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Come gestire i comunicati stampa sui social

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Il comunicato stampa ha ancora un ruolo decisamente rilevante all’interno di una strategia di comunicazione. Purtroppo, forse per pigrizia o forse per superficialità, sono ancora tante le aziende (ma soprattutto i partiti) che decidono di copiarne e incollarne il contenuto sui social con la speranza di ottenere qualche risultato. Come vedremo più avanti, si tratta di una scelta sbagliata per una buona serie di motivi che riguardano in particolare la sua struttura, il suo target e il suo linguaggio, che poco si presta alle dinamiche dei social.

Non dobbiamo per questo stravolgere tutta la nostra comunicazione o rinunciare a uno strumento così importante come il comunicato stampa: basta tenere in considerazione questi cinque punti prima di procedere con la pubblicazione del nostro contenuto.

Pubblicare un comunicato stampa su Facebook: 5 cose da sapere

Dirette, post e disintermediazione non sono stati in grado di uccidere il comunicato stampa, che è vivo, vegeto e in discreta salute. Se, però, provassimo ad analizzare un qualunque comunicato stampa incollato per intero su Facebook avremmo probabilmente un’impressione differente. Quindi non perdiamo altro tempo e proviamo ad affrontare questi cinque spunti di riflessione.

1) A mezzi diversi corrispondono linguaggi diversi

Questa è una frase che chiunque intenda occuparsi di comunicazione dovrebbe avere scritta su un post-it da attaccare al computer. Qui mi rivolgo soprattutto ai non professionisti che si trovano a dover seguire la comunicazione dell’azienda di famiglia o di una piccola associazione benefica.

A mezzi diversi corrispondono linguaggi diversi: il comunicato stampa ha una sua forma precisa e un linguaggio definito, propone un certo tipo di contenuto e si rivolge a  un determinato pubblico (vedi punto 3) ed è quindi normale che non si presti a tutti gli usi, almeno nella sua forma originale.

Perciò, in virtù di questa regola postare per esteso il suo contenuto su una Pagina Facebook dovrebbe essere vietato dalla Costituzione, o almeno dal bon ton.

2) Tempus Fugit

È paradossale: passiamo in media 2-3 ore al giorno su social ma non abbiamo tempo da perdere!

Tradotto: proporre un contenuto testuale lunghissimo e scritto con tutti i crismi del comunicato stampa è il modo migliore per assicurarsi che nessuno stia ad ascoltare quello che abbiamo da dire. Solo pochi eletti (i nostri sostenitori più attivi) si fermeranno a leggere in modo attento il nostro post, mentre tutti gli altri daranno una lettura diagonale al volo o, cosa ancora più probabile, salteranno direttamente al contenuto successivo. Gattino batte comunicato stampa 100 a 0, insomma.

Quindi, la soluzione migliore è di nuovo quella di creare un contenuto ad hoc nella forma, per riuscire a dire in modo efficace quello che vuoi. Un’idea, in questo caso, potrebbe essere di fare un breve e accattivante riassunto del contenuto per poi dare la possibilità di approfondire il tutto attraverso un link esterno al comunicato stampa o (ancora meglio) a un blog post che spieghi per esteso il tuo punto di vista.

3) È un pubblico diverso

Quando non distribuito urbi et orbi, il comunicato stampa serve, appunto, alla stampa. È un insieme di informazioni a uso e consumo di un intermediario, che potrà poi decidere se riprenderlo in parte, elaborarlo, contattarti per approfondire o ignorarlo. Ma per riuscire ad attirare l’attenzione della stampa hai bisogno di tutta una serie di espedienti e tecniche che su Facebook sarebbero superflui, visto che chi ti segue dovrebbe essere interessato a quello che fai. Su Facebook non hai bisogno di un intermediario, non hai bisogno di trovare modi per convincere qualcuno a riprodurre o elaborare il tuo contenuto per renderlo fruibile al grande pubblico.

Su Facebook hai il grande pubblico. Tu devi essere bravo a farti ascoltare.

