio dal 4 al 5 marzo. C’è chi parlava di poteri forti e continua a farlo anche se ora governa, chi trovava colpevoli e non ha di certo smesso con lo sbocciare della primavera e c’è chi seppur spinto in un angolo dai risultati delle urne continua imperterrito a difendere le sue scelte.

LINGUAGGIO E POLITICA, LEGGI ANCHE: La politica che parla come il calcio

Tutti hanno continuato sulla linea iniziale noncuranti delle posizioni, dei ruoli e dei risultati, quasi come se dovessimo votare di nuovo la prossima settimana o, magari, come se non avessero altro modo per ottenere consenso. La mia sensazione è che, in certi casi, si sia alzato talmente il tiro che adesso ogni affermazione ne pretenderà una successiva ancora più forte, mentre in altri casi, specie verso sinistra, se ci limitiamo a questo preciso argomento sembra che resti ancora tutto legato a quello che fu lo storico errore dei Democratici americani: parlare al cervello ignorando interamente la pancia.

Come dovrebbe parlare la politica dopo le elezioni

Il problema etico, linguistico e culturale è che dopo le elezioni la politica non dovrebbe più parlare così, se non altro per rispettare quel gioco democratico che prevede che al vincitore tocchi rappresentare la nazione intera, compreso chi ha votato per gli altri. Ecco, il punto cruciale è proprio questo: dal 5 marzo e fino a tempi maturi, la comunicazione classica del marketing elettorale avrebbe dovuto trasformarsi in comunicazione istituzionale.

Niente ministri che se la prendono con i tecnici o che ignorano una fetta consistente della popolazione, nessuna maggioranza che scarica su altri la difficoltà di governare, nessuna (o almeno poche) storie legate ai complotti degli illuminati. Nessun muro contro muro con le istituzioni sovranazionali o con la fetta di popolazione in disaccordo. In pratica, governare un paese dovrebbe significare diventare allenatore della Nazionale dopo aver allenato un club: non puoi mica convocare quelli scarsi perché quelli forti giocano nel club che si contendeva lo scudetto con il tuo, no?

Ecco, sentir parlare i vincitori di “rosiconi” o simili può andare bene nel giorno della festa scudetto dopodiché quei rosiconi entrano a far parte della tua squadra e non puoi, da rappresentante delle istituzioni, sbeffeggiarli o escluderli.

Soprattutto in politica, la forma è sostanza e chi rappresenta le istituzione dovrebbe portare avanti un linguaggio inclusivo e non esclusivo. Anche se, me ne rendo conto, non è così facile uscire dalla zona di comfort e smettere di punto in bianco di seguire la pancia di “chi mi ha messo lì”. Nel mondo dei sogni, però, fuori dalla campagna elettorale gli elettori smettono di essere un’unità di misura e tornano a essere cittadini.

E questo per riguarda i vincitori. Sugli sconfitti non so proprio da dove iniziare…

 
…ma prometto di farlo.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

renzi-calcio

La politica che parla come il calcio

Posted on Categories: SocialTags: 0

La commistione tra politica e calcio, in un paese come l’Italia, è qualcosa di arcinoto e neanche troppo recente. Dai politici che acquistano squadre di calcio ai dirigenti (o calciatori) che tentano la carriera politica, dalle tifoserie politicizzate fino alle interrogazioni parlamentari su ipotetici torti subiti dalle squadre del cuore dei nostri rappresentanti, lo sport più popolare del mondo condiziona da sempre la politica in ogni suo aspetto.

La comunicazione politica e il tono del dibattito pubblico non potevano perciò evitare di essere contagiati da slogan, sfottò, storpiature e metafore provenienti dal mondo del pallone. Dal “tutti in panchina” di Andreotti, a Renzi che promise di non lasciare “passare un giorno senza lottare su ogni pallone”, fino a tutte le volte che abbiamo sentito parlare di “clamoroso autogol” o “partita ancora aperta”, la storia del linguaggio politico italiano è fortemente segnata da questa unione.

veltroni-dalema 2

La politica che si avvicina alla gente, con un linguaggio semplice, comprensibile e con il quale i 60 milioni di commissari tecnici del nostro paese hanno confidenza.

