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Instagram toglie il numero dei like

Come cambiano Facebook e Instagram senza i like

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Negli ultimi tempi Instagram ha rimosso il contatore dei like ai post. Se ci fai caso, infatti, sotto le foto che vedi nel tuo feed il numero di apprezzamenti è stato sostituito da un più generico e poco indicativo “tizio e altre persone“. E presto la stessa sorte potrebbe toccare ai post di Facebook: l’aggiornamento è stato testato in Australia e pare che presto arriverà anche da noi.

Ma perché un cambiamento del genere può potenzialmente avere un impatto molto significativo sulla nostra social-esperienza? Cosa cambia nello nostro quotidiano stare sui social? E nella nostra strategia di social media marketing?

Perché Instagram toglie il numero di like alle foto?

Instagram ha scelto di rimuovere il numero dei like sotto le foto per riportare al centro le immagini e il nostro gusto personale. Non vedendo il numero di persone che hanno apprezzato una determinata immagine, infatti, siamo meno condizionati dalla riprova sociale e più “liberi” di di esprimerci; detto in altri termini, in questo modo dovrebbe spezzarsi quel meccanismo che ci porta inconsciamente a fare una cosa semplicemente perché la fanno gli altri.

(E se pensi di essere quel tipo di persona che non viene influenzata dagli altri sappi che ti sbagli: quel tipo di persona non esiste!)

Il cambiamento più grande, però, arriva più dal punto di vista business che da quello legato ai comportamenti di ogni singolo utente, in quanto potrebbe  mettere in seria difficoltà tutti gli pseudo influencer  e soprattutto tutti coloro che hanno viaggiato per molto tempo armati di bot. Senza poter contare sulla riprova sociale e sulla leva che essa esercita nei confronti delle persone diventa di fatto inutile comprare like farlocchi in giro per il web.

Ecco quindi che, in questo senso, la rimozione del conteggio di coloro che hanno messo i like assume un carattere decisamente più rilevante e interessante per tutti quanti.

Cosa cambia per le aziende che sbagliano

Ma con questa novità può cambiare molto anche per le piccole aziende alla ricerca di popolarità nel modo sbagliato. Ancora troppo spesso, infatti, le piccole aziende tendono a giudicare i risultati in base al numero di like ottenuti; i “professionisti” lo sanno e spingono decisi verso questa direzione ottenendo come unico risultato un rinvigorimento dell’ego del cliente, che resterà buono, felice e con il negozio vuoto ancora per un po’.

Bene, ma cosa cambia se non possiamo più fare affidamento sulla più celebre delle vanity metrics e non possiamo più taroccare i dati con l’acquisto di like proveniente da farm dall’altro capo del pianeta?

  • Per le azienda che hanno sempre avuto a mente che fare i big likes con una foto non ti riempirà il negozio e che è necessario offrire della qualità e del valore agli utenti per ottenere del guadagno non cambia assolutamente nulla. Anzi, il valore aggiunto offerto dai contenuti potrebbe emergere con più forza.
  • Per quelle che hanno speso un sacco di soldi alla ricerca dei like, per quelle convinte che “più gente vede il mio contenuto e più gente potrebbe comprare il mio prodotto” e per i professionisti che non lavorano per l’azienda del cliente ma per l’ego del titolare potrebbe cambiare tutto.

E sarebbe bello se cambiasse davvero.

Come vedere ancora quanti like ricevono i tuoi post su Instagram

Eccoci qui. Tanto lo so che la maggior parte di quanto scritto sopra non ti interessa e che avrai bisogno di un po’ di tempo per assimilare il cambiamento o anche solo convincerti della sua bontà.

Quindi, visto che vuoi sapere come fare per vedere ancora quanti like ricevono le foto su Instagram, sappi che ad oggi è ancora possibile avere accesso a questa statistica semplicemente accedendo al tuo account Instagram da dal tuo computer.

Quanto durerà questa situazione, però, non lo possiamo prevedere con certezza.

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Togli i social aziendali al tuo capo!

