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Perché la truffa dell’iPhone funziona così bene?

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In questo periodo siamo nuovamente alle prese con le truffe che si propagano via Facebook. Questa volta il protagonista è un iPhone: basterebbe infatti inserire un codice su Google per portarselo a casa al solo costo di 1€ di spese di spedizione.

Bellissimo, no?

Il post, che avrete visto tutti, si presenta in questa versione:

Ciao a Tutti!🙂Qualche giorno fa c’è stata una pubblicità in televisione che ti permetteva di vincere un iPhone X 256GB per soli 1€ rispondendo a 4 domande correttamente!🙂

Ho poi scoperto che non devi far altro che inserire il codice “SGS256FGG” su Google, cliccare sul primo link nei risultati e leggere questo articolo per saperne di più. È molto semplice!❤Ieri ho ricevuto per posta un pacco che conteneva il nuovo iPhone X!

Meglio sbrigarsi, la promozione è fino a domani!🙂

O in quella simile ma senza emoticon.

Del resto non è la prima volta che succede: qualche tempo fa toccò al Samsung S9 con più o meno la stessa formula, ma vi fu anche il tempo dei Ray-Bay a 19 euro e di tante altre fantastiche offerte da cogliere al volo. Ma cosa c’è dietro? E soprattutto: perché queste truffe funzionano ancora così bene, malgrado dovremmo ormai essere abituati?

In questo articolo provo a darne una mia visione, specie per quanto riguarda i meccanismi in grado di portarci alla sciagurata decisione di tentare la sorte.

Come funziona la truffa dell’iPhone XS?

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Uno dei tanti post-truffa in circolazione

Sì, una truffa vera e propria, con l’obiettivo di farti lasciare i tuoi dati sensibili (tra i quali il numero di carta di credito) e riutilizzarli per scopi non propriamente corretti. Il meccanismo peraltro è sempre più ingegnoso: per non farsi bloccare il post, ad esempio, non viene più inserito un link, ma viene chiesto di googlare un codice, in modo da bypassare i controlli. Una volta ottenuti i risultati di ricerca e dopo aver cliccato sul link, ecco che si apre la pagina dalla quale scatta il phishing. (Puoi approfondire con questo articolo di Bufale.net).

Del cellulare che sognavi, ovviamente, nemmeno l’ombra.

Perché funziona la truffa dell’iPhone XS?

Ma veniamo alla parte che più mi interessa, ovvero capire perché certe truffe siano ancora in piedi dopo tanto tempo. Oltre ad aver ben chiaro il pubblico di riferimento (esattamente come succede nella pubblicità), è la costruzione stessa del post a spiegarci perché la truffa che promette di farti vincere un iPhone Xs semplicemente scrivendo un codice su Google funziona alla grande.

Speranze, premi, ambizioni

L’ambizione, le speranze e la scaramanzia fanno parte della natura dell’uomo fin dalla notte dei tempi. Il concetto di fortuna, declinato in ogni sua forma, è qualcosa che ci suona famigliare fin da quando nasciamo e che ci accompagnerà per sempre.

Non solo, il concetto di fortuna ha anche uno sviluppo a dir poco curioso: la Dea bendata dovrebbe distribuire vantaggi in modo aleatorio, giusto? E allora perché tendiamo sempre a dare un valore morale alla fortuna, riflettendo poi sul merito? Secondo noi, infatti, sono in tanti ad averla ricevuta senza meritarla, mentre noi che la meriteremmo…

Eppure, il merito non dovrebbe avere nulla a che vedere con un evento casuale, giusto?

La possibilità di essere finalmente noi i “fortunati”

È proprio per via di questa visione distorta della fortuna (alla quale si associa il detto “la fortuna aiuta gli audaci”) che scatta il primo meccanismo nella nostra testa. Noi, che da sempre ci meriteremmo la fortuna, siamo costretti ad osservare gli altri che, malgrado non ne avrebbero diritto, sembrano essere costantemente baciati dalla Dea bendata.

