Visit Us On FacebookVisit Us On TwitterVisit Us On LinkedinVisit Us On Instagram
social-media-manager-politica

A chi affidare i social di un partito?

Posted on Categories: SocialTags: 0

Qualche tempo fa abbiamo parlato di quanto sia ormai importante diventare un social partito, trovando almeno tre buoni motivi: ascolto, azione e reazione. Il succo, in estrema sintesi, è che non puoi fare a meno di uno strumento così importante. Già, tutto bene, ma chi si deve occupare di questa parte, che va molto oltre rispetto alla semplice comunicazione?

A.A.A. Social qualcosa cercasi

So quanto sia difficile per molti partiti trovare il social media manager giusto, ma soprattutto so quanto possa pesare il costo di un social media manager nell’economia di un partito locale. Qui, infatti, non stiamo parlando di partiti come la Lega, del Movimento 5 Stelle o del Partito Democratico ma delle tante realtà medio piccole che vivono il territorio e devono far quadrare l’esigenza di gestire un budget minimo e la necessità di diffondere la loro narrazione.

Sarebbe troppo facile (e bello) suggerire di assumere qualcuno a tempo pieno, che possa dedicarsi esclusivamente a quello. Sarebbe anche la scelta più giusta e quella in grado di portare i risultati migliori. Ma visto che spesso non è così, proviamo a vagliare le diverse alternative.

Affidarsi a un social media manager freelance

Se non abbiamo la possibilità di assumere qualcuno a tempo pieno la soluzione migliore è senza dubbio quella di affidarsi a un professionista freelance.

Sul mercato esistono diverse proposte, modi di lavorare differenti e una marea di professionisti disposti ad accettare l’incarico, così come possono variare (e di molto anche) gli onorari che richiedono. Scegliere il professionista giusto può non essere semplice, è vero, ma un professionista, in quanto tale, deve saper fare cose che gli altri non sono in grado di fare. Ecco quindi che il vantaggio di affidarsi a un professionista è rappresentato dalla professionalità: studio, esperienza, impegno e passione vorranno pur significare qualcosa, no?

Sebbene sia la migliore, la scelta di affidarsi a un professionista ha comunque un lato (probabilmente) negativo: il costo. Sicuramente si tratta di un investimento a lungo termine e certamente non è gratis, quindi è importante valutare bene il rapporto costo-opportunità. Quanto crediamo in quella professione? Quanto ne abbiamo bisogno? Perché ne abbiamo bisogno? Quali sono le credenziali del professionista che abbiamo scelto? Perché proprio lui?

Poi, solo dopo esserci fatti queste domande, pensiamo al prezzo, avendo ben chiaro – come si dice spesso – che  “se pensi che un professionista costi troppo è perché non hai idea di quanto ti costerà alla fine un incompetente”.

Formare una risorsa interna

Scegliere internamente una figura da formare può essere una buona soluzione se non disponiamo di un budget sufficiente a ingaggiare un professionista ma vogliamo evitare grossi rischi ed errori clamorosi. Pagando una formazione precisa e specifica a uno dei nostri fidati militanti o supporters offre anche il vantaggio di avere qualcuno al corrente delle dinamiche interne, delle idee e degli obiettivi del nostro partito. Non dovrà chiedervi cosa volete comunicare perché lo saprà già.

Il punto di forza che h0 appena evidenziato può rappresentare però anche una grande debolezza. Ci sono degli equilibri interni da valutare: la persona a cui verrà affidata la comunicazione ha voce in capitolo nelle decisioni? Se dovesse suggerire un cambio di rotta (o magari un’idea diversa rispetto a quella dei vertici) verrebbe ascoltato? Non solo, la sua militanza e i suoi ideali quanto potranno influire sulle sue decisioni? Ecco, queste sono domande da porci e dubbi da risolvere prima di scegliere questa opzione. Il rischio è che la risorsa che abbiamo formato diventi una mera esecutrice: una sorta di robot che post sui social i comunicati stampa. Forse è meglio sottolinearlo: se scegliamo di formare una risorsa è perché ci fidiamo di lei, ma non possiamo farlo a fasi alterne. Infine, ovviamente, un corso di formazione non potrà sostituire anni di professione: è bene non pretendere dalla nostra risorsa interna un lavoro della qualità di un professionista.