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Gestire la reputazione, cercare nuove opportunità di business, esplorare nuovi orizzonti e, ovviamente, la vendita diretta dei nostri prodotti: avere un’azienda ed evitare accuratamente Internet sembra essere ormai roba da pazzi. E in effetti è vero, così come sono dati di fatto le dimensioni medio-piccole delle aziende italiane e il carattere strettamente (o storicamente) famigliare di molte di esse.

Certo, ci sono grandi aziende, realtà in crescita e tutto quello che vogliamo, ma il tessuto – il sottobosco, insomma – è un insieme di micro attività.

E anche queste piccole attività si sono innamorate di internet. Magari senza una logica precisa, magari perché l’hanno fatto i competitor o magari solo per curiosità, fatto sta che esistono decine di migliaia di pagine Facebook di panetterie, gelaterie, piccole botteghe, ristorantini, bar e così via. Ed è proprio a queste realtà che voglio parlare in questo blogpost affrontando, in particolare, l’aspetto relazionale di una pagina Facebook di una piccola attività, sia per quanto riguarda la reputazione che la gestione delle interazioni.

Togli Facebook al tuo capo

Nelle piccole realtà è assolutamente usuale che il titolare pretenda di seguire con attenzione e/o gestire quello che accade sui social, visto che spesso il budget per affidare la comunicazione a un professionista scarseggia, ma non è quasi ma una buona idea.

Per prima cosa, così come essere giovane non garantisce la conoscenza delle tecnologie e delle pratiche neanche essere il capo assicura di avere le competenze necessarie a gestire le interazioni sul web, specie nelle condizioni di crisi.

In secondo luogo, il titolare di un’attività è probabilmente la persona meno adatta a gestire i commenti o le recensioni negative anche per via del suo coinvolgimento emotivo, che farà sembrare ogni critica un attacco personale.

Immagina, ad esempio, di aver speso tanti soldi, tante energie e altrettanta passione nel costruire la tua piccola azienda, lottando quotidianamente con la crisi economica e che un giorno – senza conoscere tutto ciò -arrivi un cliente che decide di criticare pesantemente quello che fai e come lo fai: mantenere la calma rischia di essere impossibile, perché con quel commento lui non sta mettendo in evidenza una lacuna, ma sta toccando la tua attività, la tua creatura. Insomma, sta attaccando te!

Rischioso, no?

Il titolare dell’attività, per come la vedo io, deve certamente avere la possibilità di accedere agli account e di osservare quello che viene fatto, ma il suo ruolo nella gestione della crisi deve essere limitato perché, è bene ricordarlo, quando risponderà con tono offeso lo farà sotto gli occhi di tutti (clienti e non) che lo giudicheranno a loro volta sulla base di quelle poche parole scritte in un commento su Facebook.

Non possiamo mai sapere cosa succederà, così come non sapremo mai come potrà reagire lui sentendosi attaccato ed è per questo che è fondamentale fermarmi un momento e produrre una policy interna sulla gestione della community.

Perché avere una Social media policy scritta come si deve

Una social media policy interna e destinata a chi si occuperà di gestire i social dell’azienda può salvarti la vita.

Niente di complesso: la social media policy interna è un semplice elenco di regole, mansioni e responsabilità. Un chi fa che cosa e come che può tornarti molto utile, specie quando la lucidità potrebbe venire a mancare e potremmo voler rispondere male a quel cliente che è stato mezz’ora nel nostro ristorante in una giornata storta e che non sa proprio nulla di noi, quindi è meglio che stia zitto e che non si faccia più vedere!

Social media policy interna: cosa non deve mancare

Ci sono diversi modi per redigere una social media policy interna come si deve (su Internet esistono parecchi modelli), ma è importante notare come alcuni aspetti non debbano proprio mancare.

  • Indicare le autorizzazioni: chi può accedere alla pagina Facebook aziendale? Con quali privilegi? E chi si occupa del blog?
  • Chi produce contenuti: chi si occupa di produrre i contenuti e di pubblicarli sui social aziendali? Con quale cadenza?
  • Quali valori comunicare: quali sono i messaggi che devono per forza passare quando scriviamo un post? Cosa vogliamo che gli altri pensino di noi?
  • Chi gestisce le interazioni: chi si farà carico di rispondere ai commenti belli/brutti? Chi dovrà togliere le castagne dal fuoco in una situazione di crisi?
  • Quale sarà il nostro tono: la nostra azienda parla in modo confidenziale o preferisce un tono meno diretto?
  • Quanto tempo abbiamo: dopo aver stabilito chi dovrà rispondere ai commenti e come dovrà farlo, dobbiamo anche stabilire quanto tempo avrà a disposizione. Da un lato, infatti, è importante rispondere presto; dall’altro è necessario che la risposta non sia affrettata e non peggiori la situazione di crisi.

