people

La riprova sociale condiziona anche te!

Posted on Categories: Cultura Digitale, SocialTags: , 0

È fortissima e ci accompagna come un’ombra già dall’infanzia senza abbandonarci mai: sì, oggi parliamo proprio di riprova sociale, quella sensazione di fare la cosa giusta perché la stanno facendo anche gli altri o, per meglio dire, di adeguarci al comportamento degli altri quando ci troviamo in una situazione di incertezza .

Se ci pensi, la riprova sociale guida molto spesso i nostri comportamenti fin dalla prima volta in cui ci giustifichiamo con un “mamma, ma lo fanno tutti” al quale, di solito, la mamma ci risponde “ma se tutti si buttano da un ponte, lo fai anche tu?“.

Non consciamente, certo, ma inconsciamente forse*…

Diventiamo grandi ma non cambia nulla

La riprova sociale non è qualcosa che coinvolge solo i più piccoli, ancora incerti su come comportarsi e quindi alla ricerca di modelli di comportamento,ma è un qualcosa che puoi trovare un po’ ovunque: pensi, ad esempio, che le code davanti alle discoteche siano naturali? No, i gestori dei locali sanno che un locale con la coda di persone all’ingresso è più attraente di uno senza nessuno davanti e, spesso, creano quell’effetto per il quale stai in coda venti minuti e poi quando entri il locale è mezzo vuoto (komplotto!!11!).

E che dire del cappello degli artisti di strada, che sanno bene che un cappello vuoto non ti spingerà a lasciare un’offerta, mentre qualche moneta lasciata lì “per caso” ti farà pensare che qualcuno l’avrà già fatto. O, ancora, delle decisioni sbagliate che prendiamo a causa degli altri? Ho lavorato per un periodo vicino a un casello autostradale e mi è capitato più di una volta di vedere con i miei occhi macchine in fila all’unico casello chiuso.

Riprova sociale: perché è così importante?

Ma perché la riprova sociale è così importante nelle nostre vite da farci mettere in fila dietro a un’auto che ha evidentemente sbagliato o da farci parlare piano se tutti parlano sottovoce?

Affidarci al senso comune, adeguare i nostri comportamenti in base al contesto ha indubbiamente numerosi vantaggi, altrimenti non lo faremmo. Possiamo risparmiare il tempo e le energie che useremmo per prendere una decisione, possiamo evitare di fare brutta figura tra la gente, possiamo –  e lo vediamo più avanti – evitare di finire dalla parte del torto quando scriviamo qualcosa sui social, da adolescenti possiamo sentirci parte di un gruppo… Insomma, “possiamo” un sacco di cose!

Mica male, eh? E al nostro cervello pare importare poco il rischio di finire ogni tanto a un casello chiuso.

La riprova sociale sul web

L’ho anticipato poco sopra: la riprova sociale funziona alla grande anche sul web e sui social media. Per sentirci bene abbiamo bisogno di fare il pieno di like e la soluzione migliore è senza dubbio postare qualcosa che piaccia alla gente, qualcosa di semplice e immediato:

tipo un tramonto o un gattino.

Ci sono, però, anche delle conseguenze negative.

La prima è che su Facebook non postiamo solo gattini e tramonti ma ci lasciamo andare anche considerazioni spot e un spesso un po’ sgrammaticate che daranno verosimilmente vita a delle conversazioni più o meno lunghe. Quando la riprova sociale funziona, cioè quando troviamo consensi, andiamo avanti e ci rafforziamo, ma quando arrivano le critiche scattiamo a molla espellendo virtualmente i nostri interlocutori. Questi ultimi, a loro volta, sommersi di critiche tenderanno a non rispondere e a ritirarsi presto o tardi dalla contesa. A queste due categorie dobbiamo aggiungerne una terza, quella di coloro che non hanno intenzione – per vera o presunta superiorità –  di gettarsi nella mischia e preferiscono stare zitti.