4) Il tuo pubblico ti conosce già

Nei comunicati stampa è spesso presente una bella premessa in terza persona in cui i vari partiti ricordano il loro ruolo in questo, la loro storica battaglia in quello, la decisione di non appoggiare Eva al momento di cogliere la mela e si concludono con le firme e con la celebre “preghiera di diffusione”. Ecco, fermati un momento e guarda la tua Pagina Facebook: c’è il nome, c’è il logo, c’è lo storico di quello che hai fatto e ci sono un sacco di alte cose. Quindi:

  • parlare in terza persona o rafforzare la prima plurale (noi di *partito politico*) è decisamente superfluo;
  • La preghiera di diffusione (sob!) non ti serve o al massimo puoi mascherarla nel copy
  • Le firme non ti servono perché hai un logo e un simbolo e quello è il tuo canale istituzionale
  • Non hai bisogno di ricordare periodicamente ai tuoi fan che tu, quella volta, eri d’accordo con Adamo e non con Eva: lo puoi fare, sì, ma solo in determinate occasioni e solo se necessario.

5) Rompe la narrazione

La tua Pagina Facebook è popolata di contenuti interessanti e fruibili, organizzati secondo un calendario editoriale e finalizzati al raggiungimento di determinati obiettivi strategici, giusto? Ecco, sicuro che il tono, il mood e la forma di un comunicato stampa standard possano rientrare all’interno della tua narrazione?

Credo sia molto più probabile che il post con il comunicato rappresenti una sorta di rottura della narrazione originale; qualcosa che spezza quello che stai facendo e richiede l’attenzione e la concentrazione del lettore. Un po’, per intenderci, quello che accade con le pubblicità in tv: tu stai guardando un film e, nel momento di maggiore intensità emotiva, taaaac…

Dei cinque punti che abbiamo visto, però, questo è forse l’unico che potrebbe presentare degli aspetti positivi, regalando un ruolo centrale al comunicato stampa pubblicato tout court. Se usato con parsimonia e solo per le questioni davvero importanti, un comunicato stampa formale all’interno di una narrazione più colloquiale può catturare l’attenzione in modo decisivo, come a dire “adesso fermi tutti: abbiamo una cosa molto seria da dire”.

Ovviamente, affinché questo meccanismo funzioni è necessario che venga utilizzato il meno possibile.

Conclusione: cosa farne dei comunicati stampa?

Stringendo al massimo la conclusione (questo è un post più lungo del solito) potremmo dire che i comunicati stampa hanno certamente una grande rilevanza nel mondo della comunicazione ma, tranne rare eccezioni, non si prestano bene ai social media. Copiare in un post quello che hai scritto da un’altra parte non è perciò una buona idea: linguaggio, lunghezza e mood rendono difficile la fruizione di quel contenuto. Un’alternativa, se proprio abbiamo intenzione di usare i comunicati stampa sulla pagina Facebook, è quella di pubblicarli sono in circostanze davvero eccezionali, in modo che malgrado quello che abbiamo visto sopra possano comunque catturare l’attenzione del lettore e dare la sensazione di qualcosa di solenne.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

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Se la sinistra non ha più voce

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Totalmente afona, più divisa del solito, incerta sul da farsi e con poche idee e ben confuse su come comunicare. Ecco come sembra presentarsi la sinistra italiana in questo periodo. Lungi da me affrontare qui questioni di natura, ma visto che nel post in cui parlavo della comunicazione dei vincitori ho promesso di occuparmi anche degli sconfitti, beh, eccoci qui.

Comunicare a sinistra: disclaimer

Siccome so già che questo post non tratterà – e del resto non potrebbe neanche farlo – a fondo tutte le questioni e le problematiche, voglio iniziare dicendoti che qui proverò a dare un’impressione generica e generale sulla percezione della comunicazione di sinistra. Su quello che arriva, insomma. Perché non è vero, almeno secondo me, che “a sinistra non c’è più nessuno o che alle persone non interessano più certe tematiche“. Semplicemente, per fare un esempio: se in una festa stai zitto in un angolo con la speranza che la ragazza più bella molli tutti per venire a chiederti cos’hai, beh, finisce che torni a casa senza aver parlato con nessuno.