Ma non questa volta!

Questa volta la fortuna è dalla nostra parte: siamo stati sfortunati per aver perso la pubblicità in Tv in cui si parlava della possibilità di vincere un iPhone ma abbiamo la grande possibilità di rimediare. Se la fortuna aiuta gli audaci, è finalmente giunto il nostro momento.

Ecco quindi che il mix diventa letale. Dopo anni a guardare, finalmente tocca a noi!

Un testimonial d’eccezione

Terzo punto: il post arriva sempre da un amico o da una persona che condivide qualcosa con noi, quindi come potremmo non fidarci? Che vantaggio avrebbe tizio nel dirci una bugia o, peggio, nell’esporci a un grave pericolo di furto di dati? Ecco quindi che i nostri amici virtuali si trasformano in promoter (se non addirittura testimonial) involontari di questa fantastica promozione. Sono loro, più o meno consapevoli di ciò che potrebbe succedere, a farsi garanti della serietà del concorso.

Ed ecco che le nostre difese si abbassano drasticamente e si riducono i dubbi che avevamo su quell’operazione.

L’hanno detto alla Tv

Alzi la mano chi non ha mai sentito un nonno, una nonna o i genitori argomentare una tesi dicendo: “ma l’ha detto anche la televisione!“.

Ecco, un’altra cosa che ci portiamo dietro da un bel po’ è la fiducia in quella scatola (più o meno spessa a seconda dei tempi) e in coloro che da dentro ci raccontano o spiegano qualcosa. Ed è una conferma talmente forte che non è neanche più necessario che la Tv l’abbia detto: è sufficiente farlo credere.

Come dice una canzone dei i Daft Punk: “Television rules the Nations”.

Il principio di scarsità

In fondo al post, infine, troviamo la più palese applicazione del principio di scarsità: se qualcosa sta per esaurirsi (quantitativa) o il tempo sta per scadere (temporale), siamo invogliati a ragionarci meno pur di non farci sfuggire l’occasione. Se ci pensi, è quello che succede in continuazione nei supermercati ed è una leva a cui molti pubblicitari ricorrono ancora: “non stare a pensarci troppo, perché finisce che quando hai deciso non puoi più beneficiare dell’offerta!“.

In una situazione ideale, dovremmo stimolare il nostro cervello a fare un’accurata analisi costi benefici prima di decidere: in realtà, quel pigrone preferisce sempre lavorare al risparmio, figuriamoci in una situazione che richiede una decisione rapida per non perdere una grandissima occasione!

La truffa dell’iPhone non è la prima e non sarà l’ultima

Eh già: lottare contro questo tipo di truffe è un po’ come scagliarsi contro i mulini a vento e le colpe sono da ricercare in diversi fattori. Il primo (non trattato in questo post per ragioni di spazio) si lega senza dubbio alla scarsa conoscenza del mezzo e alla mancanza totale di anticorpi in grado di difenderci dal web; il secondo, invece, è insito nella nostra natura ed è ancora più preoccupante.

Se, infatti, con il tempo possiamo migliorare il nostro modo di vivere Internet, scardinare meccanismi come l’autorevolezza, la paura di perdere qualcosa per non aver deciso, la fiducia nei confronti delle persone a noi vicine e la speranza di essere finalmente noi i fortunati sarà molto più difficile.

Se non addirittura impossibile.

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I troll buoni non esistono. Punto.

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Ne ho scritto pochi giorni fa sulla mia Pagina Facebook, ma voglio affrontare l’argomento in modo più completo: i troll non mi piacciono.

Tempo fa, inoltre, scrissi che parlare con un troll è come giocare a scacchi con un piccione, ricordi?