Farlo fare al militante più giovane o a quello che usa spesso i social

No, dai, scherzo, questa non è un’alternativa da prendere in considerazione. Incaricare qualcuno di gestire la comunicazione digitale solo perché usa bene i social per conto suo equivale più o meno ad assumere una persona come Chef solo perché a casa ha un forno a microonde. Rendersi interessanti ed avere carriole di like e interazioni sul profilo privato non equivale certo a saper gestire la comunicazione di un’azienda o un partito: sono mondi totalmente diversi ma, soprattutto, uno è un gioco mentre l’altro una professione. Non solo, la discriminante legata all’età o alla confidenza con le nuove tecnologie non può essere né la prima, né l’unica nella scelta di qualcuno a cui affidare (in sostanza) il destino del nostro partito. Se dovessimo affrontare un’operazione preferiremmo un chirurgo o un giovane?

Ecco, appunto.

Una consulenza per il caso specifico

Ma come scegliere l’opzione che fa al caso nostro? È solo una questione di budget o c’è dell’altro? Un’ultima soluzione può essere rappresentata dalle consulenze. Con l’aiuto di un consulente abbiamo la possibilità di capire quale sia il nostro punto di partenza, conoscere i nostri reali obiettivi e imbastire una strategia di comunicazione digitale come si deve, monitorando di volta in volta i risultati raggiunti. Questa opzione ha tra i suoi lati positivi quello di poter gestire il budget in piccole dosi, facendosi guidare da qualcuno ma occupandosi in prima persona del “lavoro sporco”.

A breve termine può quindi essere una buona idea, ma visto che le consulenze costano mediamente di più (in termini di costo orario) di una vera e propria gestione, a lungo termine rischiamo di dover spendere una quantità maggiore di soldi e di dover essere noi a occuparci della parte pratica.

Conclusione: come scegliere un social media manager?

A conti fatti queste sono le alternative a disposizione anche delle aziende e non solo dei partiti e basta un’occhiata al volo per riconoscere pregi e difetti di ognuna di esse, escludendo ovviamente la possibilità di farlo fare a qualcuno solo perché usa bene i social media o, peggio, è il più giovane. I fattori da combinare per prendere una decisione sono tanti: dal budget alle risorse in termini di tempo ed energie, dalla struttura organizzativa agli obiettivi e così via ma, indipendentemente dalla scelta che faremo, è importante che ci arriviamo dopo un’attenta e onesta analisi interna.

i partiti politici nell'era digitale

Diventare un social-partito

Posted on Categories: SocialTags: 0

Negli ultimi anni, i partiti hanno dimostrato di non poter fare a meno della figura del social media manager per una valida serie di motivi.

Non tutti, ovviamente: alcuni partiti hanno scelto (e continuano a farlo) di considerare marginale questa parte della comunicazione, preferendo di gran lunga un esilio (non dorato, per carità) dal quale lamentarsi di quanto gli elettori non capiscano, siano stupidi, non abbiamo ricevuto il messaggio, si facciano coinvolgere dalle sirene, eccetera eccetera.

In un estremo tentativo di convincere questi partiti ad accettare la sfida e senza voler lanciare il grido o “social o morte”, voglio parlare di tre validi motivi per cui non solo i partiti dovrebbero usare i social, ma anche perché dovrebbero farlo con cognizione di causa. Non esserci equivale a perdere opportunità importanti, ridurre in maniera consapevole la popolarità e allontanarsi dalle persone. E, rispondi sinceramente: davvero pensi che se abbandoni i tuoi elettori quelli restano lì ad aspettare che tu batta un colpo? Non è forse più probabile che cedano a qualche sirena?

