fuga dai social

Perché essere noi stessi su Facebook

Posted on Categories: Cultura DigitaleTags: , 0

Individuare i problemi legati ai social non è opera così complicata, specie in questo periodo. Chiunque di noi, trascorrendo qualche ora su Facebook può benissimo accorgersi di cosa stia succedendo sulla piattaforma di Mark Zuckerberg. Bene o male, infatti, tutti rischiamo di essere fagocitati in un gozzovigliare di bufale, profili fake, flame e polemiche…

Un po’ fa parte del gioco, per carità, ma stiamo esagerando al punto da far ‘scappare’ i più giovani che, per un motivo o per un altro, scelgono di rinunciare ai loro account Facebook e passare il loro tempo virtuale da un’altra parte. Certo, non è solo colpa nostra, ma…

Come stanno le cose

A dire il vero, i problemi di Facebook sono noti da tempo, ma le soluzioni sembrano latitare… Da un lato, se pensiamo ai ragazzi, uno dei motivi del loro abbandono è il carattere estremamente generalista di Facebook. Qui puoi trovare persone di tutte le età e di ogni livello di istruzione, argomenti di ogni genere trattati più o meno seriamente, avvelenatori di pozzi e predicatori nel deserto.
Una eterogeneità, quella di Facebook, che non piace ai giovanissimi perché faticano a trovare una funzione, un motivo, uno ‘scopo’. Per loro – e me lo hanno confermato anche i miei studenti under 18 – è molto meglio spostarsi su qualcosa di diverso.

Il carattere generalista di Facebook, che lo rende come una virtuale piazza di persone urlanti, è però secondo me solo uno dei problemi, forse quello più difficile da risolvere. Immaginate un attimo di essere degli adolescenti che entrano in un bar: restereste a far festa con i vostri amici quando nel tavolo a fianco ci sono i vostri genitori e i loro amici che, palesemente su di giri, farfugliano cose a caso alternando lezioni di vita a strafalcioni imbarazzanti?

Ecco, in un certo senso è quello che sta succedendo su Facebook, un bar in cui i tardivi digitali si riuniscono e si lasciano andare in curiose considerazioni e affermazioni pesanti, tutto condito da un linguaggio imbarazzante e dal più classico dei “ma tu sei giovane, cosa vuoi saperne?”. Voi, a 15 anni, sareste rimasti in un luogo così?

Sono sincero: io no.

A questo dobbiamo aggiungere la caterva di profili fake che vengono fuori ogni giorno come funghi dopo un giorno di pioggia. Profili che ci vedono ‘in target’ e che ci chiedono l’amicizia per raggiungere i loro scopi.

Quindi, facciamo uno più uno e vediamo che la situazione – specie per un giovane – è abbastanza tragica. Stare su Facebook a 15 anni può apparire come una giungla fatta di insidie, difficoltà e i tuoi genitori ubriachi che si insultano a voce alta.

Ripeto la domanda: a 15 anni stareste in un posto così?
Ripeto la risposta: Io, no.

La soluzione è davanti ai nostri occhi

Certo, non sarà sicuramente così, ma così è come appare e sinceramente non me la sento di sorprendermi per l’atteggiamento dei giovani, ma anche di tante altre persone che piano piano organizzano il trasloco.

Eppure bisogna dire che la soluzione, per evitare buona parte di questi problemi, non sarebbe neanche tanto difficile da trovare. Se togliere il virtuale bicchiere di vino agli avventori non è possibile, un modo per ridurre ai minimi storici i fake, abbassare i toni e migliorare l’ambiente ci sarebbe ed è quello di responsabilizzare noi utenti. Come? Obbligandoci a essere noi stessi.