Oggi ritorno sul tema, dicevo, e lo faccio semplicemente perché non ne posso più. I troll sono avvelenatori di pozzi e l’ultima cosa di cui hanno bisogno internet e i social è proprio quella di persone così. Cercherò di essere breve e cercherò di centrare subito il punto.

Non esistono troll buoni

Ecco, sgomberiamo il campo dal primo grande equivoco: i troll buoni non esistono. No, neanche quelli che lo fanno per mettere in mostra le miserie del social-uomo o quelli che volevano fare un esperimento sociale mal riuscito. Per carità, riconosco come trollare alcuni personaggi possa essere divertente ma, no, in questo momento non ne abbiamo bisogno.

Semplificando, possiamo dire che ci sono due tipi di troll: quelli che provano una sorta di piacere nel mettere in disordine le discussioni e scatenare flame e quelli, come scrivevo un paio di righe sopra, che lo fanno con il “nobile” intento di dimostrare quanto becero possa essere l’uomo da tastiera.

Ci sono, per intenderci, quelli che spammano e che si nascondono dietro profili fake, solo per mettere zizzania. Lo farebbero a viso aperto? Direi di no. Lo farebbero al bar? Non lo so. Ecco, su di loro non ha senso spendere neanche una parola in più di quante ne siano già state buttate al vento.

Ma il discorso non cambia se prendiamo la seconda categoria. Mi viene in mente, al volo, la bufala del Nostromo della nave Aquarius, diventata virale in poco tempo e già ampiamente smentita. Il problema, qui, sta nel fatto che, ok, stai conducendo un esperimento sociale, ma senza neanche accorgertene stai dando nuova linfa a una situazione già incancrenita di suo.

Il gioco vale la candela? Secondo me no.

Ovviamente, la trollata da 2 milioni di visualizzazioni in 24 ore dovrebbe farci aprire una riflessione sul non dare peso a tutto quello che vedi su internet. Lo faremo, intanto dai un’occhiata a questo post sull’argomento:

Basta! Fermiamo le bufale!

Perché i troll ci fanno così male

Bravi e simpatici o brutti e cattivi, i troll ci fanno davvero male. Fanno male a noi e a tutto l’ambiente che ci circonda. Non lo farebbero, forse, se tutti fossimo preparati ad affrontarli: prenderemmo tutto con la giusta misura, magari facendoci una grossa risata guardando video e fotomontaggi di pessima fattura.

Purtroppo per noi, però, dopo anni passati a versare gocce di veleno giù per il lavandino abbiamo finito con l’avvelenare gli oceani e ogni goccia in più non fa che peggiorare la situazione. Tutta colpa dei troll? Certo che no! Anzi, a stare bassi con le stime, direi che almeno il 90% della colpa è colpa nostra, della nostra scarsa dimestichezza con il mezzo e del nostro cervello e della pigrizia che ci porta a fidarci e a fare le figure da polli. Però…

..però non è una giustificazione plausibile per continuare a peggiorare le cose.

Passamelo: in realtà ha proprio rotto le balle.

Abbiamo bisogno di qualcosa di completamente diverso. Abbiamo bisogno di fare un grande sforzo per cercare, nel nostro piccolo, di ripulire gli oceani. Sono conscio che si tratta di una battaglia impari: sfidare argomenti commestibili e pronti per essere diffusi – magari che ti colpiscano alla pancia come un pugno –  con l’arma del buon senso, dell’applicazione e del debunking è come voler svuotare l’oceano con un scolapasta malconcio.

Una sfida titanica che non può in alcun modo essere deputata a chi ci fornisce gli spazi e le piattaforme. No, dobbiamo rimboccarci le maniche, armarci di scolapasta e cominciare a lavorarci.

Dobbiamo farcela.

perdere la memoria social

Perché abbiamo perso la memoria e come recuperarla

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Il popolo dei social ha perso la capacità di ricordarsi le cose.

