Individuare i problemi legati ai social non è opera così complicata, specie in questo periodo. Chiunque di noi, trascorrendo qualche ora su Facebook può benissimo accorgersi di cosa stia succedendo sulla piattaforma di Mark Zuckerberg. Bene o male, infatti, tutti rischiamo di essere fagocitati in un gozzovigliare di bufale, profili fake, flame e polemiche…

Un po’ fa parte del gioco, per carità, ma stiamo esagerando al punto da far ‘scappare’ i più giovani che, per un motivo o per un altro, scelgono di rinunciare ai loro account Facebook e passare il loro tempo virtuale da un’altra parte. Certo, non è solo colpa nostra, ma…

Come stanno le cose

A dire il vero, i problemi di Facebook sono noti da tempo, ma le soluzioni sembrano latitare… Da un lato, se pensiamo ai ragazzi, uno dei motivi del loro abbandono è il carattere estremamente generalista di Facebook. Qui puoi trovare persone di tutte le età e di ogni livello di istruzione, argomenti di ogni genere trattati più o meno seriamente, avvelenatori di pozzi e predicatori nel deserto.
Una eterogeneità, quella di Facebook, che non piace ai giovanissimi perché faticano a trovare una funzione, un motivo, uno ‘scopo’. Per loro – e me lo hanno confermato anche i miei studenti under 18 – è molto meglio spostarsi su qualcosa di diverso.

Il carattere generalista di Facebook, che lo rende come una virtuale piazza di persone urlanti, è però secondo me solo uno dei problemi, forse quello più difficile da risolvere. Immaginate un attimo di essere degli adolescenti che entrano in un bar: restereste a far festa con i vostri amici quando nel tavolo a fianco ci sono i vostri genitori e i loro amici che, palesemente su di giri, farfugliano cose a caso alternando lezioni di vita a strafalcioni imbarazzanti?

Ecco, in un certo senso è quello che sta succedendo su Facebook, un bar in cui i tardivi digitali si riuniscono e si lasciano andare in curiose considerazioni e affermazioni pesanti, tutto condito da un linguaggio imbarazzante e dal più classico dei “ma tu sei giovane, cosa vuoi saperne?”. Voi, a 15 anni, sareste rimasti in un luogo così?

Sono sincero: io no.

A questo dobbiamo aggiungere la caterva di profili fake che vengono fuori ogni giorno come funghi dopo un giorno di pioggia. Profili che ci vedono ‘in target’ e che ci chiedono l’amicizia per raggiungere i loro scopi.

Quindi, facciamo uno più uno e vediamo che la situazione – specie per un giovane – è abbastanza tragica. Stare su Facebook a 15 anni può apparire come una giungla fatta di insidie, difficoltà e i tuoi genitori ubriachi che si insultano a voce alta.

Ripeto la domanda: a 15 anni stareste in un posto così?
Ripeto la risposta: Io, no.

La soluzione è davanti ai nostri occhi

Certo, non sarà sicuramente così, ma così è come appare e sinceramente non me la sento di sorprendermi per l’atteggiamento dei giovani, ma anche di tante altre persone che piano piano organizzano il trasloco.

Eppure bisogna dire che la soluzione, per evitare buona parte di questi problemi, non sarebbe neanche tanto difficile da trovare. Se togliere il virtuale bicchiere di vino agli avventori non è possibile, un modo per ridurre ai minimi storici i fake, abbassare i toni e migliorare l’ambiente ci sarebbe ed è quello di responsabilizzare noi utenti. Come? Obbligandoci a essere noi stessi.

Al momento per iscriverti a Facebook è sufficiente dichiarare di avere 13 anni e dare un altro paio di conferme, tra le quali il nome. Io pure, per fare un esempio, avrò cambiato nome 5 o 6 volte, fino a quando Facebook mi ha suggerito che potrei avere delle crisi identitarie 😉

Ma a parte questo, quello che voglio dire è che sarebbe sufficiente obbligarci a presentarci con il nostro nome e a – rilancio un’idea non mia – inserire il codice fiscale. In questo modo non potremmo che avere un solo profilo, diventando automaticamente responsabili di quello che scriviamo e riducendo drasticamente gli avvelenatori di pozzi.

E se non è un freno questo…

Un limite, insomma, ci deve essere e a quanto pare – ma forse perché molte persone lo ignorano – la minaccia di incorrere in sanzioni penali per offese e diffamazione non è sufficiente. Quindi, o mettiamo all’ingresso un bel cartello con sù scritti i rischi e le regole, oppure cominciamo singolarmente ad assumerci le nostre responsabilità bloccando i fake, spegnendo i flame, abbassando i toni ed evitando di sembrare un gruppo di ubriaconi che farfugliano frasi sconnesse.

A noi la scelta.

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance. Vivo di parole e di progetti, ma se vuoi puoi leggere la bio completa.