Insomma, sembra che possiamo riassumere tutti i dubbi della comunicazione a sinistra con questo video:

Un altro fattore davvero interessante, almeno guardandolo da fuori, è quella sorta di snobismo che traspare e che fa urlare a molti “ma ai problemi veri della gente chi ci pensa?” Magari la sinistra lo fa, ma sono altri a prenderne la paternità, almeno a livello narrativo. E no, cari amici di sinistra, parlare di narrazione non deve sembrarvi un’eresia: è lei lo strumento che serve a raggiungere il tanto agognato (e quasi dimenticato) successo elettorale.

La comunicazione politica di sinistra

Veniamo al nocciolo della questione: perché la sinistra, quando deve comunicare, perde sempre?

Le idee e le opinioni a spiegazione della cronica difficoltà della sinistra a comunicare sono tante e partono dalla cronica ricerca di parlare alla parte razionale di ogni elettore – cosa mostratasi nel tempo assolutamente inefficace – all’utilizzo di un linguaggio difficile (chi non ricorda il “cuneo fiscale” di Prodi contrapposto al celebre “abolirò l’IMU” di Berlusconi?), passando per le profezie alla Fassino (leggasi: “Se Grillo vuole fare politica fondi un partito e vediamo quanti voti prende“) che dimostrano uno scollamento dalla realtà e arrivando alla tendenza ormai consolidata di porsi a moralizzatori e giudici dei comportamenti umani.

Cioè non di tutti i comportamenti, diciamo solo quelli degli altri.

In giro è pieno di cattivi ma passare il tempo a spiegare quanto siano antipatici gli altri non ti renderà certo più simpatico, così come descrivere quanto “poco” siano i tuoi avversari non ti farà sembrare un eroe, specie se parti da una condizione di svantaggio e non sei proprio l’anima della festa.

Non dimentichiamoci la pancia

E se la soluzione per rendere la sinistra attraente sia quella di parlare dei problemi del quotidiano, ridimensionando i temi filosofici e di alta cucina per poi reinserirli nuovamente una volta migliorata l’immagine in generale? Ci sono più prospettive dalle quali affrontare un tema e ci sono più modi di comunicarlo, basta scegliere quello che oltre a far passare il messaggio possa raggiungere più facilmente gli elettori. Non sto parlando di fare del populismo spicco ma di non dimenticare la pancia dell’elettore medio.

Prendiamo come esempio la comunicazione sulla sacrosanta parità di genere.
Possiamo partire trattando la questione del maschilismo della lingua italiana, parlare dello squilibrio rappresentativo tra uomini e donne o concentrarci su qualcosa di ancora più tangibile come ad esempio la disparità retributiva. Non c’è un giusto e uno sbagliato, ma più entriamo nel quotidiano, più rendiamo tangibile la nostra battaglia e più possibilità avremo di trovare sostenitori. Parlare, come ho fatto poco sopra di “maschilismo del linguaggio italiano nelle istituzioni” può apparire come sensato, ma dire che “le donne guadagnano l’x percento in meno degli uomini” è decisamente più immediato.

E anche se questo esempio non calza proprio a pennello per ottenere orde di nuovi sostenitori, la lezione generale è che dobbiamo seguire il nostro modo di narrare la vicenda, permettendo alle persone di “toccare con mano” quello che stiamo dicendo.

N.B.: prima che tu possa darmi del maschilista o simili voglio ribadire che questo è solo un esempio per mostrare come vi siano diverse prospettive e diversi modi di comunicare la stessa identica cosa. Poi decidi tu quale scegliere.

Insomma, parlare anche alla pancia delle persone senza scadere nel populismo che la sinistra dice di combattere si può e non è niente di così sconvolgente. Temi rilevanti per l’opinione pubblica ce ne sono, basta solo trovare il modo di parlare con le persone e non più alle persone.