Sintetizzando, possiamo riassumere l’importanza di una presenza sui social in tre parole: ascolto, azione e reazione.

Ascoltare, agire e reagire grazie ai social media

Se sai ascoltare sei a metà dell’opera

La politica deve stare dove ci sono le persone. E le persone, negli ultimi 10 anni, sono sui social media. È lì che parlano di politica, esprimono i loro sentimenti (in modo palese e non), portano avanti le loro istanze e mettono in piazza le loro paure. Quindi, anche solo per sentire “di cosa parla la gente” bisogna abitare i social per non perdersi un canale preferenziale sulle opinioni delle persone, una finestra sui pensieri della gente. Presidiare i social in modo organizzato e coerente permette a un partito di ascoltare e capire, mettendo così sul tavolo idee e proposte in grado di coinvolgere gli elettori. Evitare di stare sui social o portare avanti battaglie che nessuno reputa interessanti può essere comodo, ma non porterà al partito un maggior numero di consensi.

Ovviamente, non si tratta di modificare la natura di un partito per inseguire le idee delle persone. Tutti i partiti hanno (o dovrebbero avere) una loro precisa identità e dei valori fondanti. Ascoltare i social permetterà loro di lavorare su tutti quegli argomenti paralleli o complementari alla loro narrazione. Ogni grande ideale è declinabile in istanze attuali e coinvolgenti, basta trovare la chiave giusta.

Dall’ascolto alla proposta

Una volta compresa l’importanza di ascoltare e dopo aver messo in ordine le richieste degli elettori, ecco che arriva il momento di passare all’azione. Anche in questo caso, evitare di parlare sui social equivale a trascurare se non una fetta di popolazione, almeno uno strumento di rinforzo cognitivo. Il meccanismo peraltro è piuttosto semplice: sento una notizia, apro i social e guarda caso ne stanno parlando tutti, compreso un partito indicativamente vicino alla mia posizione, che ha scelto di trattare la questione in modo compiuto.

Chi dice che i social non spostano l’elettorato nel breve termine ha assolutamente ragione, ma chi dice che i social non servono a nulla neanche sul medio lungo periodo o sta mentendo o non sa di cosa parla. Il comune sentire si forma spesso dietro a uno schermo perché, per tutta una serie di motivi, è proprio lì che ci lasciamo andare più facilmente. La scelta per un partito è tra essere passivo e sperare che vada tutto bene o cercare di guidare questo senso comune verso una posizione a lui più vicina.

«Cosa si dice su di me?»

Essere nel luogo in cui si parla di te è anche il modo migliore per cercare di guidare (di nuovo) le conversazioni e soprattutto arginare eventuali emorragie. Come fai a evitare che ti vengano soffiati dei voti se non sei nel luogo in cui questo accade? Come fai a controbattere e a difenderti da accuse, bufale e informazioni fuorvianti se preferisci evitare un canale solo “perché tanto non ha senso perdere tempo a parlare con gli analfabeti funzionali”? Per come la vedo io, è decisamente meglio avere la possibilità di sapere cosa sta succedendo piuttosto che svegliarsi una mattina e scoprire di essere lontani anni luce dai pensieri delle persone.

P.s: in questo senso diciamo pure che l’analfabeta funzionale logora chi non ce l’ha.

Come si diventa un social partito?

Diventare un social-partito non è semplice: servono energie, risorse, budget e una buona dose di umiltà. Una volta presa la decisione di gettarsi nella mischia potresti trovarti di fronte a grandi sorprese! Se scoprissi, ad esempio, che le tue battaglie non interessano più nessuno?  E se, invece, venissi a sapere che basterebbe modificare un pochino la tua narrazione per ottenere un maggior numero di consensi? Cosa faresti? Saresti disposto a modificare un po’ i tuoi argomenti da campagna elettorale per poter vincere e avere così il diritto di portare avanti le tue istanze?