Non si tratta, qui, di banalizzare le cose ed arrivare alla generazione wikipedia o alla capacità dei giovani d’oggi™ di reperire le informazioni in tempi strettissimi e di trasformare qualunque dato in qualcosa di immediatamente commestibile e usa e getta.

No, qui il problema serio riguarda soprattutto le fasce di età più alte, i famosi “tardivi digitali” (che poi è una definizione che non piace quasi a nessuno, ma tant’è. L’uso sempre più compulsivo dei social e la mancanza di anticorpi li (ci?) porta non solo a prendere per buona qualsiasi informazione, ma anche e soprattutto, a dimenticarsi di una cosa subito dopo.

Volevo aprire dicendoti cosa troverai qui, ma il post è già abbastanza lungo di suo, quindi non mi dilungherò oltre.

Cosa è successo?

Stiamo assistendo a una sempre maggiore perdita della memoria. E tante grazie, dirai tu. Non è un fenomeno nuovo, specie in un periodo in cui il linguaggio diventa sempre più commestibile e con una card Facebook fatta discretamente – non bene, discretamente – possiamo raggiungere e convincere decine di centinaia di persone.

Del resto c’è ancora chi dice che Elvis sta benone, quindi…

Il problema, però, è che più le cose sono semplici più diventiamo pigri, più chiediamo cose ancora più semplici. In loop, finché non sarà troppo tardi.

Dovendo fare un esempio per dare senso all’interno post, concentriamoci un attimo sulla situazione politica italiana.

MEGA NOTA DELL’AUTORE: NON TI AZZARDARE A SCATENARE UN FLAME NEI COMMENTI.

Non voglio affrontare qui la discussione sulla situazione politica, ma mettere in luce – anche abbastanza sommariamente – azioni e reazioni sui social. Dopo che il PdC incaricato, Conte, ha rimesso il mandato, si sono scatenate tantissime reazioni, trasformando praticamente tutti quanti noi in affermati costituzionalisti, degni di esprimere un’opinione rilevante.

Certo è, però, che delle incongruenze ci sono e non sono di poco conto ed è questo l’importante.

C’è una parte politica (non m’importa chi, non m’importa quale) che predicava l’uscita dall’euro, con tanto di magliette dedicate e di accorate dichiarazioni pubbliche, che ora dice a grandi linee che: “ma chi? noi? ma figurati. E quando l’avremmo detto?“.

Ci sta. È la politica, bellezza.

Ma il problema è un altro: il problema sono quegli utenti – davvero tanti a dire il vero – che hanno cambiato versione come i loro leader o come le squadre per le quali tifano. Ecco, la perdita di memoria arriva proprio lì: non quando è il “politico” a dimenticarsi improvvisamente le promesse, ma quando è il destinatario del messaggio che, in barba a quanto affermato qualche giorno prima, cambia idea pronto a giurare di non aver mai detto il contrario.

Arriviamo quindi alla perdita di memoria che ci porta a passare in 3 giorni da “Mattarella è un ottimo presidente” a “Impeachment” fino a [edit dell’ultimo minuto] “collaboriamo con lui“. Tutto bene regolare, solo un’altra perdita di memoria.

Ma se la memoria è morta, dobbiamo trovare l’assassino.

Chi è stato?

Abbiamo più di un colpevole, a dire il vero. Ma questa partita di Cluedo mi sembra comunque più semplice delle altre.

I primi colpevoli, senza dubbio, siamo noi con la nostra pigrizia. Sì, tanto la pigrizia di non volerci ricordare le cose o di andarle a ripescare nella nostra memoria, quanto la pigrizia nel non andare a fare una piccola – ma alle volte sufficiente – verifica.

Sul tema, dai un’occhiata a questo post!

La seconda categoria di colpevoli è rappresentata da chi si occupa di lavorare a questa perdita di memoria collettiva. Senza scomodare i “poteri forti” e senza figurare uno scenario da film di fantascienza di serie b, pensa semplicemente che per vincere le elezioni servono i voti, per ottenere i voti serve il consenso e per ottenere consenso è necessario (o più semplice) colpire le persone alla pancia. Da qui nascono la frenesia dei social, che riescono a rendere imprescindibile un tema salvo poi dimenticarsene poco dopo, ma anche la perdita di memoria.