In sintesi: comunicare a sinistra è difficile ma non impossibile

Per chiudere quello che vuole essere uno spunto sull’argomento, cerchiamo di stringere. La sinistra fatica da sempre a comunicare (non è una cosa tutta italiana, anche la gauche* made in USA ha faticato praticamente sempre) e molto dipende da una sorta di miopia. La storica tendenza a pontificare da un qualche pulpito, lo snobismo che ha contraddistinto alcuni personaggi di spicco dei vari partiti nell’interpretare alcuni processi (non ultima la celebre uscita di Fassino sul Movimento 5 Stelle), il comunicare temi storici nello stesso modo in cui l’avrebbero fatto 30 anni fa, il farsi sorpassare tra la gente perfino dalla destra. Non penso che sia vero che questo non è il tempo della sinistra; penso più semplicemente che questo non sia il tempo di una sinistra che dimentica di sedersi al tavolo con le persone per parlare con loro.

La sinistra si è messa in un angolo convinta che prima o poi possa arrivare la ragazza che le piace a chiedere quale sia il problema. Il fatto è che se stai lì la ragazza non arriva mai, mentre tutti gli altri si divertono.

Insomma, alla fine, che tu non venga o che tu stia in un angolo, non ti si nota lo stesso.

 

*sì, lo so, adesso mi direte che la sinistra americana non è una vera e propria sinistra e che non si dice americano ma statunitense. 🙁

 

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Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

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La riprova sociale condiziona anche te!

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È fortissima e ci accompagna come un’ombra già dall’infanzia senza abbandonarci mai: sì, oggi parliamo proprio di riprova sociale, quella sensazione di fare la cosa giusta perché la stanno facendo anche gli altri o, per meglio dire, di adeguarci al comportamento degli altri quando ci troviamo in una situazione di incertezza .

Se ci pensi, la riprova sociale guida molto spesso i nostri comportamenti fin dalla prima volta in cui ci giustifichiamo con un “mamma, ma lo fanno tutti” al quale, di solito, la mamma ci risponde “ma se tutti si buttano da un ponte, lo fai anche tu?“.

Non consciamente, certo, ma inconsciamente forse*…

Diventiamo grandi ma non cambia nulla

La riprova sociale non è qualcosa che coinvolge solo i più piccoli, ancora incerti su come comportarsi e quindi alla ricerca di modelli di comportamento,ma è un qualcosa che puoi trovare un po’ ovunque: pensi, ad esempio, che le code davanti alle discoteche siano naturali? No, i gestori dei locali sanno che un locale con la coda di persone all’ingresso è più attraente di uno senza nessuno davanti e, spesso, creano quell’effetto per il quale stai in coda venti minuti e poi quando entri il locale è mezzo vuoto (komplotto!!11!).

E che dire del cappello degli artisti di strada, che sanno bene che un cappello vuoto non ti spingerà a lasciare un’offerta, mentre qualche moneta lasciata lì “per caso” ti farà pensare che qualcuno l’avrà già fatto. O, ancora, delle decisioni sbagliate che prendiamo a causa degli altri? Ho lavorato per un periodo vicino a un casello autostradale e mi è capitato più di una volta di vedere con i miei occhi macchine in fila all’unico casello chiuso.

Riprova sociale: perché è così importante?

Ma perché la riprova sociale è così importante nelle nostre vite da farci mettere in fila dietro a un’auto che ha evidentemente sbagliato o da farci parlare piano se tutti parlano sottovoce?

Affidarci al senso comune, adeguare i nostri comportamenti in base al contesto ha indubbiamente numerosi vantaggi, altrimenti non lo faremmo. Possiamo risparmiare il tempo e le energie che useremmo per prendere una decisione, possiamo evitare di fare brutta figura tra la gente, possiamo –  e lo vediamo più avanti – evitare di finire dalla parte del torto quando scriviamo qualcosa sui social, da adolescenti possiamo sentirci parte di un gruppo… Insomma, “possiamo” un sacco di cose!

Mica male, eh? E al nostro cervello pare importare poco il rischio di finire ogni tanto a un casello chiuso.

La riprova sociale sul web

L’ho anticipato poco sopra: la riprova sociale funziona alla grande anche sul web e sui social media. Per sentirci bene abbiamo bisogno di fare il pieno di like e la soluzione migliore è senza dubbio postare qualcosa che piaccia alla gente, qualcosa di semplice e immediato:

tipo un tramonto o un gattino.