Ma ho un’altra brutta notizia per te: digitalizzare il tuo partito e farlo atterrare in maniera efficace sui social non è una cosa che puoi far fare a tuo cugggino. E non puoi neanche limitarti a dare le credenziali di Facebook al tuo militante più giovane “perché tu che sei giovane ci capisci qualcosa“.

Se, invece, pensi che questo sia sufficiente, ti suggerisco di dimenticare tutto quello che hai letto e lasciar perdere la social-politica perché rischieresti di avere costi di gran lunga più alti dei benefici.

social-comunicati-stampa

Come gestire i comunicati stampa sui social

Posted on Categories: SocialTags: 0

Il comunicato stampa ha ancora un ruolo decisamente rilevante all’interno di una strategia di comunicazione. Purtroppo, forse per pigrizia o forse per superficialità, sono ancora tante le aziende (ma soprattutto i partiti) che decidono di copiarne e incollarne il contenuto sui social con la speranza di ottenere qualche risultato. Come vedremo più avanti, si tratta di una scelta sbagliata per una buona serie di motivi che riguardano in particolare la sua struttura, il suo target e il suo linguaggio, che poco si presta alle dinamiche dei social.

Non dobbiamo per questo stravolgere tutta la nostra comunicazione o rinunciare a uno strumento così importante come il comunicato stampa: basta tenere in considerazione questi cinque punti prima di procedere con la pubblicazione del nostro contenuto.

Pubblicare un comunicato stampa su Facebook: 5 cose da sapere

Dirette, post e disintermediazione non sono stati in grado di uccidere il comunicato stampa, che è vivo, vegeto e in discreta salute. Se, però, provassimo ad analizzare un qualunque comunicato stampa incollato per intero su Facebook avremmo probabilmente un’impressione differente. Quindi non perdiamo altro tempo e proviamo ad affrontare questi cinque spunti di riflessione.

1) A mezzi diversi corrispondono linguaggi diversi

Questa è una frase che chiunque intenda occuparsi di comunicazione dovrebbe avere scritta su un post-it da attaccare al computer. Qui mi rivolgo soprattutto ai non professionisti che si trovano a dover seguire la comunicazione dell’azienda di famiglia o di una piccola associazione benefica.

A mezzi diversi corrispondono linguaggi diversi: il comunicato stampa ha una sua forma precisa e un linguaggio definito, propone un certo tipo di contenuto e si rivolge a  un determinato pubblico (vedi punto 3) ed è quindi normale che non si presti a tutti gli usi, almeno nella sua forma originale.

Perciò, in virtù di questa regola postare per esteso il suo contenuto su una Pagina Facebook dovrebbe essere vietato dalla Costituzione, o almeno dal bon ton.

2) Tempus Fugit

È paradossale: passiamo in media 2-3 ore al giorno su social ma non abbiamo tempo da perdere!

Tradotto: proporre un contenuto testuale lunghissimo e scritto con tutti i crismi del comunicato stampa è il modo migliore per assicurarsi che nessuno stia ad ascoltare quello che abbiamo da dire. Solo pochi eletti (i nostri sostenitori più attivi) si fermeranno a leggere in modo attento il nostro post, mentre tutti gli altri daranno una lettura diagonale al volo o, cosa ancora più probabile, salteranno direttamente al contenuto successivo. Gattino batte comunicato stampa 100 a 0, insomma.

Quindi, la soluzione migliore è di nuovo quella di creare un contenuto ad hoc nella forma, per riuscire a dire in modo efficace quello che vuoi. Un’idea, in questo caso, potrebbe essere di fare un breve e accattivante riassunto del contenuto per poi dare la possibilità di approfondire il tutto attraverso un link esterno al comunicato stampa o (ancora meglio) a un blog post che spieghi per esteso il tuo punto di vista.