Al momento per iscriverti a Facebook è sufficiente dichiarare di avere 13 anni e dare un altro paio di conferme, tra le quali il nome. Io pure, per fare un esempio, avrò cambiato nome 5 o 6 volte, fino a quando Facebook mi ha suggerito che potrei avere delle crisi identitarie 😉

Ma a parte questo, quello che voglio dire è che sarebbe sufficiente obbligarci a presentarci con il nostro nome e a – rilancio un’idea non mia – inserire il codice fiscale. In questo modo non potremmo che avere un solo profilo, diventando automaticamente responsabili di quello che scriviamo e riducendo drasticamente gli avvelenatori di pozzi.

E se non è un freno questo…

Un limite, insomma, ci deve essere e a quanto pare – ma forse perché molte persone lo ignorano – la minaccia di incorrere in sanzioni penali per offese e diffamazione non è sufficiente. Quindi, o mettiamo all’ingresso un bel cartello con sù scritti i rischi e le regole, oppure cominciamo singolarmente ad assumerci le nostre responsabilità bloccando i fake, spegnendo i flame, abbassando i toni ed evitando di sembrare un gruppo di ubriaconi che farfugliano frasi sconnesse.

A noi la scelta.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

foto-bambini-su-internet

Sfida tra mamme: ecco perché non è una buona idea!

Posted on Categories: Cultura DigitaleTags: , 14

Articolo aggiornato il 18 luglio 2018

Quando ho pubblicato la versione originale di questo post ormai più di due anni fa, l’ho fatto abbastanza di fretta e con una semplice intenzione: suggerire ai genitori di prendere in considerazione i potenziali rischi di postare foto di bambini su Facebook o, in generale, su Internet.

Se lo ricordi, la foto dell’articolo originale era questa:

facebook-sfida-tra-mamme

peraltro particolarmente brutta, se non fosse che ha comunque fatto il giro del web. Il tema della sfida tra mamme e delle foto dei bambini sul web era abbastanza sentito, anche se di certo non mi aspettavo alcuni dei commenti (pazienza, me ne farò una ragione).

Sfida tra mamme e foto di bambini sul web: il post di due anni fa

Il gioco del momento su Facebook è la sfida tra mamme (o sfida della maternità): metti 3 foto che dimostrino il tuo orgoglio di essere mamma e chiama in causa, taggandole, altre tue amiche. Fino a qui tutto normale, è bellissimo che molte mamme dimostrino la loro felice nell’esserlo, ma forse non prendono in considerazione i rischi che corrono…

Prima che da professionista, parlo da amante dei social e, anche forse da pignolo e pessimista. Già, perché i social sono un ambiente fantastico per tantissimi motivi, anche lato utente, non ultimo il fatto di ottenere una sorta di appagamento dettato da like e commenti positivi. Il problema, però, è che “il meraviglioso mondo di internet” nasconde anche dei lati un po’ meno divertenti e sarebbe bene non coinvolgere i bambini.

Sfida tra mamme: attenzione

Detto di quanto sia bello condividere l’amore per i propri pargoli con tutto il web, vediamo ora perché non è conveniente e, anzi, perché sarebbe meglio evitare di farsi coinvolgere in questo gioco.

Sono generalmente contrario a pubblicare foto dei bambini, in qualsiasi contesto, malgrado queste possano creare maggiori interazioni. Ecco perché lo sconsiglio anche ai miei clienti, preferendo optare per altre situazioni e altri protagonisti. Perché? Semplice:

una volta pubblicata una foto su Facebook, questa va a finire “in rete” e non è più possibile controllare dove andrà a finire: chi la condividerà? chi compirà azioni sulle condivisioni? Insomma, già il fatto che la foto finirà con il perdersi nell’oceano blu dovrebbe farvi capire che non si tratta proprio di una buona idea.

Non solo, il rischio più grave, ma la premura non è mai troppa, è che le vostre meravigliose immagini vengano scaricate da Facebook e ricaricate su un qualunque altro sito o che possano finire nelle mani di malintenzionati: bastano 2 click e l’immagine è bella bella sul computer di una qualsiasi persona nel mondo.

Non basta?