La seconda è che, se in base a questa regola orientiamo i nostri comportamenti su quello che ci accade intorno, formarci delle opinioni e regolare i comportamenti in un ambiente in cui chi grida più forte o d’accordo rimane, mentre gli altri rinunciano o spariscono significa di fatto conoscere solo una parte della storia.

Insomma, la riprova sociale funziona da sempre e ci accompagna dall’inizio della nostra vita come uno dei meccanismi più semplici per orientare i nostri comportamenti in mezzo alle persone e addirittura sul web, con conseguenze potenzialmente più rischiose. Come abbiamo appena visto, infatti, quando viene a mancare l’approvazione degli altri, spesso evitiamo di restare all’interno di una discussione, lasciando l’intero campo a disposizione dei nostri avversari, un atteggiamento comprensibile ma decisamente rischioso. Gli esempi degli artisti di strada e delle discoteche ci aiutano però a comprendere come la si possa sfruttare anche per vere azioni di marketing.

Avremo modo di parlarne…

 

*C’è un approfondimento interessante nel libro “Le armi della persuasione” di Robert B. Cialdini: se non l’hai ancora fatto ti consiglio di leggerlo senza perdere altro tempo!

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

lotta-fake-news

Lotta alle fake news: svuotare il mare con uno scolapasta

Posted on Categories: Cultura DigitaleTags: , 0

C’è stato un tempo in cui non si parlava d’altro che di fake news, il tempo della campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018. In quel periodo i partiti, temendo il rischio di essere danneggiati dalle notizie false che circolavano sui social, hanno più o meno lanciato accuse e attacchi agli avversari promettendosi poi di affrontare la questione una volta terminata la campagna elettorale.

In tutto ciò, la cosa divertente era che mentre da un lato cercavano di lottare contro le notizie false, dall’altro ne approfittavano abbondantemente per fare i loro interessi. Il fatto è che i fake – siano essi account o notizie – non riguardano solo la politica e non sono (più) un argomento da trattare così alla leggera o alla bisogna.

Se una notizia falsa diventa vera

La questione principale è: si può modificare la realtà al punto da rendere vera una notizia completamente inventata? Possiamo sfruttare una sorta di profezia che si autoavvera per veicolare un contenuto – o un messaggio – al punto da renderlo infine reale? La risposta, come sappiamo tutti è che sì, possiamo arrivare fino al punto in cui orientiamo i nostri comportamenti basandoci su qualcosa di inventato (ma plausibile) o ripetuto all’infinito con diverse forme e sfumature. Da lì il passo che ci porta a rendere reali notizie false, che rafforzeranno la nostre percezioni e troveranno continue conferme sui social è brevissimo.

Potrà apparire riduttivo – e sicuramente lo è – ma possiamo dire che in buona parte questo comportamento è dalla nostra cronica mancanza degli anticorpi necessari per vivere su Internet. Tralasciando un attimo la psicologia e la pigrizia di leggere interi articoli di giornale (sob!), uno dei problemi più grandi è che forse non siamo ancora pronti a vivere Internet nel modo corretto, esponendoci a migliaia di impulsi e stimoli contro i quali non abbiamo alcuna difesa.

Web, Fake News e adolescenti: qualcuno pensi ai bambini!!!

Quindi Internet è un posto pericolosissimo pieno di bruti e di impostori?

È paradossale, ma l’ho già ripetuto un sacco di volte: i ragazzini che intendiamo tutelare sono in molti casi più preparati e attenti degli adulti. Capita certo di vedere alcuni di loro cascare nelle trappole e condividere notizie inventate, ma succede molto più spesso che a condividere con grande enfasi le bufale siano proprio i loro genitori, quella fascia di quarantenni e cinquantenni meno avvezza all’uso di nuove tecnologie e che viene definita con l’infelice termine di tardivi digitali.