3) È un pubblico diverso

Quando non distribuito urbi et orbi, il comunicato stampa serve, appunto, alla stampa. È un insieme di informazioni a uso e consumo di un intermediario, che potrà poi decidere se riprenderlo in parte, elaborarlo, contattarti per approfondire o ignorarlo. Ma per riuscire ad attirare l’attenzione della stampa hai bisogno di tutta una serie di espedienti e tecniche che su Facebook sarebbero superflui, visto che chi ti segue dovrebbe essere interessato a quello che fai. Su Facebook non hai bisogno di un intermediario, non hai bisogno di trovare modi per convincere qualcuno a riprodurre o elaborare il tuo contenuto per renderlo fruibile al grande pubblico.

Su Facebook hai il grande pubblico. Tu devi essere bravo a farti ascoltare.

4) Il tuo pubblico ti conosce già

Nei comunicati stampa è spesso presente una bella premessa in terza persona in cui i vari partiti ricordano il loro ruolo in questo, la loro storica battaglia in quello, la decisione di non appoggiare Eva al momento di cogliere la mela e si concludono con le firme e con la celebre “preghiera di diffusione”. Ecco, fermati un momento e guarda la tua Pagina Facebook: c’è il nome, c’è il logo, c’è lo storico di quello che hai fatto e ci sono un sacco di alte cose. Quindi:

  • parlare in terza persona o rafforzare la prima plurale (noi di *partito politico*) è decisamente superfluo;
  • La preghiera di diffusione (sob!) non ti serve o al massimo puoi mascherarla nel copy
  • Le firme non ti servono perché hai un logo e un simbolo e quello è il tuo canale istituzionale
  • Non hai bisogno di ricordare periodicamente ai tuoi fan che tu, quella volta, eri d’accordo con Adamo e non con Eva: lo puoi fare, sì, ma solo in determinate occasioni e solo se necessario.

5) Rompe la narrazione

La tua Pagina Facebook è popolata di contenuti interessanti e fruibili, organizzati secondo un calendario editoriale e finalizzati al raggiungimento di determinati obiettivi strategici, giusto? Ecco, sicuro che il tono, il mood e la forma di un comunicato stampa standard possano rientrare all’interno della tua narrazione?

Credo sia molto più probabile che il post con il comunicato rappresenti una sorta di rottura della narrazione originale; qualcosa che spezza quello che stai facendo e richiede l’attenzione e la concentrazione del lettore. Un po’, per intenderci, quello che accade con le pubblicità in tv: tu stai guardando un film e, nel momento di maggiore intensità emotiva, taaaac…

Dei cinque punti che abbiamo visto, però, questo è forse l’unico che potrebbe presentare degli aspetti positivi, regalando un ruolo centrale al comunicato stampa pubblicato tout court. Se usato con parsimonia e solo per le questioni davvero importanti, un comunicato stampa formale all’interno di una narrazione più colloquiale può catturare l’attenzione in modo decisivo, come a dire “adesso fermi tutti: abbiamo una cosa molto seria da dire”.

Ovviamente, affinché questo meccanismo funzioni è necessario che venga utilizzato il meno possibile.

Conclusione: cosa farne dei comunicati stampa?

Stringendo al massimo la conclusione (questo è un post più lungo del solito) potremmo dire che i comunicati stampa hanno certamente una grande rilevanza nel mondo della comunicazione ma, tranne rare eccezioni, non si prestano bene ai social media. Copiare in un post quello che hai scritto da un’altra parte non è perciò una buona idea: linguaggio, lunghezza e mood rendono difficile la fruizione di quel contenuto. Un’alternativa, se proprio abbiamo intenzione di usare i comunicati stampa sulla pagina Facebook, è quella di pubblicarli sono in circostanze davvero eccezionali, in modo che malgrado quello che abbiamo visto sopra possano comunque catturare l’attenzione del lettore e dare la sensazione di qualcosa di solenne.

