Negli ultimi anni, i partiti hanno dimostrato di non poter fare a meno della figura del social media manager per una valida serie di motivi.

Non tutti, ovviamente: alcuni partiti hanno scelto (e continuano a farlo) di considerare marginale questa parte della comunicazione, preferendo di gran lunga un esilio (non dorato, per carità) dal quale lamentarsi di quanto gli elettori non capiscano, siano stupidi, non abbiamo ricevuto il messaggio, si facciano coinvolgere dalle sirene, eccetera eccetera.

In un estremo tentativo di convincere questi partiti ad accettare la sfida e senza voler lanciare il grido o “social o morte”, voglio parlare di tre validi motivi per cui non solo i partiti dovrebbero usare i social, ma anche perché dovrebbero farlo con cognizione di causa. Non esserci equivale a perdere opportunità importanti, ridurre in maniera consapevole la popolarità e allontanarsi dalle persone. E, rispondi sinceramente: davvero pensi che se abbandoni i tuoi elettori quelli restano lì ad aspettare che tu batta un colpo? Non è forse più probabile che cedano a qualche sirena?

Sintetizzando, possiamo riassumere l’importanza di una presenza sui social in tre parole: ascolto, azione e reazione.

Ascoltare, agire e reagire grazie ai social media

Se sai ascoltare sei a metà dell’opera

La politica deve stare dove ci sono le persone. E le persone, negli ultimi 10 anni, sono sui social media. È lì che parlano di politica, esprimono i loro sentimenti (in modo palese e non), portano avanti le loro istanze e mettono in piazza le loro paure. Quindi, anche solo per sentire “di cosa parla la gente” bisogna abitare i social per non perdersi un canale preferenziale sulle opinioni delle persone, una finestra sui pensieri della gente. Presidiare i social in modo organizzato e coerente permette a un partito di ascoltare e capire, mettendo così sul tavolo idee e proposte in grado di coinvolgere gli elettori. Evitare di stare sui social o portare avanti battaglie che nessuno reputa interessanti può essere comodo, ma non porterà al partito un maggior numero di consensi.

Ovviamente, non si tratta di modificare la natura di un partito per inseguire le idee delle persone. Tutti i partiti hanno (o dovrebbero avere) una loro precisa identità e dei valori fondanti. Ascoltare i social permetterà loro di lavorare su tutti quegli argomenti paralleli o complementari alla loro narrazione. Ogni grande ideale è declinabile in istanze attuali e coinvolgenti, basta trovare la chiave giusta.

Dall’ascolto alla proposta

Una volta compresa l’importanza di ascoltare e dopo aver messo in ordine le richieste degli elettori, ecco che arriva il momento di passare all’azione. Anche in questo caso, evitare di parlare sui social equivale a trascurare se non una fetta di popolazione, almeno uno strumento di rinforzo cognitivo. Il meccanismo peraltro è piuttosto semplice: sento una notizia, apro i social e guarda caso ne stanno parlando tutti, compreso un partito indicativamente vicino alla mia posizione, che ha scelto di trattare la questione in modo compiuto.

Chi dice che i social non spostano l’elettorato nel breve termine ha assolutamente ragione, ma chi dice che i social non servono a nulla neanche sul medio lungo periodo o sta mentendo o non sa di cosa parla. Il comune sentire si forma spesso dietro a uno schermo perché, per tutta una serie di motivi, è proprio lì che ci lasciamo andare più facilmente. La scelta per un partito è tra essere passivo e sperare che vada tutto bene o cercare di guidare questo senso comune verso una posizione a lui più vicina.

«Cosa si dice su di me?»

Essere nel luogo in cui si parla di te è anche il modo migliore per cercare di guidare (di nuovo) le conversazioni e soprattutto arginare eventuali emorragie. Come fai a evitare che ti vengano soffiati dei voti se non sei nel luogo in cui questo accade? Come fai a controbattere e a difenderti da accuse, bufale e informazioni fuorvianti se preferisci evitare un canale solo “perché tanto non ha senso perdere tempo a parlare con gli analfabeti funzionali”? Per come la vedo io, è decisamente meglio avere la possibilità di sapere cosa sta succedendo piuttosto che svegliarsi una mattina e scoprire di essere lontani anni luce dai pensieri delle persone.

P.s: in questo senso diciamo pure che l’analfabeta funzionale logora chi non ce l’ha.

Come si diventa un social partito?

Diventare un social-partito non è semplice: servono energie, risorse, budget e una buona dose di umiltà. Una volta presa la decisione di gettarsi nella mischia potresti trovarti di fronte a grandi sorprese! Se scoprissi, ad esempio, che le tue battaglie non interessano più nessuno?  E se, invece, venissi a sapere che basterebbe modificare un pochino la tua narrazione per ottenere un maggior numero di consensi? Cosa faresti? Saresti disposto a modificare un po’ i tuoi argomenti da campagna elettorale per poter vincere e avere così il diritto di portare avanti le tue istanze?

Ma ho un’altra brutta notizia per te: digitalizzare il tuo partito e farlo atterrare in maniera efficace sui social non è una cosa che puoi far fare a tuo cugggino. E non puoi neanche limitarti a dare le credenziali di Facebook al tuo militante più giovane “perché tu che sei giovane ci capisci qualcosa“.

Se, invece, pensi che questo sia sufficiente, ti suggerisco di dimenticare tutto quello che hai letto e lasciar perdere la social-politica perché rischieresti di avere costi di gran lunga più alti dei benefici.