Sono loro il punto più vulnerabile di tutto l’ingranaggio. Non i giovani, non i giovanissimi, ma adulti fatti e finiti, spesso disillusi e con la presunzione tipica dell’età di mezzo, di aver visto tutto, di conoscere e di sapere. Se prima – con molta pazienza – ci mettevamo a spiegare alla nonna come utilizzare un telefono cellulare, cercando di vincere la resistenza iniziale che risponde al nome di “non imparerò mai e tanto stavo meglio prima”, chi vive ora l’età di mezzo è meno portato ad ascoltare e spesso pretende di insegnare anche ciò che non conosce.

O magari, semplicemente, non ama essere corretto e contraddetto, ma di questo parleremo più avanti.

Quando le bufale escono dal web e toccano i più giovani

Il fulcro della questione è tutto qui. Se formiamo la nostra opinione sul web, magari con tutte le storture possibili, finisce che poi la portiamo fuori da Internet e ci basiamo su di essa nei comportamenti di tutti i giorni. Allora sì che – in questo caso – diventa necessario tutelare i più giovani. Non perché non siano in grado di utilizzare strumenti che conoscono meglio di noi, ma perché molto del nostro impianto educativo (dal come comportarsi ai rischi, da cosa è giusto a cosa è sbagliato) potrebbe non avere fondamenta. Tutto quello che ci porta a fare riflessioni e a costruire un modello di comportamento potrebbe poggiarsi sulla sabbia.

E anche in questo caso mi rendo conto di come in questo post non sia possibile approfondire a dovere la questione ma avremo tempo e modo per poterne parlare.

Fake news: una lotta impari che dobbiamo fare!

Il web alimenta le nostre convinzioni e distorce le nostre percezioni al punto – e qui torniamo all’inizio – da trasformare una serie di notizie false in qualcosa di estremamente reale, almeno nelle nostre convinzioni. Questo ci porta a modificare i nostri comportamenti sulla base di percezioni che abbiamo visto errate e in questo modo, ancora una volta, facciamo ripartire il giro fino a entrare in una spirale che ci allontana sempre più dalla realtà. Parliamoci chiaramente: lottare contro le fake news è come provare a svuotare l’oceano con uno scolapasta o un cucchiaino, un’impresa titanica che porta via tantissime energie e con risultati minimi. Però nessuno di noi può chiamarsi fuori o delegare ad altri l’impegno di rendere Internet un posto migliore e più vivibile.

Abbiamo tutti insieme la responsabilità di migliorare i nostri comportamenti, di fare più attenzione, di non soffermarci su titoli acchiappa click e di non accettare richieste di amicizia sospette. Sta a noi non condividere “perché è il concetto che conta”, selezionare le fonti, non dare visibilità a ciò che non la merita…

Dobbiamo farci gli anticorpi anche per evitare di portare le nostre percezioni distorte al di fuori dei social e basare l’educazione dei nostri figli su informazioni che non sono reali, su dati fasulli e su opinioni sbagliate.

Io, nel mio piccolo, cercherò di affrontare sempre più spesso la questione tanto qui sul blog quanto sulla mia Pagina Facebook accettando spunti, suggerimenti e opinioni.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

fuga dai social

Perché essere noi stessi su Facebook

Posted on Categories: Cultura DigitaleTags: , 0

Individuare i problemi legati ai social non è opera così complicata, specie in questo periodo. Chiunque di noi, trascorrendo qualche ora su Facebook può benissimo accorgersi di cosa stia succedendo sulla piattaforma di Mark Zuckerberg. Bene o male, infatti, tutti rischiamo di essere fagocitati in un gozzovigliare di bufale, profili fake, flame e polemiche…

Un po’ fa parte del gioco, per carità, ma stiamo esagerando al punto da far ‘scappare’ i più giovani che, per un motivo o per un altro, scelgono di rinunciare ai loro account Facebook e passare il loro tempo virtuale da un’altra parte. Certo, non è solo colpa nostra, ma…

Come stanno le cose

A dire il vero, i problemi di Facebook sono noti da tempo, ma le soluzioni sembrano latitare… Da un lato, se pensiamo ai ragazzi, uno dei motivi del loro abbandono è il carattere estremamente generalista di Facebook. Qui puoi trovare persone di tutte le età e di ogni livello di istruzione, argomenti di ogni genere trattati più o meno seriamente, avvelenatori di pozzi e predicatori nel deserto.
Una eterogeneità, quella di Facebook, che non piace ai giovanissimi perché faticano a trovare una funzione, un motivo, uno ‘scopo’. Per loro – e me lo hanno confermato anche i miei studenti under 18 – è molto meglio spostarsi su qualcosa di diverso.