solitudine-della-sinistra

Se la sinistra non ha più voce

Posted on Categories: SocialTags: 0

Totalmente afona, più divisa del solito, incerta sul da farsi e con poche idee e ben confuse su come comunicare. Ecco come sembra presentarsi la sinistra italiana in questo periodo. Lungi da me affrontare qui questioni di natura, ma visto che nel post in cui parlavo della comunicazione dei vincitori ho promesso di occuparmi anche degli sconfitti, beh, eccoci qui.

Comunicare a sinistra: disclaimer

Siccome so già che questo post non tratterà – e del resto non potrebbe neanche farlo – a fondo tutte le questioni e le problematiche, voglio iniziare dicendoti che qui proverò a dare un’impressione generica e generale sulla percezione della comunicazione di sinistra. Su quello che arriva, insomma. Perché non è vero, almeno secondo me, che “a sinistra non c’è più nessuno o che alle persone non interessano più certe tematiche“. Semplicemente, per fare un esempio: se in una festa stai zitto in un angolo con la speranza che la ragazza più bella molli tutti per venire a chiederti cos’hai, beh, finisce che torni a casa senza aver parlato con nessuno.

Insomma, sembra che possiamo riassumere tutti i dubbi della comunicazione a sinistra con questo video:

Un altro fattore davvero interessante, almeno guardandolo da fuori, è quella sorta di snobismo che traspare e che fa urlare a molti “ma ai problemi veri della gente chi ci pensa?” Magari la sinistra lo fa, ma sono altri a prenderne la paternità, almeno a livello narrativo. E no, cari amici di sinistra, parlare di narrazione non deve sembrarvi un’eresia: è lei lo strumento che serve a raggiungere il tanto agognato (e quasi dimenticato) successo elettorale.

La comunicazione politica di sinistra

Veniamo al nocciolo della questione: perché la sinistra, quando deve comunicare, perde sempre?

Le idee e le opinioni a spiegazione della cronica difficoltà della sinistra a comunicare sono tante e partono dalla cronica ricerca di parlare alla parte razionale di ogni elettore – cosa mostratasi nel tempo assolutamente inefficace – all’utilizzo di un linguaggio difficile (chi non ricorda il “cuneo fiscale” di Prodi contrapposto al celebre “abolirò l’IMU” di Berlusconi?), passando per le profezie alla Fassino (leggasi: “Se Grillo vuole fare politica fondi un partito e vediamo quanti voti prende“) che dimostrano uno scollamento dalla realtà e arrivando alla tendenza ormai consolidata di porsi a moralizzatori e giudici dei comportamenti umani.

Cioè non di tutti i comportamenti, diciamo solo quelli degli altri.

In giro è pieno di cattivi ma passare il tempo a spiegare quanto siano antipatici gli altri non ti renderà certo più simpatico, così come descrivere quanto “poco” siano i tuoi avversari non ti farà sembrare un eroe, specie se parti da una condizione di svantaggio e non sei proprio l’anima della festa.

Non dimentichiamoci la pancia

E se la soluzione per rendere la sinistra attraente sia quella di parlare dei problemi del quotidiano, ridimensionando i temi filosofici e di alta cucina per poi reinserirli nuovamente una volta migliorata l’immagine in generale? Ci sono più prospettive dalle quali affrontare un tema e ci sono più modi di comunicarlo, basta scegliere quello che oltre a far passare il messaggio possa raggiungere più facilmente gli elettori. Non sto parlando di fare del populismo spicco ma di non dimenticare la pancia dell’elettore medio.