Oltre a questi punti fondamentali, una social media policy interna può poi comprendere altri argomenti come:

  • Chi è il responsabile?
  • In che modo ci rivolgiamo ai clienti con i nostri post?
  • Eventuali indicazioni ai dipendenti su come interagire con gli account aziendali
  • Indicazioni ai dipendenti su come gestire i loro account privati in relazione all’azienda e così via.

Conclusione: gestire i social di una microimpresa

Sentirsi attaccati e chiudersi a riccio quando viene criticato qualcosa che ci sta a cuore è un atteggiamento piuttosto normale e per certi versi comprensibile. Il problema, però, è che rispondendo male o in maniera seccata, non affrontiamo solo chi ci ha “offesi” ma è come se parlassimo in mondovisione, rischiando di fare più danni di quanti non ne abbia fatti il primo commento.

Ecco perché, nelle realtà piccole e che non possono/vogliono delegare a un professionista la gestione degli account social è importante preparare una social media policy interna che disegni quanti più scenari possibili e definisca nel dettaglio come reagire a ciò che potrebbe succedere.

Ecco perché è meglio essere preparati.

Ecco perché è meglio togliere i social aziendali al tuo capo.

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Cosa sono i contenuti di qualità?

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Alzi la mano chi, tra gli aspiranti social media manager o web writer non si è mai imbattuto in corsi pronti a spiegare in maniera generica e “definitiva” quanto sia importante produrre contenuti di qualità e quali siano i benefici di realizzare testi o post efficaci. La ricerca della qualità deve essere certamente la nostra bussola ma, dopo aver visto circolare formule magiche e dopo aver dovuto gestire un intervento in un corso di formazione dal titolo “come creare contenuti efficaci per i social network”, ho cominciato a chiedermi cosa fosse davvero la qualità e, soprattutto, se non fosse meglio rompere la pia illusione studentesca per cui esiste una formula certa alla base del contenuto efficace.

Certo, ci sono delle linee guida, degli obiettivi, delle best practices e delle cose da non fare a nessun coso, ma la genericità della definizione e le varie proposte “definitive” mi hanno fatto venire qualche dubbio.

La qualità è come lo Yeti?

Parlare in maniera netta e univoca di qualità senza specificare ad esempio che questa dovrà essere percepita dal nostro target più che da noi equivale più o meno a trattarla come lo Yeti: tutti quanti ne parlano, ma pare che nessuno l’abbia mai visto veramente. Sappiamo che è un grosso animale peloso simile a una scimmia che cammina in posizione eretta e poco altro. Allo stesso modo, sappiamo con certezza che un contenuto senza né capo né coda, scritto in maniera sgrammatica e non pianificato con attenzione non rientra nella categoria della qualità.

Ma, a parte questo, come facciamo a identificare qualcosa di ben fatto quando ce lo troviamo davanti?

Un contenuto di qualità è un contenuto che funziona anche se non è propriamente “bello”? Oppure deve essere un contenuto bello e fatto seguendo tutte le regole della scrittura SEO o della grafica, anche se magari non è completamente efficace? È meglio costruire un sito web graficamente entusiasmante o un sito che miri dritto al punto, anche a costo di sacrificare la “bellezza” e “l’armonia”? È meglio cercare di accorciare il funnel o creare un lungo racconto all’interno del quale intrappolare il nostro potenziale cliente? O, ancora, è davvero necessario rinunciare a qualcosa?

Per chiudere, come facciamo a valutare un contenuto (che poi valutare le cose degli altri è sempre uno sport antipatico) senza conoscere gli obiettivi dell’azienda, il suo impianto di valori, il taglio della sua comunicazione e, soprattutto, il suo pubblico, i suoi comportamenti, le sue abitudini e le sue aspettative?

Semplicemente non possiamo.