Com’è successo?

Il perché succedano cose del genere è abbastanza semplice da capire.

Innanzitutto la bolla, ma me ho parlato qui: Vai al post!

Ma soprattutto perché sui social vi sono talmente tanti utenti, fake, gruppi, pagine, pagine fan e compagnia che ogni giorno produciamo una quantità di contenuti tale da oscurare quelli precedenti. Forse, a conti fatti, non si dovrebbe parlare di perdita di memoria, ma di una vera e propria stratificazione di contenuti, basati su livelli impermeabili tra loro.

Tipo quelle torte a strati ben fatte, che quando le tagli vedi proprio la differenza. Anzi, meglio, come se fosse una catasta di lastre di materiali diversi e ogni livello sia più pesante, ingombrante e impermeabile di quello prima, tanto da oscurarlo completamente.

Cosa possiamo fare?

Va bene, ma quindi? Voglio dire: se le cause sono la nostra pigrizia, gli abili comunicatori, il funzionamento dei social e i poteri forti™ siamo spacciati? Siamo destinati a farci imboccare pensieri e opinioni senza un minimo spirito critico e ad avere idee fast-food?

Eddai, se lo credessi non scriverei questo post, no?

La prima strada, più difficile da praticare ma con risultati più duraturi, è senza dubbio quella della cultura. Investiamo in cultura e lavoriamo su un corretto utilizzo degli spazi virtuali aperti dai social. Cerchiamo, da professionisti ma anche da curiosi o appassionati, di liberare il campo da dubbi e incertezze e di rendere i social ambienti migliori. È un’operazione che fa bene a tutti.

La seconda soluzione, specie se non siamo così esperti, è quella di evitare di farci prendere alla pancia e di provare con una semplice verifica delle fonti, ridando credibilità alla stampa e alla fonti di informazione, che in quanto tali hanno (avrebbero) alcuni obblighi. Oppure, semplice semplice, nel caso di notizia strana o sensazionale, facciamo una ricerchina su Google. Del resto, sul tema bufale si è espresso anche il buon Facebook.

Approfondisci: Le regole di Facebook per evitare le bufale

Terza strada: confidare nei giovani. In apertura ti ho parlato dei giovani d’oggi™. Ecco, loro sono nati all’interno di tutto questo, quindi hanno già sviluppato un minimo di anticorpi per poter sopravvivere in questo mondo. Il nostro compito, con loro, è quello di aiutarli a percorrere la prima strada, quella della cultura.

Quarta possibilità: suggeriscimi tu un modo per uscire da questa spiacevole situazione, perché ho finito le ipotesi e poi il post è già abbastanza lungo così! 😉

diciamo stop alle bufale

La Black list per fermare le bufale

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Oggi torniamo a parlare della più grande piaga social (le bufale o fake news se preferisci) per parlare di uno strumento molto utile per imparare a riconoscerle. Già, perché dobbiamo far finire il tempo di notizie false che diventano virali al punto da orientare il pensiero dell’opinione pubblica.

Tu, io, i miei amici, i tuoi: tutti dobbiamo iniziare questa battaglia contro le notizie farlocche così da rendere i social media un luogo migliore in cui passare il nostro tempo libero. Per farlo, basta prestare un po’ di attenzione ai segnali e soprattutto eliminare dal nostro comportamento il concetto:

non sono sicuro sia vero, ma nel dubbio lo condivido per avvisarvi

Questo atteggiamento porta inevitabilmente a creare allarmismi, perché le persone che si fidano di noi finiranno inevitabilmente per prendere per buona la notizia (attenzione, non il pensiero) dando viralità a qualcosa di totalmente falso.