Se anche questo non dovesse bastare a farvi cambiare idea, sappiate che non serve proprio un mostro del fotoritocco per estrarre dal contesto della foto il vostro bambino e “riposizionarla” in un qualunque altro contesto o, ancora, prendere la faccia di vostro figlio e metterla chissà dove. Insomma, una cosa davvero agghiacciante, non credete?

NOTA: quando dico chiunque e ovunque intendo proprio dire tutti e dappertutto, provate ad immaginare anche gli scenari negativi.

AGGIORNAMENTO DEL 18 LUGLIO: CHE LE FOTO POSSANO ESSERE OVUNQUE NON È UNA SCUSA

Ecco quello che mi sento di aggiungere dopo più di due anni dal post originale sulla sfida tra mamme, ovvero il giochino di pubblicare tre foto di bambini sui social. Ripeto, come ho già detto più volte, che questa non è un’accusa, ma una semplice riflessione. Da quel giorno a oggi mi è arrivata da più parti la considerazione secondo la quel “ma tanto le foto ci sono già, che differenza vuoi che faccia?” fino al “ma tanto le avete sul cloud del telefono e possono comunque prenderle da lì, quindi non è un problema” (questa detta da un collega, sigh!).

Ecco, no, non penso che queste possano essere scuse per non prestare attenzione.

Ripeto, per l’ennesima volta, che ognuno è libero di fare ciò che crede più opportuno  e giusto e che io, semplicemente, non lo farei. Ma dire che potrebbero hackerarvi il telefono e che quindi tanto vale che siate voi a pubblicarle proprio non ha senso: è come dire a qualcuno:

corri già dei rischi mantenendo un pessimo stile di vita quindi vai pure a giocare a mosca cieca in autostrada“.

Ecco, no, questo non è un ragionamento logico, né per il fatto che dire che “possono hackerarti il telefono” (manco fossi Lady Gaga) quello sì che è mettere paura, né perché l’impianto non tiene proprio.

Conclusione: la sfida tra mamme vista due anni dopo

Credo sia davvero fantastico poter diventare mamma (essendo uomo non lo saprò mai) e credo che non ci sia nulla al mondo che sia neanche lontanamente paragonabile, ma sono convinto che Internet non sia il luogo migliore per mostrarne l’orgoglio.

Insomma, io rimango della mia idea: ci sono dei rischi che vanno valutati e io, personalmente e in maniera del tutto sincera, se mai dovessi diventare genitore cercherò di limitarli. Poi ognuno ha le sue sensibilità e le sue idee.

Siamo qui per parlarne.

 

 

Nota: sì, quella in evidenza è l’immagine di due bambini. Ma la differenza, che poi è anche il cuore di questo articolo, è che quella è una foto presa da un sito di foto stock, caricata in modo consapevole dagli utenti. Perché, in fondo, la differenza sta tutta nella consapevolezza, non credi?

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

facebook-gruppi-social

Semplici regole da seguire in un gruppo Facebook

Posted on Categories: Cultura DigitaleTags: , 0

Prima di scrivere questo post ero molto combattuto. Scrivere adesso (e ancora) di gruppi Facebook mi sembrava davvero qualcosa di poco interessante e del tutto inutile. Sul web esistono decine se non centinaia di post dedicati all’argomento: come comportarsi in un gruppo? Come creare un gruppo? A cosa serve un gruppo? Quali sono i gruppi Facebook migliori? E così via fino all’infinito..

Ecco, quindi non lo volevo neanche scrivere un post su come comportarsi in un gruppo Facebook.

Però, dovendoli (sì, dovendoli, non lo faccio per piacere salvo rare eccezioni) frequentare per lavoro, ho notato – e sono certo che l’hai notato anche tu –  che al loro interno ci sono sempre gli stessi problemi, come se ogni nuovo membro non fosse in grado di adeguarsi da solo alle regole del fantastico mondo di internet™.

Cos’è un gruppo?