Senza avere a disposizione tutte le informazioni rischiamo infatti di fare una valutazione estremamente soggettiva, definendo il valore della comunicazione (o del singolo contenuto) in base al nostro gusto, associando scarsa qualità a un contenuto che non ci piace. Ma noi siamo parte del target di quell’azienda?

La qualità secondo Jarabe de Palo (e secondo me)

Era il 1998, Gigi Di Biagio calciava sulla traversa uno dei rigori di Francia ’98, io vivevo gioiosamente uno degli ultimi periodi in cui tra me e le ragazze vigeva una sorta di regime di disinteresse reciproco e Jarabe De Palo cantava:

“Depende

Depende ¿de qué depende?

De según como se mire, todo depende

Depende ¿de qué depende?

De según como se mire, todo depende”

Ecco, diciamo che la risposta da dare alla domanda su cosa sia un contenuto di qualità ce l’ha offerta proprio quel cantante spagnolo con la coda di cavallo.

Depende.

Depende da quali sono i tuoi obiettivi. A seguito di una campagna non impostata correttamente, un’attività locale senza e-commerce vede aumentare a livello esponenziale l’audience nazionale, perdendo però una fetta di audience locale. In questo modo in pratica aumenta il totale dei “seguaci”, ma si riduce il numero dei fan locali: possiamo parlare di contenuti di qualità?

Depende dal tuo pubblico. Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace (al tuo pubblico). Tutto qui, niente meno e niente di più. Estetica, regole grafiche, grammatica, scrittura in chiave SEO e chi più ne ha, più ne metta, ma alla fine scopri che la professionalizzazione crea nel tuo pubblico una sensazione di qualcosa di artefatto e poco genuino.

Questa parte, però, apre un’ulteriore parentesi: a quanto e cosa siamo disposti a rinunciare per inseguire la qualità richiesta dal cliente e pretesa dal mercato?

Todo depende. I corsi non solo sono interessanti, ma sono necessari per formarsi in un settore come il social media marketing, dove ogni giorno è diverso da quello precedente, ma è bisogna cercare di essere un po’ specifici quando si vuole affrontare certi argomenti.

La ricerca della qualità è la bussola che deve guidare il nostro operato di pari passo con la voglia di migliorarci, ma prima dobbiamo accordarci sul significato del termine. Se dovessi dire la mia, essendo professionisti che lavorano con le aziende ed essendo le aziende, per definizione, attività alla ricerca di profitto, un contenuto di qualità è un contenuto che porta al raggiungimento degli obiettivi prefissati; un contenuto che funziona, indipendentemente dal nostro gusto personale.

Ah, e aggiungo: non avendo praticamente mai a disposizione dati sufficienti, evitiamo accuratamente di giudicare i contenuti degli altri.

P.S.: per i più nostalgici, ecco il video di Depende:

i social sono sempre più privati

L’esperienza social è sempre più intima

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È possibile parlare di intimità quando parliamo di social? Può essere che, dopo anni di “esibizione pubblica”, stiamo tornando a cercare qualcosa di più privato e meno esposto al pubblico?

Stando a quanto affermato durante Facebook F8, pare proprio di sì. Così come a sostegno di questa tesi arriva anche l’analisi “L’evoluzione del private social: tra messaging, chat e gruppi“, pubblicata da We Are Social il mese scorso (leggila qui).

Che i social in genere – e Facebook in particolare – stiano vivendo un periodo di grandi cambiamenti è sotto gli occhi di tutti, così come il ruolo che hanno avuto durante le elezioni politiche prima ed europee poi. In un mondo in cui tutto cambia velocemente, tutto sembra ancora cambiare: grandi migrazioni dei più giovani verso Instagram e chat e la maggiore trasparenza imposta alle pagine sono solo la punta di un Iceberg che sarà bene studiare a fondo, specie in ottica aziendale.

Saper reagire in fretta ai cambiamenti (se non addirittura anticiparli) può infatti fornirci un vantaggio competitivo difficile da colmare, a patto che riusciamo a capirli e che siano funzionali ai nostri obiettivi di business.