Ci sono, però, anche delle conseguenze negative.

La prima è che su Facebook non postiamo solo gattini e tramonti ma ci lasciamo andare anche considerazioni spot e un spesso un po’ sgrammaticate che daranno verosimilmente vita a delle conversazioni più o meno lunghe. Quando la riprova sociale funziona, cioè quando troviamo consensi, andiamo avanti e ci rafforziamo, ma quando arrivano le critiche scattiamo a molla espellendo virtualmente i nostri interlocutori. Questi ultimi, a loro volta, sommersi di critiche tenderanno a non rispondere e a ritirarsi presto o tardi dalla contesa. A queste due categorie dobbiamo aggiungerne una terza, quella di coloro che non hanno intenzione – per vera o presunta superiorità –  di gettarsi nella mischia e preferiscono stare zitti.

La seconda è che, se in base a questa regola orientiamo i nostri comportamenti su quello che ci accade intorno, formarci delle opinioni e regolare i comportamenti in un ambiente in cui chi grida più forte o d’accordo rimane, mentre gli altri rinunciano o spariscono significa di fatto conoscere solo una parte della storia.

Insomma, la riprova sociale funziona da sempre e ci accompagna dall’inizio della nostra vita come uno dei meccanismi più semplici per orientare i nostri comportamenti in mezzo alle persone e addirittura sul web, con conseguenze potenzialmente più rischiose. Come abbiamo appena visto, infatti, quando viene a mancare l’approvazione degli altri, spesso evitiamo di restare all’interno di una discussione, lasciando l’intero campo a disposizione dei nostri avversari, un atteggiamento comprensibile ma decisamente rischioso. Gli esempi degli artisti di strada e delle discoteche ci aiutano però a comprendere come la si possa sfruttare anche per vere azioni di marketing.

Avremo modo di parlarne…

 

*C’è un approfondimento interessante nel libro “Le armi della persuasione” di Robert B. Cialdini: se non l’hai ancora fatto ti consiglio di leggerlo senza perdere altro tempo!

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Vendi grazie alle emozioni

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Se c’è una favola che ci è stata raccontata spesso – specie negli anni passati – e che ha sempre rincuorato schiere di imprenditori, beh, quella è senza dubbio la favola del consumatore razionale. Esiste un mondo ipotetico e disegnato a tavolino nel quale il consumatore percepisce un bisogno, lo trasforma in desiderio in base ai suoi schemi mentali e alle influenze socioculturali, compara razionalmente le varie alternative in termini di costi e benefici e, nel caso di disponibilità economica, procede all’acquisto di un bene.

Di un qualsiasi bene.

Un mondo fantastico che rende felici coloro che si credono o sono leader di settore, convinti di poter giocare all’infinito la carta dell’alta qualità e tutte quelle altre cose lì…

Ma una favola, in quanto tale, non esiste: il consumatore non ragionava così prima (se non in situazioni davvero specifiche), non lo fa adesso e continuerà a non farlo malgrado sia oggi semplicissimo ottenere dati e fare paragoni.

Perché non esiste il consumatore razionale

Il consumatore totalmente razionale non esiste, punto. A nessuno verrebbe in mente di ragionare in modo del tutto razionale prima proceder a un acquisto qualsiasi, figuriamoci a un insieme di acquisti. Del resto,  hai mai pensato a cosa succederebbe facendo la spesa al supermercato? A occhio e croce e vista l’offerta, per una lista della spesa di una decina di prodotti avremmo bisogno di almeno 4 giorni per valutare tutto. Non ci credi?

Allora fai una prova: la prossima volta che devi fare la spesa vai nella corsia dei prodotti per il corpo e mettiti razionalmente alla ricerca di un bagnoschiuma, valutando tutti questi aspetti: prezzo, quantità, prezzo al kg, offerte speciali, profumi, effetti sulla pelle, provenienza, nome dell’azienda, orientamento e comportamento dell’azienda, posizionamento del prodotto e così via, poi fammi sapere quanto ci hai messo.