Prendiamo come esempio la comunicazione sulla sacrosanta parità di genere.
Possiamo partire trattando la questione del maschilismo della lingua italiana, parlare dello squilibrio rappresentativo tra uomini e donne o concentrarci su qualcosa di ancora più tangibile come ad esempio la disparità retributiva. Non c’è un giusto e uno sbagliato, ma più entriamo nel quotidiano, più rendiamo tangibile la nostra battaglia e più possibilità avremo di trovare sostenitori. Parlare, come ho fatto poco sopra di “maschilismo del linguaggio italiano nelle istituzioni” può apparire come sensato, ma dire che “le donne guadagnano l’x percento in meno degli uomini” è decisamente più immediato.

E anche se questo esempio non calza proprio a pennello per ottenere orde di nuovi sostenitori, la lezione generale è che dobbiamo seguire il nostro modo di narrare la vicenda, permettendo alle persone di “toccare con mano” quello che stiamo dicendo.

N.B.: prima che tu possa darmi del maschilista o simili voglio ribadire che questo è solo un esempio per mostrare come vi siano diverse prospettive e diversi modi di comunicare la stessa identica cosa. Poi decidi tu quale scegliere.

Insomma, parlare anche alla pancia delle persone senza scadere nel populismo che la sinistra dice di combattere si può e non è niente di così sconvolgente. Temi rilevanti per l’opinione pubblica ce ne sono, basta solo trovare il modo di parlare con le persone e non più alle persone.

In sintesi: comunicare a sinistra è difficile ma non impossibile

Per chiudere quello che vuole essere uno spunto sull’argomento, cerchiamo di stringere. La sinistra fatica da sempre a comunicare (non è una cosa tutta italiana, anche la gauche* made in USA ha faticato praticamente sempre) e molto dipende da una sorta di miopia. La storica tendenza a pontificare da un qualche pulpito, lo snobismo che ha contraddistinto alcuni personaggi di spicco dei vari partiti nell’interpretare alcuni processi (non ultima la celebre uscita di Fassino sul Movimento 5 Stelle), il comunicare temi storici nello stesso modo in cui l’avrebbero fatto 30 anni fa, il farsi sorpassare tra la gente perfino dalla destra. Non penso che sia vero che questo non è il tempo della sinistra; penso più semplicemente che questo non sia il tempo di una sinistra che dimentica di sedersi al tavolo con le persone per parlare con loro.

La sinistra si è messa in un angolo convinta che prima o poi possa arrivare la ragazza che le piace a chiedere quale sia il problema. Il fatto è che se stai lì la ragazza non arriva mai, mentre tutti gli altri si divertono.

Insomma, alla fine, che tu non venga o che tu stia in un angolo, non ti si nota lo stesso.

 

*sì, lo so, adesso mi direte che la sinistra americana non è una vera e propria sinistra e che non si dice americano ma statunitense. 🙁

 

people

La riprova sociale condiziona anche te!

Posted on Categories: Cultura Digitale, SocialTags: , 0

È fortissima e ci accompagna come un’ombra già dall’infanzia senza abbandonarci mai: sì, oggi parliamo proprio di riprova sociale, quella sensazione di fare la cosa giusta perché la stanno facendo anche gli altri o, per meglio dire, di adeguarci al comportamento degli altri quando ci troviamo in una situazione di incertezza .

Se ci pensi, la riprova sociale guida molto spesso i nostri comportamenti fin dalla prima volta in cui ci giustifichiamo con un “mamma, ma lo fanno tutti” al quale, di solito, la mamma ci risponde “ma se tutti si buttano da un ponte, lo fai anche tu?“.

Non consciamente, certo, ma inconsciamente forse*…

Diventiamo grandi ma non cambia nulla

La riprova sociale non è qualcosa che coinvolge solo i più piccoli, ancora incerti su come comportarsi e quindi alla ricerca di modelli di comportamento,ma è un qualcosa che puoi trovare un po’ ovunque: pensi, ad esempio, che le code davanti alle discoteche siano naturali? No, i gestori dei locali sanno che un locale con la coda di persone all’ingresso è più attraente di uno senza nessuno davanti e, spesso, creano quell’effetto per il quale stai in coda venti minuti e poi quando entri il locale è mezzo vuoto (komplotto!!11!).