Silvio Berlusconi e la discesa in campo con Forza Italia

logo-forza-italiaIn questo senso, il migliore – se non il primo – a spingere quasi all’eccesso l’intreccio tra il linguaggio politico e quello calcistico è senza dubbio Silvio Berlusconi. Già presidente del Milan – del quale ha sempre detto di essere grandissimo tifoso –  Berlusconi parte già dal naming del suo partito: un Forza Italia che lanciato nell’anno dei Mondiali in U.S.A. è molto di più di un semplice slogan. Da qui, alla discesa in campo il passo è breve e, di nuovo, più ancora dei gladiatori che scendono in arena, sono i calciatori a scendere in campo.

Ma l’ultimo ventennio è stato sempre più caratterizzato dall’avvicinarsi del linguaggio e della narrazione politica a quello calcistico, riducendo il tutto a una sfida tra tifoserie.

Il Movimento 5 stelle, gli sfottò e il ‘Capitano’ Matteo Salvini

Sfida tra tifoserie che – al momento – tocca il suo apice con l’arrivo sulla scena del Movimento 5 stelle e di Matteo Salvini, entrambi bravi a polarizzare il dibattito, prendendo spunto proprio dal mondo del calcio. Non è solo quello, per carità, ma gli ultimi anni e in particolare la campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018 dimostrano come da cittadini-elettori siamo via via diventati tifosi-passivi, che guardano da fuori un dibattito che ci riguarda.

C’è la nostra squadra del cuore che sta giocando il derby e noi dobbiamo sostenerla, per fare in modo che non vincano gli avversari.

salvini-milan

E così, Matteo Salvini diventa sempre più il ‘Capitano’, il condottiero che ci porterà alla vittoria, ricevendo sempre incitamenti a non mollare come “sei grande Capitano”, che fa molto Holly & Benji, ma che può rendere bene l’idea. Ma non solo, questo atteggiamento da derby perenne, da noi contro di loro nell’ultima, decisiva partita del campionato, prosegue anche dopo le elezioni, in un clima di campagna permanente, con l’ossimoro di un Ministro che quando comunica parla solo ai suoi tifosi. Tanto per rimanere in tema calcistico.

Lo stesso discorso vale per la dialettica utilizzata dal Movimento 5 stelle. In questo caso, più che gli esponenti sono i militanti stessi a offrire l’impressione di appoggiarsi sulla tipica comunicazione da tifoso. Cos’è il termine Pidiota se non la trasposizione in politica del rubentino, appellativo con il quale i tifosi italiani apostrofano i tifosi della Juventus?

Potremmo andare avanti ancora per molto tempo con questi esempi, ma il succo è che un linguaggio di questo tipo porta certamente una maggiore affezione da parte dei cittadini, che passano da essere elettori-attivi a spettatori-tifosi. Si convincono, si fidelizzano, chiudono fuori tutto quello che non riguarda la loro squadra del cuore e sono pronti a litigare – anche aspramente – con i tifosi delle squadre avversarie, spesso perdendo di vista dati reali e oggettività.

Tutto questo fa bene? In termini di consenso elettorale certamente sì, ma in termini di contributo al dibattito pubblico?

E gli altri partiti cosa fanno?

Insomma, è una questione di scelte e non tutti sembrano essere d’accordo. In molti casi, i partiti preferiscono ancora arroccarsi sulle loro posizioni oggettive e basate su dati e risultati tangibili evitando di farsi coinvolgere in una partita che potrebbero perdere senza accorgersi che non presentarsi al campo è un metodo certo per ottenere una sonora sconfitta.

Alla fine il dubbio è sempre lo stesso: mi conviene giocarmi la partita sul campo del mio avversario, oppure non giocarla proprio?

Tutto questo mi fa tornare in mente il libro The political brain: The Role of Emotion in Deciding the Fate of the Nation di Drew Westen, che ho letto ai tempi dell’università e che ti consiglio assolutamente.

Magari ne parleremo in un altro blogpost, ma ora chiudo, c’è la partita e io sono pur sempre in italiano 😉

 

*Fonti immagini: rainews.it, raisport.it, il giornale.it

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

Rimani aggiornato!