Ma il consumatore completamente razionale non esiste per un altro motivo: il nostro cervello. Il nostro cervello è notoriamente pigro e, soprattutto, è programmato per per lavorare al risparmio. Insomma, meno deve impegnarsi e più felice. E qual è il modo migliore per ridurre il suo impegno? Senza dubbio, la scelta migliore per lui è trovare e codificare nel tempo delle scorciatoie, arrivando così a prendere le decisioni con il minor sforzo possibile. “Fortunatamente” in questo senso ci vengono incontro la pubblicità, il posizionamento dei prodotti, i il cartellino colorato con l’offerta promozionale e l’abitudine, una strada sicura per risparmiare tempo ed energie.

Come comportarci con il (vero) consumatore?

Il fatto che il consumatore razionale non esista è di fatto una fortuna, perché abbiamo il modo di provare a convincerlo con molte più frecce nella nostra faretra, anche per coloro che producono un prodotto realmente migliore di altri e che vedono insidiata la loro posizione da nuovi competitor. Certo è che bisogna ri-orientare la nostra comunicazione, senza escludere le specifiche tecniche e razionali che valorizzino il prodotto ma cercando di intercettare il cuore o la pancia del nostro potenziale cliente. Ci sono settori che richiedono una comunicazione più tecnica e altri che desiderano slanci fantasiosi, ma riuscire a coinvolgere le emozioni ci darà sempre un grande vantaggio. Ecco perché dovremmo fare tutti quanti uno sforzo in questo senso.

Viviamo in un mondo di emozioni reali (e digitali)

La maggior parte della nostra vita, delle nostre relazioni, delle nostre conversazioni e delle nostre scelte si basa su fattori irrazionali ed emotivi. Pensiamo, agiamo, conversiamo e prendiamo decisioni basandoci su intuito, esperienza, curiosità ed emozione e nulla di ciò è razionale, altrimenti non sapremmo spiegare le code agli Apple store in attesa del nuovo iPhone o l’antico quanto vincente meccanismo dei saldi nei negozi.

L’azienda deve saperlo e deve mettersi in condizione di uscire da una comunicazione esclusivamente orientata al prodotto e cercare di intercettare una delle quattro leve che ci spingono a prendere decisioni in fretta. Blog, social e digital marketing in genere non saranno né la pentola con le monete d’oro alla fine dell’arcobaleno né El Dorado, ma il luogo ideale per poter lavorare in questo senso.

Attenzione poi, al fatto che questo vale anche per il settore dell’ospitalità e per la ristorazione. In un mare così grande, comparare prezzi, posizione e servizi spesso non basta: perché non concentrarci sul racconto di ciò che ci circonda? Non è forse per questo che i turisti scelgono la località in cui si trova il nostro albergo?

Certo, una cosa parlarne ed è estremamente semplice generalizzare e fare un discorso per tutti i settori, dalla meccanica di precisione al food, un’altra è mettere in pratica un piano di comunicazione orientata alle emozioni e una narrazione che siano davvero convincenti per il nostro pubblico.

Farlo, però, non è più rimandabile e non è più una fattore da mettere in discussione.

Non è più ‘se’, ma è ‘quando’. E il suggerimento è che sia oggi.

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Orson Welles, alieni e comunicazione politica

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Devo ammetterlo: la prima volta che ho sentito parlare di Orson Welles e della Guerra dei mondi sono rimasto folgorato dall’accaduto. Certo, il racconto che ho sentito era farcito con dettagli più o meno realistici e ingigantito al punto da far sembrare la reazione degli americani una sorta di preparazione all’apocalisse più di quanto  – a quanto pare – non lo sia stato veramente. Ma da questa storia così affascinante possiamo ricavare ancora oggi degli spunti interessanti, specie se parliamo di comunicazione politica, marketing elettorale e propaganda.

La Guerra dei Mondi in diretta radio

Può un programma radiofonico – annunciato prima e dopo la messa in onda – essere talmente verosimile da scatenare il panico negli ascoltatori? La risposta arriva dritta dritta dal 30 ottobre del 1938. Alle 20 in punto la CBS manda in onda uno sceneggiato radiofonico interpretato proprio da Welles che, spezzone dopo spezzone, racconta un’invasione aliena con tanto di servizi dell’inviato.