E che dire del cappello degli artisti di strada, che sanno bene che un cappello vuoto non ti spingerà a lasciare un’offerta, mentre qualche moneta lasciata lì “per caso” ti farà pensare che qualcuno l’avrà già fatto. O, ancora, delle decisioni sbagliate che prendiamo a causa degli altri? Ho lavorato per un periodo vicino a un casello autostradale e mi è capitato più di una volta di vedere con i miei occhi macchine in fila all’unico casello chiuso.

Riprova sociale: perché è così importante?

Ma perché la riprova sociale è così importante nelle nostre vite da farci mettere in fila dietro a un’auto che ha evidentemente sbagliato o da farci parlare piano se tutti parlano sottovoce?

Affidarci al senso comune, adeguare i nostri comportamenti in base al contesto ha indubbiamente numerosi vantaggi, altrimenti non lo faremmo. Possiamo risparmiare il tempo e le energie che useremmo per prendere una decisione, possiamo evitare di fare brutta figura tra la gente, possiamo –  e lo vediamo più avanti – evitare di finire dalla parte del torto quando scriviamo qualcosa sui social, da adolescenti possiamo sentirci parte di un gruppo… Insomma, “possiamo” un sacco di cose!

Mica male, eh? E al nostro cervello pare importare poco il rischio di finire ogni tanto a un casello chiuso.

La riprova sociale sul web

L’ho anticipato poco sopra: la riprova sociale funziona alla grande anche sul web e sui social media. Per sentirci bene abbiamo bisogno di fare il pieno di like e la soluzione migliore è senza dubbio postare qualcosa che piaccia alla gente, qualcosa di semplice e immediato:

tipo un tramonto o un gattino.

Ci sono, però, anche delle conseguenze negative.

La prima è che su Facebook non postiamo solo gattini e tramonti ma ci lasciamo andare anche considerazioni spot e un spesso un po’ sgrammaticate che daranno verosimilmente vita a delle conversazioni più o meno lunghe. Quando la riprova sociale funziona, cioè quando troviamo consensi, andiamo avanti e ci rafforziamo, ma quando arrivano le critiche scattiamo a molla espellendo virtualmente i nostri interlocutori. Questi ultimi, a loro volta, sommersi di critiche tenderanno a non rispondere e a ritirarsi presto o tardi dalla contesa. A queste due categorie dobbiamo aggiungerne una terza, quella di coloro che non hanno intenzione – per vera o presunta superiorità –  di gettarsi nella mischia e preferiscono stare zitti.

La seconda è che, se in base a questa regola orientiamo i nostri comportamenti su quello che ci accade intorno, formarci delle opinioni e regolare i comportamenti in un ambiente in cui chi grida più forte o d’accordo rimane, mentre gli altri rinunciano o spariscono significa di fatto conoscere solo una parte della storia.

Insomma, la riprova sociale funziona da sempre e ci accompagna dall’inizio della nostra vita come uno dei meccanismi più semplici per orientare i nostri comportamenti in mezzo alle persone e addirittura sul web, con conseguenze potenzialmente più rischiose. Come abbiamo appena visto, infatti, quando viene a mancare l’approvazione degli altri, spesso evitiamo di restare all’interno di una discussione, lasciando l’intero campo a disposizione dei nostri avversari, un atteggiamento comprensibile ma decisamente rischioso. Gli esempi degli artisti di strada e delle discoteche ci aiutano però a comprendere come la si possa sfruttare anche per vere azioni di marketing.

Avremo modo di parlarne…

 

*C’è un approfondimento interessante nel libro “Le armi della persuasione” di Robert B. Cialdini: se non l’hai ancora fatto ti consiglio di leggerlo senza perdere altro tempo!

Rimani aggiornato!