Lascia stare il web e concentrati sui gruppi ai quali appartieni. Gli amici, il tifo per una squadra di calcio, i colleghi, i compagni di classe…

…tutti rapporti che determinano in qualche modo un gruppo e che sono contraddistinti da un interesse comune o da un’affinità. Sarebbe difficile e senza senso entrare in un gruppo di persone che non ci stanno simpatiche o che hanno interessi diversi dai nostri, non credi?

Il gruppo ha un’identità sua e serve a definirne anche una nostra: ci distinguiamo dagli altri proprio in quanto appartenenti a quel gruppo. Un po’ come i paninari negli anni ’80 e Dio solo sa quanto io sia felice di essere nato dopo.

Il gruppo, infine, è una parte fondante della nostra società. Tutto quello che facciamo può essere in qualche modo catalogato e ricondotto a un qualche gruppo. È un’istituzione talmente importante che non poteva non essere riprodotta anche nel mondo virtuale dei social media anche se, come vedremo, in questo caso vengono accentuati i fattori negati e drasticamente ridimensionati quelli positivi.

E un gruppo Facebook?

Tra i social, quello senza dubbio maggiormente centrato sui gruppi e sulle loro dinamiche è l’ormai disabitato Google+, che basava buona parte della sua idea iniziale sulle famose cerchie in cui inserire persone; su una divisione settoriale e di tutti i nostri contatti (che potevano comunque far parte di diverse cerchie).

Venendo però a qualcosa di giusto un tantino più utilizzato, parliamo dei gruppi Facebook. Tutti, bene o male, facciamo parte di uno o più gruppi:

✔️Quelli legati al luogo in cui viviamo o nel quale trascorriamo le nostre vacanze

✔️Quelli in cui si condividono idee e consigli professionali

✔️Quelli politici o legati a particolari istanze o argomenti

✔️Tanti tanti altri

È bello, infatti, poter condividere con amici e/o sconosciuti immagini, racconti, opinioni e interessi, è un modo (seppur virtuale) per soddisfare il nostro bisogno di socialità e per trascorre il nostro tempo libero, magari venendo apprezzati per quello che diciamo e mostriamo.

Ci sono gruppi di ogni genere e con diverse possibilità di accesso:

✔️pubblici: tutti possono entrare senza alcuna autorizzazione.

✔️chiusi: devi chiedere di entrare e un amministratore (o in certi casi un semplice membro) accetterà la tua domanda.

✔️segreti: se cerchi il gruppo non lo trovi. Devi essere invitato per poter accedere (funziona molto bene per gruppi di studenti o per i corsi online)

Oltre al tipo di gruppo, molto del suo funzionamento dipenderà dal regolamento (da rendere chiaro e pubblico) e, soprattutto, da come gli amministratori lo faranno rispettare.

Regole minime di comportamento nei gruppi Facebook

Ecco, partiamo da un punto ben definito: ogni gruppo deve avere una sua policy, un regolamento a portata di ogni membro nel quale trovare cos’è possibile fare e cosa no, quali sono gli argomenti tollerati e quali no, eccetera… Starà agli amministratori farlo rispettare senza fare troppo i permalosi (altra nota dolente, vero?).

Quanto alle regole, ogni gruppo avrà le sue e saranno più o meno restrittive.

Al di là di questo, però, ci sono alcune regole che andrebbero seguite a prescindere dalla policy del gruppo.

✔️ Semplici regole per la pacifica convivenza sociale: come non offendere, insultare, bestemmiare e così via…

✔️ Regole di buonsenso: come cercare di limitare polemiche inutili o non scaldarsi in una conversazione.

✔️ Netiquette e regole varie: non riempire i gruppi con articoli inutili, non alimentare flame, non scrivere tutto in maiuscolo eccetera…

E – perdonami – queste regole non andrebbero neanche scritte o spiegate.

Sui gruppi di Facebook a mo’ di conclusione

Essere in un gruppo significa, più o meno, quello che ho scritto sopra: appartenenza, condivisione, bisogno di interagire e di mostrarsi e cercare e dare informazioni utili. Questo, dicevo, vale per qualsiasi gruppo, virtuale o meno.