Non voglio dilungarmi troppo su questo, ma se vuoi approfondire ti consiglio questo articolo di Rudi Bandiera:

https://www.rudybandiera.com/bufala-jayden-smith-0713.html

Smettiamo di cascarci e smetteranno di farle (?)

Non ne ho la certezza, a dire il vero. Penso però che se smettessimo di cascarci e cominciassimo a 1)segnalare le bufale e 2)non offenderci quando ce lo fanno notare potremmo ridurre di molto il loro impatto.

Poi magari trovano un’altra strada, ma intanto abbiamo messo un argine a questa piaga che intasa il nostro feed di Facebook.

Se non hai ancora letto il post Perché è così facile creare le bufale questo potrebbe essere un buon momento per approfondire.

Il quel post cerco di spiegare brevemente i motivi e i meccanismi che fanno nascere le fake news.

Uno strumento utile: la blacklist di BUTAC

Quando ti trovi di fronte a una notizia che ti prende la pancia probabilmente non hai voglia di andare a verificare la fonte, vuoi per l’impeto suscitato dalla notizia, vuoi perché come dice Rudi Bandiera nel link che ti ho suggerito prima lo fai in buona fede.

Però dovresti farlo.

In questo blog ho detto e ridetto dei principali campanelli d’allarme per riconoscere un fake, ma oggi voglio suggerirtene un altr0: la black list di Butac.

È una lista parecchio corposa di nomi di siti assolutamente non affidabili per vari motivi ed è suddivisa in:

Siti di pseudoscienza
Blog di pseudoscienza
I siti di pseudo medicina/alimentazione
I siti di pseudo giornalismo/politica
I blog di pseudogiornalismo
I siti di meteoterrorismo
I siti di notizie virali
I siti di pseudosatira
I siti complottisti
I blog complottisti
Pagine che pubblicano bufale per incrementare le visite
Le notizie inventate
Pagine Facebook
Canali YouTube

Ogni voce riporta i nomi dei siti che forniscono notizie false. È un elenco bello corposo e se lo guardi scopri subito la presenza di un sacco di pagine Facebook ormai diventate famose e che ci appaiono quotidianamente quando apriamo il nostro social preferito.

NOTA: Se ti è capito di condividere news da uno di questi sito o da una delle pagine Facebook citate nella black list sappi che non è un dramma: l’importante è che, ora che sai che si tratta di “balle spaziali”, cominci a non farlo più.

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Perché è così facile creare le bufale

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La distorsione della notizia della presunta scarcerazione di Totò Riina che ha fatto montare un’ondata di indignazione sui social è solo l’ultima bufala in ordine cronologico.

Il problema è che se non ci facciamo gli anticorpi, sarà sempre più facile distorcere una notizia o inventare qualcosa di sana pianta.

Perché esistono le bufale?

Sul perché vengano messe in circolo le bufale ci sono numerose spiegazioni, che divergono da caso a caso:

Potrebbe essere uno scherzo, una goliardata. In questo senso ci sono siti satirici che (ahimé) vengono invece presi in parola.
Una bufala poi potrebbe essere creata per danneggiare volutamente qualcuno, sia esso un personaggio pubblico o un privato cittadino ignaro di tutto.
Poi, beh, c’è la convenienza economica di creare falsi allarmismi, pubblicare notizie parziali o scrivere un titolo sensazionale anche se poi l’articolo parla di altro. In questo modo (e il meccanismo è lo stesso) veniamo convinti a far girare la notizia e ad aprire il link, portando così guadagni pubblicitari a siti web farlocchi ma pieni zeppi di pubblicità.
Infine, anche se potrà sembrarti assurdo, c’è chi crea quantità industriali di bufale per orientare le coscienze e convincere gli utenti a pensarla in un certo modo su un determinato argomento. Ti sembra troppo?

