Non funziona così. O non dovrebbe funzionare così. O così non funziona.

Insomma, vedi un po’ tu, ma il concetto è piuttosto semplice: il linguaggio della politica sembra essersi dimenticato di uscire dal pantano della campagna elettorale o, almeno, di scivolare verso un linguaggio istituzionale, generalmente richiesto a chi governa.

Come parla la politica?

Sono state consumate non so quante tastiere per parlare di campagna elettorale permanente, ma il 2018 ha segnato un ulteriore punto di svolta nel modo di comunicare da parte della classe politica. Certo, in tutto questo influiscono il clima di polarizzazione, l’insoddisfazione dei cittadini di un paese in difficoltà e i nuovi (sob!) mezzi di comunicazione. Che i social abbiano avuto il ruolo di acceleratori e diffusori del messaggio è indubbio, specie quando il contenuto originale era qualcosa di sensazionale che non lasciava tanto spazio alle riflessioni.

Qui, però, il punto è un altro. Il linguaggio della politica è rimasto sostanzialmente lo stesso anche nel passaggio dal 4 al 5 marzo. C’è chi parlava di poteri forti e continua a farlo anche se ora governa, chi trovava colpevoli e non ha di certo smesso con lo sbocciare della primavera e c’è chi seppur spinto in un angolo dai risultati delle urne continua imperterrito a difendere le sue scelte.

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Tutti hanno continuato sulla linea iniziale noncuranti delle posizioni, dei ruoli e dei risultati, quasi come se dovessimo votare di nuovo la prossima settimana o, magari, come se non avessero altro modo per ottenere consenso. La mia sensazione è che, in certi casi, si sia alzato talmente il tiro che adesso ogni affermazione ne pretenderà una successiva ancora più forte, mentre in altri casi, specie verso sinistra, se ci limitiamo a questo preciso argomento sembra che resti ancora tutto legato a quello che fu lo storico errore dei Democratici americani: parlare al cervello ignorando interamente la pancia.

Come dovrebbe parlare la politica dopo le elezioni

Il problema etico, linguistico e culturale è che dopo le elezioni la politica non dovrebbe più parlare così, se non altro per rispettare quel gioco democratico che prevede che al vincitore tocchi rappresentare la nazione intera, compreso chi ha votato per gli altri. Ecco, il punto cruciale è proprio questo: dal 5 marzo e fino a tempi maturi, la comunicazione classica del marketing elettorale avrebbe dovuto trasformarsi in comunicazione istituzionale.

Niente ministri che se la prendono con i tecnici o che ignorano una fetta consistente della popolazione, nessuna maggioranza che scarica su altri la difficoltà di governare, nessuna (o almeno poche) storie legate ai complotti degli illuminati. Nessun muro contro muro con le istituzioni sovranazionali o con la fetta di popolazione in disaccordo. In pratica, governare un paese dovrebbe significare diventare allenatore della Nazionale dopo aver allenato un club: non puoi mica convocare quelli scarsi perché quelli forti giocano nel club che si contendeva lo scudetto con il tuo, no?

Ecco, sentir parlare i vincitori di “rosiconi” o simili può andare bene nel giorno della festa scudetto dopodiché quei rosiconi entrano a far parte della tua squadra e non puoi, da rappresentante delle istituzioni, sbeffeggiarli o escluderli.

Soprattutto in politica, la forma è sostanza e chi rappresenta le istituzione dovrebbe portare avanti un linguaggio inclusivo e non esclusivo. Anche se, me ne rendo conto, non è così facile uscire dalla zona di comfort e smettere di punto in bianco di seguire la pancia di “chi mi ha messo lì”. Nel mondo dei sogni, però, fuori dalla campagna elettorale gli elettori smettono di essere un’unità di misura e tornano a essere cittadini.

E questo per riguarda i vincitori. Sugli sconfitti non so proprio da dove iniziare…

 
…ma prometto di farlo.

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance. Vivo di parole e di progetti, ma se vuoi puoi leggere la bio completa.