Quello che, invece, succede nei gruppi su Facebook è che lo schermo che ci divide dal nostro interlocutore diventa spesso un vile rifugio. Da lì ci sentiamo autorizzati a sfogare le nostre frustrazioni e la nostra rabbia, pontificando da una comoda scrivania in salotto.

Non ce l’ho con i gruppi a prescindere – del resto sono degli strumenti e gli strumenti sono neutri – ma con chi li usa male. Come abbiamo visto, oltre alla policy, che dovrebbe essere ben visibile a tutti i membri, per stare bene in un gruppo sarebbe sufficiente rispettare le normali regole per una pacifica convivenza, deputando agli admin il ruolo di vigili sorveglianti.

Certo, a meno che non siano dispotici e permalosi.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

verita-nascosta

Racconta la verità ai tuoi clienti

Posted on Categories: SocialTags: , 0

Se sei uno di quelli che “ma la verità non è qualcosa che si racconta: la verità si espone, spesso con dati oggettivi, ma non si racconta. Il racconto è dedicato a qualcosa di fantastico, aleatorio, emozionale, che non esistedevi leggere questo post. Se non fai parte di quel gruppo, devi leggere questo post!

In sostanza, devi assolutamente leggere questo post. 😉

Già, perché la verità, specie nella pubblicità e nel marketing, si racconta eccome, fattene una ragione! Esporre qualcosa di oggettivo, infatti, non solo in molti casi non ti farà vendere di più, ma potrebbe anche donarti il mantello dell’invisibilità, relegando la tua azienda al ruolo di semplice comparsa nel mercato. No, tu meriti di essere il protagonista assoluto, ma visto che le campagne debbano attirare, colpire o lasciare qualcosa è concetto assodato, beccati ‘sta frase motivazionale e passiamo oltre.

Smettila di raccontare balle

Troppo diretto? Forse. Ma il punto è che in questo preciso momento storico, dove tutto è connesso e bla bla bla… no, la rifaccio.

Il punto è che adesso non puoi più permetterti di raccontare una cavolata ai tuoi clienti con il solo obiettivo di attirarli a te o di vendere loro uno dei tuoi prodotti. E non basta più per due semplici motivi:

Motivo numero uno
I mercati sono tutti più o meno maturi, quindi la sfida è strappare un cliente alla concorrenza e… tenerlo stretto. Se la tua strategia è quella di mostrare la tua attività per quello che non è riuscirai forse a strappare qualche cliente alla concorrenza, ma non a fidelizzarlo. Anzi, una volta che resterà deluso da te, il buon cliente tornerà dal tuo competitor, ma con una nuova consapevolezza.

In pratica, raccontando balle finisci con il legare i tuoi cliente ad altri marchi. Uno spasso, vero?

Motivo numero due
Quanto pensi che ci voglia per scoprire il bluff e dirlo a tutti? Cinque minuti? Due? Meno? Ecco, ma allora di cosa stiamo parlando?

Credo sia inutile soffermarsi su questo punto.

Comincia a raccontare la verità

Buona parte della sfida è tutta in questa semplice frase: devi saper raccontare la verità.

Se ci pensi, ogni azienda ha le sue “verità”: la storia, la tradizione, le tecniche, la qualità delle materie prime e, addirittura, i prezzi competitivi possono essere delle verità da raccontare. Devi semplicemente trovare la tua e puntare forte su quella, senza stare a snaturare la tua immagine o a promuovere qualcosa che non sei o non hai.

Formule come “leader di settore” valgono ormai molto meno della verità raccontata in modo sincero. Anzi, ti dico di più, la verità sulla tua azienda è qualcosa che ormai non puoi più nascondere: social network, siti di recensioni, blog e il caro e vecchio passaparola offline ti impediscono di fare promesse irrealizzabili.