Il carattere generalista di Facebook, che lo rende come una virtuale piazza di persone urlanti, è però secondo me solo uno dei problemi, forse quello più difficile da risolvere. Immaginate un attimo di essere degli adolescenti che entrano in un bar: restereste a far festa con i vostri amici quando nel tavolo a fianco ci sono i vostri genitori e i loro amici che, palesemente su di giri, farfugliano cose a caso alternando lezioni di vita a strafalcioni imbarazzanti?

Ecco, in un certo senso è quello che sta succedendo su Facebook, un bar in cui i tardivi digitali si riuniscono e si lasciano andare in curiose considerazioni e affermazioni pesanti, tutto condito da un linguaggio imbarazzante e dal più classico dei “ma tu sei giovane, cosa vuoi saperne?”. Voi, a 15 anni, sareste rimasti in un luogo così?

Sono sincero: io no.

A questo dobbiamo aggiungere la caterva di profili fake che vengono fuori ogni giorno come funghi dopo un giorno di pioggia. Profili che ci vedono ‘in target’ e che ci chiedono l’amicizia per raggiungere i loro scopi.

Quindi, facciamo uno più uno e vediamo che la situazione – specie per un giovane – è abbastanza tragica. Stare su Facebook a 15 anni può apparire come una giungla fatta di insidie, difficoltà e i tuoi genitori ubriachi che si insultano a voce alta.

Ripeto la domanda: a 15 anni stareste in un posto così?
Ripeto la risposta: Io, no.

La soluzione è davanti ai nostri occhi

Certo, non sarà sicuramente così, ma così è come appare e sinceramente non me la sento di sorprendermi per l’atteggiamento dei giovani, ma anche di tante altre persone che piano piano organizzano il trasloco.

Eppure bisogna dire che la soluzione, per evitare buona parte di questi problemi, non sarebbe neanche tanto difficile da trovare. Se togliere il virtuale bicchiere di vino agli avventori non è possibile, un modo per ridurre ai minimi storici i fake, abbassare i toni e migliorare l’ambiente ci sarebbe ed è quello di responsabilizzare noi utenti. Come? Obbligandoci a essere noi stessi.

Al momento per iscriverti a Facebook è sufficiente dichiarare di avere 13 anni e dare un altro paio di conferme, tra le quali il nome. Io pure, per fare un esempio, avrò cambiato nome 5 o 6 volte, fino a quando Facebook mi ha suggerito che potrei avere delle crisi identitarie 😉

Ma a parte questo, quello che voglio dire è che sarebbe sufficiente obbligarci a presentarci con il nostro nome e a – rilancio un’idea non mia – inserire il codice fiscale. In questo modo non potremmo che avere un solo profilo, diventando automaticamente responsabili di quello che scriviamo e riducendo drasticamente gli avvelenatori di pozzi.

E se non è un freno questo…

Un limite, insomma, ci deve essere e a quanto pare – ma forse perché molte persone lo ignorano – la minaccia di incorrere in sanzioni penali per offese e diffamazione non è sufficiente. Quindi, o mettiamo all’ingresso un bel cartello con sù scritti i rischi e le regole, oppure cominciamo singolarmente ad assumerci le nostre responsabilità bloccando i fake, spegnendo i flame, abbassando i toni ed evitando di sembrare un gruppo di ubriaconi che farfugliano frasi sconnesse.

A noi la scelta.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

foto-bambini-su-internet

Sfida tra mamme: ecco perché non è una buona idea!