Torniamo all’esempio di Totò Riina e della Cassazione che ne avrebbe sancito la scarcerazione (addirittura immediata, secondo alcuni) e proviamo a riassumere quello che è successo su Facebook in meno di 24 ore.

NOTIZIA: La Cassazione ha detto che Riina deve essere scarcerato

REAZIONE IMMEDIATA: Con tutto quello che ha fatto non merita nulla

REAZIONE SUCCESSIVA:”Questa è la giustizia italiana” – “In Italia puoi fare quello che vuoi tanto ti liberano” – “Vedi se c’era Putin..

La maggior parte dell’indignazione popolare si è spostata in poco tempo dalla notiza (FALSA) all’accusa del sistema giudiziario italiano, quello che, per intenderci, “mette Corona in galera per due foto e libera i mafiosi“. Niente di tutto questo, ovviamente, ma il meccanismo dietro all’ennesima falsa verità è semplice e non richiede chissà quali competenze informatiche o di comunicazione.

Come si crea una bufala?

Il meccanismo è semplice, dicevo. Infatti, se provassimo a inquadrarlo come se fosse una ricetta culinaria da programma televisivo verrebbe fuori una cosa del genere:

– Prendi un criminale che abbia compiuto reati terribili. Se hai un mafioso bene, altrimenti vanno bene anche quelli che hanno fatto crimini contro donne e bambini. Se proprio non trovi nulla, prendi qualche kilo di potere oscuro.

– Usa un’istituzione o un’organizzazione internazionale per rendere più credibile e saporita la tua ricetta. Vanno molto bene il tuo governo, le Ong, le Istituzioni europee. In linea di massima puoi enfatizzare il tutto con l’aggiunta di una non ben specificata università americana. ATTENZIONE: è molto importante che il comportamento dell’istituzione sia abbastanza vago da essere credibile ma che richieda comunque uno sforzo per verificarlo, altrimenti la bufala non monta a dovere.

– Mischia tutto e servi finché è bollente.

Vabbé, dai, questo era un esercizio di creatività magari un po’ forzato, però credo di aver reso abbastanza bene l’idea, no? Letta così, ovviamente, penserai che sia impossibile cascarci, giusto? Invece no, ci caschiamo più o meno tutti e sempre più spesso ed è questo che mi preoccupa.

Perché ci caschiamo (praticamente) tutti?

Ecco al cuore del problema. Le bufale sono come i parassiti: se non riescono ad attaccare si fiaccano e muoiono in pochissimo tempo. Però, proprio come i parassiti delle piante, qualcosa a cui attaccarsi e a cui sottrarre il nutrimento lo trovano sempre.

Le bufale ti prendono alla pancia, sono in qualche modo sconvolgenti e ti fanno salire l’indignazione prima di darti il tempo di ragionare e di farti qualche domanda. Quante volte abbiamo sentito frasi come “non so se sia vero, ma intanto ho condiviso“? Ecco però che in virtù della tua popolarità e della credibilità che hai acquisito sul web, chi ti segue reputerà vera la notizia e la condividerà.

Ci caschiamo per questo. Ma anche perché non possiamo sapere tutto, non possiamo conoscere il funzionamento di tutte le istituzioni e il nome di tutte le università americane e siamo quindi destinati a fidarci di qualcosa o qualcuno che reputiamo credibili.

A cascata, qualcuno reputerà credibili noi e così via, fino a rendere virale una notizia falsa.

Non solo, ci caschiamo perché siamo spinti ad aver un’opinione su tutto, opinione che spesso deve convergere verso quella della nostra cerchia di amici.

Soprattutto, però, ci caschiamo perché non abbiamo ancora sviluppato gli anticorpi per combattere il lato triste dei social e, anzi, stiamo correndo in discesa verso il baratro.

Soluzioni?

Facebook, ad esempio qualche consiglio ha voluto darcelo: https://vitadablog.com/le-regole-facebook-evitare-le-bufale/

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