Quindi, armati di pazienza e comincia a scrivere su un foglio (ah, il caro e vecchio romanticismo della carta) quali sono i tuoi punti di forza. No, aspetta, non è questo il momento di concentrarsi sulla struttura aziendale, sul magazzino o sulla diffusione; qui devi pensare a cosa sia in grado di rendere davvero unico quello che fai. E non ho alcun dubbio: se cerchi bene trovi sicuramente qualcosa che distingua la tua azienda dalle altre, un valore che sappia giustificare la vostra presenza sul mercato.

Ecco, una volta scoperto (o scoperti) cerca di entrare più nel dettaglio.

La tua azienda è unica perché ha una lunga storia? Bene, io e gli altri clienti siamo qui, pronti ad ascoltarla.

Dividi il tuo racconto in passaggi chiave e non dimenticarti di dare tantissima importanza al contesto: spesso è proprio lì che nascono quelle immagini che il cliente si porterà dietro.

Le difficoltà possono nascere al momento di trovare un “come” raccontare; sul “che cosa“, invece, non dovresti avere problemi.

APPROFONDISCI: Trovato il “cosa” bisogna capire il “come” (Coming soon)

Chiamiamola conclusione

Come spesso accade in questo blog, i post sono meno schematici di quanto potresti aspettarti, ma è una scelta che ho fatto quando l’ho restaurato: non è più il tempo, a mio avviso, di restare aggrappati a un rigido schema di scrittura.

Venendo a noi, penso che mostrarsi con il cuore in mano ai clienti e scoprirsi senza un eccessivo timore delle conseguenze, se supportati da una strategia di comunicazione come si deve, siano davvero l’unica chiave possibile per riuscire ad emergere dal pantano nel quale finiscono la maggior parte delle campagne pubblicitarie. Pantano che, peraltro, potrebbe non essere lo scenario peggiore: in un mondo pervaso dal digitale, dove chiunque si sente libero di esprimere la propria opinione, lottare contro le bugie è difficilissimo, raccontarle è quasi impossibile.

Ecco perché, a conti fatti, inserire la verità all’interno del giusto racconto può essere addirittura la strada più sicura di tutte.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

superare il blocco dello scrittore

Come riprendere energie e superare il blocco dello scrittore

Posted on Categories: BloggingTags: , 0

Esiste un interminabile elenco di motivi per cui potresti perdere la creatività e la fantasia e ritrovarti seduto davanti al computer in attesa di una qualche forma di ispirazione. Ci sono – e chi fa questo mestiere o chi sta cercando di pubblicare il suo primo romanzo non può negarlo – dei momenti in cui sei proprio impantanato: niente da fare, tu provi a parlare (o a scrivere) ma le parole non escono.

Allora ti fai prendere dal nervoso, cerchi di concentrarti e vai a pescare in qualche cassetto della memoria una frase che potrà sembrarti più o meno dignitosa e che, alla fine, risulterà invece banale e scontata e senza un minimo di appeal.

Approfondisci: Scrivere meno per scrivere meglio (Coming Soon)

Inchiodarsi alla sedia non serve a niente

Ai tempi dell’università conoscevo una ragazza che credeva che legarsi (si fa per dire, eh) alla sedia fosse l’unico modo per farsi entrare in testa un concetto. Moderna eroina dello studio a oltranza che, cascasse il mondo, non si alzava dalla scrivania finché non padroneggiava un qualunque tipo di definizione, ragionamento o formula.

Devo anche dire, per correttezza, che lei era convinta di questo metodo e che il suo voto di laurea fu molto più alto del mio…

Ma inchiodarsi alla sedia è davvero l’unico metodo per obbligarsi a produrre? È quello migliore? Da questo brevissimo racconto dei beitempiandati™ parrebbe di sì.

Non è proprio così, almeno non lo è mai stato per me.