Posted on Categories: Cultura DigitaleTags: , 14

Articolo aggiornato il 18 luglio 2018

Quando ho pubblicato la versione originale di questo post ormai più di due anni fa, l’ho fatto abbastanza di fretta e con una semplice intenzione: suggerire ai genitori di prendere in considerazione i potenziali rischi di postare foto di bambini su Facebook o, in generale, su Internet.

Se lo ricordi, la foto dell’articolo originale era questa:

facebook-sfida-tra-mamme

peraltro particolarmente brutta, se non fosse che ha comunque fatto il giro del web. Il tema della sfida tra mamme e delle foto dei bambini sul web era abbastanza sentito, anche se di certo non mi aspettavo alcuni dei commenti (pazienza, me ne farò una ragione).

Sfida tra mamme e foto di bambini sul web: il post di due anni fa

Il gioco del momento su Facebook è la sfida tra mamme (o sfida della maternità): metti 3 foto che dimostrino il tuo orgoglio di essere mamma e chiama in causa, taggandole, altre tue amiche. Fino a qui tutto normale, è bellissimo che molte mamme dimostrino la loro felice nell’esserlo, ma forse non prendono in considerazione i rischi che corrono…

Prima che da professionista, parlo da amante dei social e, anche forse da pignolo e pessimista. Già, perché i social sono un ambiente fantastico per tantissimi motivi, anche lato utente, non ultimo il fatto di ottenere una sorta di appagamento dettato da like e commenti positivi. Il problema, però, è che “il meraviglioso mondo di internet” nasconde anche dei lati un po’ meno divertenti e sarebbe bene non coinvolgere i bambini.

Sfida tra mamme: attenzione

Detto di quanto sia bello condividere l’amore per i propri pargoli con tutto il web, vediamo ora perché non è conveniente e, anzi, perché sarebbe meglio evitare di farsi coinvolgere in questo gioco.

Sono generalmente contrario a pubblicare foto dei bambini, in qualsiasi contesto, malgrado queste possano creare maggiori interazioni. Ecco perché lo sconsiglio anche ai miei clienti, preferendo optare per altre situazioni e altri protagonisti. Perché? Semplice:

una volta pubblicata una foto su Facebook, questa va a finire “in rete” e non è più possibile controllare dove andrà a finire: chi la condividerà? chi compirà azioni sulle condivisioni? Insomma, già il fatto che la foto finirà con il perdersi nell’oceano blu dovrebbe farvi capire che non si tratta proprio di una buona idea.

Non solo, il rischio più grave, ma la premura non è mai troppa, è che le vostre meravigliose immagini vengano scaricate da Facebook e ricaricate su un qualunque altro sito o che possano finire nelle mani di malintenzionati: bastano 2 click e l’immagine è bella bella sul computer di una qualsiasi persona nel mondo.

Non basta?

Se anche questo non dovesse bastare a farvi cambiare idea, sappiate che non serve proprio un mostro del fotoritocco per estrarre dal contesto della foto il vostro bambino e “riposizionarla” in un qualunque altro contesto o, ancora, prendere la faccia di vostro figlio e metterla chissà dove. Insomma, una cosa davvero agghiacciante, non credete?

NOTA: quando dico chiunque e ovunque intendo proprio dire tutti e dappertutto, provate ad immaginare anche gli scenari negativi.

AGGIORNAMENTO DEL 18 LUGLIO: CHE LE FOTO POSSANO ESSERE OVUNQUE NON È UNA SCUSA

Ecco quello che mi sento di aggiungere dopo più di due anni dal post originale sulla sfida tra mamme, ovvero il giochino di pubblicare tre foto di bambini sui social. Ripeto, come ho già detto più volte, che questa non è un’accusa, ma una semplice riflessione. Da quel giorno a oggi mi è arrivata da più parti la considerazione secondo la quel “ma tanto le foto ci sono già, che differenza vuoi che faccia?” fino al “ma tanto le avete sul cloud del telefono e possono comunque prenderle da lì, quindi non è un problema” (questa detta da un collega, sigh!).