Tutto sembra andare secondo copione tranne la reazione dei radioascoltatori che cominciano ad abbandonare le loro abitazioni per raggiungere le chiese e in certi casi – secondo leggenda – a suicidarsi e a gettare intere città nel caos. Qualcuno pare addirittura aver chiamato in redazione chiedendo “A che ora è la fine del mondo?”*
Storie e leggende che si integrano e si ingigantiscono di bocca in bocca.

E pensare che Welles avrebbe voluto rinunciare allo sceneggiato perché poco convincente..

Verosimile o assurda, purché funzioni

Ci sono due cose che mi affascinano dell’intera vicenda legata alla Guerra dei mondi e agli strascichi che l’hanno portata fino ai giorni nostri.

La prima riguarda il programma in sé: stando a quanto riportato da Il Post, la storia non pare in realtà aver suscitato quell’ondata di paura di cui si è parlato ma – e qui sta il bello – è arrivata fino ai giorni nostri a furia di leggende. Certo è che vista da qui, la storia degli americani che nel 1938 ascoltano la radio e si spaventano non pare così assurda ma, anzi, mi pare del tutto verosimile che, negli anni 30 una buona fetta di popolazione delle campagne fosse poco scolarizzata e pronta a credere a qualunque cosa passasse in radio. A te no?

La seconda si lega invece all’assurdità della storia e di un’invasione aliena alquanto improbabile (lo è sempre, fino al giorno in cui non arriveranno per davvero). Ecco, questo è il punto principale: noi crediamo a due tipi di storie (oltre a quelle reali, naturalmente): quelle talmente realistiche da sembrare plausibili e quelle così tanto lontane dalla realtà da farci pensare “beh, è anche una storia strana, ma che interesse avrebbe il giornalista/conduttore/politico a farmi passare per buona un’assurdità del genere?“. Lezione numero due: se devi raccontare una balla raccontala molto ma molto grande.
Ed ecco spiegato perché una storia così sia diventata un racconto incredibilmente affascinate che verrà raccontato ancora per tantissimi anni.

Comunicazione politica: verosimili e assurde ma pur sempre false?

Va bene, ma alla fine cosa c’entrano Orson Welles e i suoi alieni invasori con la comunicazione politica, la propaganda e il marketing elettorale? Sono certo che ci sarai già arrivato da solo, ma la storiella di Welles ci mostra (o serve a dimostrare) come sia possibile alterare la percezione delle cose. Facendo questo esempio siamo riusciti a mettere una percezione alterata dentro l’altra: quella degli americani che avrebbero creduto alla storia di Orson Welles e quella nostra, che crediamo alla storia degli americani che hanno creduto alla storia dell’invasione che al mercato mio padre comprò.

A parte gli scherzi, alterare la percezione è una tecnica usata molto spesso dai partiti politici per ottenere e/o aumentare i consensi e in questo senso i social hanno dato una mano davvero importante a certe formazioni. Il grande vantaggio di utilizzare i social per fare comunicazione politica non risiede tanto nella possibilità di raggiungere più persone a un costo minore quanto piuttosto nel fatto che, con una campagna ben strutturata, che tocchi i tasti giusti e che abbia il tempo di svilupparsi, abbiamo la possibilità di modificare la percezione che le persone hanno di certi argomenti al punto da creare una nuova realtà, magari sfruttando il fatto che sul web una notizia falsa ripetuta all’infinito diventa incredibilmente vera, almeno nella nostra testa.

Abbiamo parlato di invasione aliena, ma di esempi ce ne sono davvero tanti intorno a noi (e non mi interessa riportarli qui). Se, però, vuoi saperne di più sulla percezione ti rimando a questo articolo di Annamaria Testa su Internazionale: Le percezioni distorte degli italiani.

Ecco perché è così importante per un partito o un movimento trovare e portare avanti una narrazione credibile sul web: chi ha cominciato a farlo per tempo ne sta godendo i frutti ora, mentre tutti gli altri sono ancora lì a domandarsi il perché della sconfitta…

*Da qui nasce la celebre canzone dei REM

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Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

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