Quando mi capitava di non riuscire a scrivere, l’ultima cosa di cui avevo bisogno era quella di impormi di stare seduto alla mia scrivania vista muro. Anche perché dopo un po’ di attente riflessioni finivo sempre con il crearmi mentalmente la lista della spesa, pensare agli appuntamenti dei giorni successivi e pormi semplici interrogativi come “perché non c’è la pace nel mondo?“, “Come si chiamava il quarto dei Beatles?“, “Perché la gente con la Smart parcheggia fino in fondo nei parcheggi a pettine, che poi ti illudi di aver trovato posto?” e così via. Risultati?

Nessuno, a parte aver scoperto tutto da solo il nome del quarto dei Beatles*! (Il che, se ci pensi, non è male, ma non mi è mai servito all’università).

A dire il vero, da quell’esperienza – quella di legarmi alla scrivania, non quella dei Beatles – ho però capito alcune cose, che mi sono servite quando ho deciso di scrivere per vivere o vivere per scrivere o, insomma, di fare quello che faccio ogni santo giorno da qualche anno a questa parte.

Quindi basta con i preamboli e con le introduzioni (che piacciono tanto ai Seo quelli bravi) e parliamo giusto un attimo dell’argomento centrale di questo post ovvero come sbloccarsi quando le parole non ti vengono proprio e devi consegnare un pezzo.

Come superare il blocco dello scrittore?

“Blocco dello scrittore” esagerato! Vabbé ecco quello che faccio di solito nei momenti in cui non mi escono le parole.
AVVERTENZA NUMERO UNO: È qualcosa che faccio per me e che solitamente funziona, ma non è un dogma.
AVVERTENZA NUMERO DUE: Non alzarti dalla sedia alla prima difficoltà.

Detto questo, quando proprio non riesco a scrivere come vorrei – o non riesco a scrivere niente – metto in fila queste attività in base alla difficoltà del momento.

Smetto di pensarci
Ti ho appena detto che secondo me non serve a niente legarsi alla sedia. Quindi, quando proprio non mi vengono le parole smetto semplicemente di cercarle. Semplice, no?

Faccio una lunga passeggiata distensiva
Sia chiaro, senza alcun tipo di apparecchio elettronico. Niente tablet, niente smartphone. Devo anche ammettere che adoro fare passeggiate da solo, perché mi aiutano a pensare (un classico) e mi rimettono in pace con il mondo. Quindi, quando proprio non mi vengono le parole, ne approfitto per fare qualcosa che mi piace e che mi rilassa. Dopo un po’ di passi, guardando quello che ti circonda, vedrai che avrai le idee più chiare su come chiudere quel blogpost sul quale sei bloccato da un po’ o sul copy giusto per quel cliente.

Ascolto musica dei cantautori
Un’altra mia passione che però mi torna spesso molto utile. Spesso, nelle loro canzoni posso trovare la formula giusta o la risposta alla mia domanda. In caso contrario, posso comunque dire di aver ascoltato un po’ di buona musica, no?

«Ci penserò domani»
Cosa faccio se non funziona, anzi, quando non funziona? Niente, in quel caso spengo tutto e mi impongo di ripensarci il giorno dopo. E se succede il giorno della scadenza? No, dai, non arrivare al giorno della scadenza: gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e devi prenderti per tempo.

Blocco dello scrittore: una specie di conclusione

Scrivendo questa piccola lista mi sono reso conto di una cosa molto importante: il blocco dello scrittore si sconfigge con la bellezza. Con la bellezza delle cose che amo fare, con la bellezza dei paesaggi che mi circondano e con la bellezza di suoni e parole di altri. Ecco, in fondo a questo post penso di poterti dire semplicemente che quando le parole non vengono fuori devi impegnare la tua mente con qualcosa di bello e non stressante. Non è importante cosa, ciò che conta è che ti faccia stare bene e ti dia serenità.

Questo, ovviamente è quello che faccio io quando non ho l’ispirazione. Può essere qualcosa di utile come di estremamente banale, ma è comunque qualcosa che volevo condividere con te sperando possa esserti almeno un po’ utile.

*Era George Harrison.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

Rimani aggiornato!