Dall’era pubblica a quella privata

Pubblichi un contenuto su Facebook, ti sbilanci ed esprimi la tua sacrosanta opinione. Poi arriva qualcuno che non la pensa come te e polemizza. Ti senti scomodo, a te non piace essere contraddetto sulla “tua” bacheca, specie perché tutti quanti vedranno la conversazione e si faranno un’opinione di te e del tuo avversario. Magari, poi, infili in modo consecutivo un paio di post che non piacciono e il tuo ego si rannicchia in un angolo della tua esistenza.

Allora perché pubblichi post su Facebook se poi non ottieni alcun tipo di gratificazione?

Ecco, tra i tanti motivi che hanno portato a uno scivolamento verso una dimensione più privata e diretta delle relazioni social, il rischio di non ottenere l’apprezzamento sperato (perché, diciamolo, nessuno pubblica per sé stesso) ha avuto sicuramente un ruolo molto importante. A leggere l’estratto del report di WeAreSocial che ho linkato poco sopra, la prima sensazione è proprio quella: i social generalisti cominciano a essere in mano di chi urla più forte; luoghi in cui chi è più irragionevole alla fine vince e posti nei quali non è poi così divertente restare.

E poi, diciamolo, fornire sempre la versione migliore di noi per fare bella figura è un’attività incredibilmente stressante. Non siamo influencer, non siamo web stars ma siamo persone normali e come tali abbiamo alti e bassi praticamente ogni giorno. Solo che non puoi mica pubblicare post noiosi, altrimenti niente like e addio gratificazione.

Ecco, per come la vedo io queste sono due delle possibili risposte a questo slittamento: più che condividerli, oggi i contenuti si mandano direttamente a qualcuno che pensiamo possa apprezzare. Più che esporci al rischio di non piacere, cerchiamo l’ambiente in cui abbiamo la certezza di piacere.

Pensaci: quante volte mandi un contenuto diretto a qualche tuo amico e quante, invece, esprimi un pensiero sul tuo profilo Facebook?

Sii dove stanno i tuoi clienti

Cosa significa questo per le aziende? Cosa cambia nel passaggio da una dimensione pubblica dell’esperienza utente sui social a una decisamente più privata e orientata alla condivisione verso il piccolo pubblico? Dove può inserirsi l’azienda in tutto questo?

In primo luogo, il passaggio dalla condivisione di un post sulla bacheca a un invio (che sia su in gruppo Facebook, su WhatsApp o in Direct su Instagram) va a toccare direttamente quello che pubblichi sulla tua pagina aziendale: non più, quindi, un post che sia utile o interessante per i tuoi utenti, ma un contenuto che i tuoi utenti possano reputare interessanti per i loro amici, così interessante da selezionarlo e inviarlo. Ecco quindi che in un epoca di interazioni deboli, torna pubblicamente di moda il caro e vecchio passaparola.

In secondo luogo, se non ti sei già dotato di un gruppo è il momento di pensarci: dopo anni di esibizionismo, le persone sembrano essere ora più restie all’esporsi al rischio di polemiche, insulti o anche solo opinioni diverse dalle loro.
Da sempre, infatti, noi cerchiamo ambienti in cui possiamo trovarci a nostro agio e amici con i quali condividere qualcosa, preferendo di gran lunga parlare di calcio con persone che sostengono la nostra squadra. Quei luoghi esistono e hanno creato un vero e proprio sottobosco, al di là di quello che accade normalmente nel nostro feed.

Infine, ricordati sempre di non essere così netti nelle tue scelte e soprattutto di non farti trainare dai trend del momento.
Che sia in atto un passaggio a una dimensione più intima dell’esperienza social è un dato di fatto, ma prima di rivedere tutta la nostra strategia di social media marketing in funzione di questo scivolamento abbiamo bisogno di dati e informazioni e, soprattutto, di capire se quella possa essere la strada giusta per la nostra azienda.

libreria-inserzioni-facebook

Quanto spendono i tuoi concorrenti su Facebook?

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Quanto spende Matteo Salvini per fare pubblicità su Facebook? Quali e quante campagne a pagamento sta facendo girare? Quanto spendono i suoi concorrenti? E il principale concorrente della tua azienda? E poi, ancora, chi c’è dietro alle pagine Facebook?