Ecco, no, non penso che queste possano essere scuse per non prestare attenzione.

Ripeto, per l’ennesima volta, che ognuno è libero di fare ciò che crede più opportuno  e giusto e che io, semplicemente, non lo farei. Ma dire che potrebbero hackerarvi il telefono e che quindi tanto vale che siate voi a pubblicarle proprio non ha senso: è come dire a qualcuno:

corri già dei rischi mantenendo un pessimo stile di vita quindi vai pure a giocare a mosca cieca in autostrada“.

Ecco, no, questo non è un ragionamento logico, né per il fatto che dire che “possono hackerarti il telefono” (manco fossi Lady Gaga) quello sì che è mettere paura, né perché l’impianto non tiene proprio.

Conclusione: la sfida tra mamme vista due anni dopo

Credo sia davvero fantastico poter diventare mamma (essendo uomo non lo saprò mai) e credo che non ci sia nulla al mondo che sia neanche lontanamente paragonabile, ma sono convinto che Internet non sia il luogo migliore per mostrarne l’orgoglio.

Insomma, io rimango della mia idea: ci sono dei rischi che vanno valutati e io, personalmente e in maniera del tutto sincera, se mai dovessi diventare genitore cercherò di limitarli. Poi ognuno ha le sue sensibilità e le sue idee.

Siamo qui per parlarne.

 

 

Nota: sì, quella in evidenza è l’immagine di due bambini. Ma la differenza, che poi è anche il cuore di questo articolo, è che quella è una foto presa da un sito di foto stock, caricata in modo consapevole dagli utenti. Perché, in fondo, la differenza sta tutta nella consapevolezza, non credi?

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

facebook-gruppi-social

Semplici regole da seguire in un gruppo Facebook

Posted on Categories: Cultura DigitaleTags: , 0

Prima di scrivere questo post ero molto combattuto. Scrivere adesso (e ancora) di gruppi Facebook mi sembrava davvero qualcosa di poco interessante e del tutto inutile. Sul web esistono decine se non centinaia di post dedicati all’argomento: come comportarsi in un gruppo? Come creare un gruppo? A cosa serve un gruppo? Quali sono i gruppi Facebook migliori? E così via fino all’infinito..

Ecco, quindi non lo volevo neanche scrivere un post su come comportarsi in un gruppo Facebook.

Però, dovendoli (sì, dovendoli, non lo faccio per piacere salvo rare eccezioni) frequentare per lavoro, ho notato – e sono certo che l’hai notato anche tu –  che al loro interno ci sono sempre gli stessi problemi, come se ogni nuovo membro non fosse in grado di adeguarsi da solo alle regole del fantastico mondo di internet™.

Cos’è un gruppo?

Lascia stare il web e concentrati sui gruppi ai quali appartieni. Gli amici, il tifo per una squadra di calcio, i colleghi, i compagni di classe…

…tutti rapporti che determinano in qualche modo un gruppo e che sono contraddistinti da un interesse comune o da un’affinità. Sarebbe difficile e senza senso entrare in un gruppo di persone che non ci stanno simpatiche o che hanno interessi diversi dai nostri, non credi?

Il gruppo ha un’identità sua e serve a definirne anche una nostra: ci distinguiamo dagli altri proprio in quanto appartenenti a quel gruppo. Un po’ come i paninari negli anni ’80 e Dio solo sa quanto io sia felice di essere nato dopo.

Il gruppo, infine, è una parte fondante della nostra società. Tutto quello che facciamo può essere in qualche modo catalogato e ricondotto a un qualche gruppo. È un’istituzione talmente importante che non poteva non essere riprodotta anche nel mondo virtuale dei social media anche se, come vedremo, in questo caso vengono accentuati i fattori negati e drasticamente ridimensionati quelli positivi.

E un gruppo Facebook?