Scoprire queste ed altre informazioni è adesso alla portata di tutti, grazie alla libreria inserzioni, uno strumento messo a disposizione da Facebook a ridosso della campagna elettorale per le elezioni europee 2019, ma che tornerà utile a tanti e non solo a coloro che, anche solo per curiosità, vogliono sapere quanto spendono i politici su Facebook.

Cosa trovi nella libreria inserzioni?

La libreria inserzioni è uno strumento totalmente gratuito che ti consente di avere tante utili informazioni circa i tuoi competitors e le inserzioni che hanno attivato su Facebook. In particolare, accedendo tramite il link che ti ho indicato qui sopra ti sarà sufficiente digitare il nome della pagina nella barra di ricerca per vedere tutte le sue sponsorizzate.

In primo luogo vedrai quindi una panoramica delle inserzioni, ma ti basterà cliccare su vedi i dettagli dell’inserzione per scoprire:

  • Le informazioni sull’inserzionista
  • Il periodo di attività della campagna
  • Dove e a chi è stata mostrata
  • Quanto è stato speso indicativamente per quell’inserzione e quali sono i risultati raggiunti

Ma tornando per un attimo alla pagina precedente in gestione inserzioni abbiamo un’altra tab interessante subito alla nostra destra.  Oltre infatti a conoscere quanto è stato speso in Facebook advertising e in quale periodo, attraverso la voce trasparenza della pagina possiamo sapere:

  • Quando è stata creata la pagina
  • Se e quali modifiche sono state fatte al suo nome
  • Quante persone gestiscono la pagina e da quale paese provengono

Insomma, con questo nuovo strumento abbiamo già la possibilità di venire a conoscenza di un buon numero di dettagli che fino a poco tempo restavano sconosciuti ai più.

Dove trovi la libreria inserzioni di Facebook?

La libreria inserzioni di Facebook è raggiungibile a questo link: https://www.facebook.com/ads/library/

Perché è uno strumento utile?

Non ci sono dubbi sull’utilità della libreria inserzioni di Facebook, tanto per gli utenti normali quanto per le aziende, ma proviamo a vedere qualcosa in più.

Per gli utenti

Anche se sembra più una cosa da curiosi (“quanto spende Matteo Salvini per la propaganda?”) o per nerd smanettoni, la semplicità della libreria inserzioni è invece molto utile a tutti gli utenti.

In particolare, uno strumento molto utile è quello che ci indica il cambiamento del nome della pagina, così da essere certi di non essere caduti in fregatura come, ad esempio, una pagina che si chiamava “viva i gattini” e poi si è trasformata in una pagina a sostegno di un candidato che non ci piace.

Interessante per gli utenti, poi, oltre a conoscere il budget investito da ogni inserzionista, è sicuramente la provenienza dei gestori della pagina. In questo caso, è lo stesso Facebook a spiegarcene l’utilità:

“È comune che una Pagina sia gestita da molte persone di luoghi diversi. Puoi controllare se sono presenti incongruenze tra l’obiettivo di una Pagina e il luogo delle persone che la gestiscono.”

P.S.: Se vuoi sapere a quali pagine hai messo like nel tempo, verificare che non ti sia sfuggito un cambio di nome o anche solo fare un controllo veloce sappi che ne ho parlato in questo post.

Per le aziende

Conoscere quanto spendono (e come) le aziende e i politici su Facebook non serve solo a tutelare i privati cittadini o a fornire qualche curiosità, ma offre anche una panoramica interessante alle aziende, che da oggi avranno semplice accesso ai dati relativi alla spesa su Facebook dei loro concorrenti. Questo ovviamente non significa che potremmo conoscere tutto del web marketing dei nostri rivali ma più semplicemente potremmo fare un piccolo confronto almeno su questo social.

Non solo, in questo modo possiamo avere una visione insieme delle loro ad e provare a tracciare un pezzo della loro strategia. Il che, intendiamoci, può essere un grande vantaggio, a patto che non ci vincoli e non ci induca a copiare le idee, il budget o le campagne.

Avere in mente ciò che fanno gli altri può esserci molto utile; prendere spunto per elaborare una nostra strategia può essere un’ottima idea; copiare ciò che fanno gli altri è il miglior modo per avere la certezza di non essere mai i primi.