Tra i social, quello senza dubbio maggiormente centrato sui gruppi e sulle loro dinamiche è l’ormai disabitato Google+, che basava buona parte della sua idea iniziale sulle famose cerchie in cui inserire persone; su una divisione settoriale e di tutti i nostri contatti (che potevano comunque far parte di diverse cerchie).

Venendo però a qualcosa di giusto un tantino più utilizzato, parliamo dei gruppi Facebook. Tutti, bene o male, facciamo parte di uno o più gruppi:

✔️Quelli legati al luogo in cui viviamo o nel quale trascorriamo le nostre vacanze

✔️Quelli in cui si condividono idee e consigli professionali

✔️Quelli politici o legati a particolari istanze o argomenti

✔️Tanti tanti altri

È bello, infatti, poter condividere con amici e/o sconosciuti immagini, racconti, opinioni e interessi, è un modo (seppur virtuale) per soddisfare il nostro bisogno di socialità e per trascorre il nostro tempo libero, magari venendo apprezzati per quello che diciamo e mostriamo.

Ci sono gruppi di ogni genere e con diverse possibilità di accesso:

✔️pubblici: tutti possono entrare senza alcuna autorizzazione.

✔️chiusi: devi chiedere di entrare e un amministratore (o in certi casi un semplice membro) accetterà la tua domanda.

✔️segreti: se cerchi il gruppo non lo trovi. Devi essere invitato per poter accedere (funziona molto bene per gruppi di studenti o per i corsi online)

Oltre al tipo di gruppo, molto del suo funzionamento dipenderà dal regolamento (da rendere chiaro e pubblico) e, soprattutto, da come gli amministratori lo faranno rispettare.

Regole minime di comportamento nei gruppi Facebook

Ecco, partiamo da un punto ben definito: ogni gruppo deve avere una sua policy, un regolamento a portata di ogni membro nel quale trovare cos’è possibile fare e cosa no, quali sono gli argomenti tollerati e quali no, eccetera… Starà agli amministratori farlo rispettare senza fare troppo i permalosi (altra nota dolente, vero?).

Quanto alle regole, ogni gruppo avrà le sue e saranno più o meno restrittive.

Al di là di questo, però, ci sono alcune regole che andrebbero seguite a prescindere dalla policy del gruppo.

✔️ Semplici regole per la pacifica convivenza sociale: come non offendere, insultare, bestemmiare e così via…

✔️ Regole di buonsenso: come cercare di limitare polemiche inutili o non scaldarsi in una conversazione.

✔️ Netiquette e regole varie: non riempire i gruppi con articoli inutili, non alimentare flame, non scrivere tutto in maiuscolo eccetera…

E – perdonami – queste regole non andrebbero neanche scritte o spiegate.

Sui gruppi di Facebook a mo’ di conclusione

Essere in un gruppo significa, più o meno, quello che ho scritto sopra: appartenenza, condivisione, bisogno di interagire e di mostrarsi e cercare e dare informazioni utili. Questo, dicevo, vale per qualsiasi gruppo, virtuale o meno.

Quello che, invece, succede nei gruppi su Facebook è che lo schermo che ci divide dal nostro interlocutore diventa spesso un vile rifugio. Da lì ci sentiamo autorizzati a sfogare le nostre frustrazioni e la nostra rabbia, pontificando da una comoda scrivania in salotto.

Non ce l’ho con i gruppi a prescindere – del resto sono degli strumenti e gli strumenti sono neutri – ma con chi li usa male. Come abbiamo visto, oltre alla policy, che dovrebbe essere ben visibile a tutti i membri, per stare bene in un gruppo sarebbe sufficiente rispettare le normali regole per una pacifica convivenza, deputando agli admin il ruolo di vigili sorveglianti.

Certo, a meno che non siano dispotici e permalosi.

bazzani-erick-social-media

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance che vive di parole e di progetti. Se vuoi puoi leggere la bio completa: è bellissima! 😉

Rimani aggiornato!