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Lotta alle fake news: svuotare il mare con uno scolapasta

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C’è stato un tempo in cui non si parlava d’altro che di fake news, il tempo della campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018. In quel periodo i partiti, temendo il rischio di essere danneggiati dalle notizie false che circolavano sui social, hanno più o meno lanciato accuse e attacchi agli avversari promettendosi poi di affrontare la questione una volta terminata la campagna elettorale.

In tutto ciò, la cosa divertente era che mentre da un lato cercavano di lottare contro le notizie false, dall’altro ne approfittavano abbondantemente per fare i loro interessi. Il fatto è che i fake – siano essi account o notizie – non riguardano solo la politica e non sono (più) un argomento da trattare così alla leggera o alla bisogna.

Se una notizia falsa diventa vera

La questione principale è: si può modificare la realtà al punto da rendere vera una notizia completamente inventata? Possiamo sfruttare una sorta di profezia che si autoavvera per veicolare un contenuto – o un messaggio – al punto da renderlo infine reale? La risposta, come sappiamo tutti è che sì, possiamo arrivare fino al punto in cui orientiamo i nostri comportamenti basandoci su qualcosa di inventato (ma plausibile) o ripetuto all’infinito con diverse forme e sfumature. Da lì il passo che ci porta a rendere reali notizie false, che rafforzeranno la nostre percezioni e troveranno continue conferme sui social è brevissimo.

Potrà apparire riduttivo – e sicuramente lo è – ma possiamo dire che in buona parte questo comportamento è dalla nostra cronica mancanza degli anticorpi necessari per vivere su Internet. Tralasciando un attimo la psicologia e la pigrizia di leggere interi articoli di giornale (sob!), uno dei problemi più grandi è che forse non siamo ancora pronti a vivere Internet nel modo corretto, esponendoci a migliaia di impulsi e stimoli contro i quali non abbiamo alcuna difesa.

Web, Fake News e adolescenti: qualcuno pensi ai bambini!!!

Quindi Internet è un posto pericolosissimo pieno di bruti e di impostori?

È paradossale, ma l’ho già ripetuto un sacco di volte: i ragazzini che intendiamo tutelare sono in molti casi più preparati e attenti degli adulti. Capita certo di vedere alcuni di loro cascare nelle trappole e condividere notizie inventate, ma succede molto più spesso che a condividere con grande enfasi le bufale siano proprio i loro genitori, quella fascia di quarantenni e cinquantenni meno avvezza all’uso di nuove tecnologie e che viene definita con l’infelice termine di tardivi digitali.

Sono loro il punto più vulnerabile di tutto l’ingranaggio. Non i giovani, non i giovanissimi, ma adulti fatti e finiti, spesso disillusi e con la presunzione tipica dell’età di mezzo, di aver visto tutto, di conoscere e di sapere. Se prima – con molta pazienza – ci mettevamo a spiegare alla nonna come utilizzare un telefono cellulare, cercando di vincere la resistenza iniziale che risponde al nome di “non imparerò mai e tanto stavo meglio prima”, chi vive ora l’età di mezzo è meno portato ad ascoltare e spesso pretende di insegnare anche ciò che non conosce.

O magari, semplicemente, non ama essere corretto e contraddetto, ma di questo parleremo più avanti.

Quando le bufale escono dal web e toccano i più giovani

Il fulcro della questione è tutto qui. Se formiamo la nostra opinione sul web, magari con tutte le storture possibili, finisce che poi la portiamo fuori da Internet e ci basiamo su di essa nei comportamenti di tutti i giorni. Allora sì che – in questo caso – diventa necessario tutelare i più giovani. Non perché non siano in grado di utilizzare strumenti che conoscono meglio di noi, ma perché molto del nostro impianto educativo (dal come comportarsi ai rischi, da cosa è giusto a cosa è sbagliato) potrebbe non avere fondamenta. Tutto quello che ci porta a fare riflessioni e a costruire un modello di comportamento potrebbe poggiarsi sulla sabbia.

E anche in questo caso mi rendo conto di come in questo post non sia possibile approfondire a dovere la questione ma avremo tempo e modo per poterne parlare.

Fake news: una lotta impari che dobbiamo fare!

Il web alimenta le nostre convinzioni e distorce le nostre percezioni al punto – e qui torniamo all’inizio – da trasformare una serie di notizie false in qualcosa di estremamente reale, almeno nelle nostre convinzioni. Questo ci porta a modificare i nostri comportamenti sulla base di percezioni che abbiamo visto errate e in questo modo, ancora una volta, facciamo ripartire il giro fino a entrare in una spirale che ci allontana sempre più dalla realtà. Parliamoci chiaramente: lottare contro le fake news è come provare a svuotare l’oceano con uno scolapasta o un cucchiaino, un’impresa titanica che porta via tantissime energie e con risultati minimi. Però nessuno di noi può chiamarsi fuori o delegare ad altri l’impegno di rendere Internet un posto migliore e più vivibile.

Abbiamo tutti insieme la responsabilità di migliorare i nostri comportamenti, di fare più attenzione, di non soffermarci su titoli acchiappa click e di non accettare richieste di amicizia sospette. Sta a noi non condividere “perché è il concetto che conta”, selezionare le fonti, non dare visibilità a ciò che non la merita…

Dobbiamo farci gli anticorpi anche per evitare di portare le nostre percezioni distorte al di fuori dei social e basare l’educazione dei nostri figli su informazioni che non sono reali, su dati fasulli e su opinioni sbagliate.

Io, nel mio piccolo, cercherò di affrontare sempre più spesso la questione tanto qui sul blog quanto sulla mia Pagina Facebook accettando spunti, suggerimenti e opinioni.

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance. Vivo di parole e di progetti, ma se vuoi puoi leggere la bio completa.

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Perché essere noi stessi su Facebook

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Individuare i problemi legati ai social non è opera così complicata, specie in questo periodo. Chiunque di noi, trascorrendo qualche ora su Facebook può benissimo accorgersi di cosa stia succedendo sulla piattaforma di Mark Zuckerberg. Bene o male, infatti, tutti rischiamo di essere fagocitati in un gozzovigliare di bufale, profili fake, flame e polemiche…

Un po’ fa parte del gioco, per carità, ma stiamo esagerando al punto da far ‘scappare’ i più giovani che, per un motivo o per un altro, scelgono di rinunciare ai loro account Facebook e passare il loro tempo virtuale da un’altra parte. Certo, non è solo colpa nostra, ma…

Come stanno le cose

A dire il vero, i problemi di Facebook sono noti da tempo, ma le soluzioni sembrano latitare… Da un lato, se pensiamo ai ragazzi, uno dei motivi del loro abbandono è il carattere estremamente generalista di Facebook. Qui puoi trovare persone di tutte le età e di ogni livello di istruzione, argomenti di ogni genere trattati più o meno seriamente, avvelenatori di pozzi e predicatori nel deserto.
Una eterogeneità, quella di Facebook, che non piace ai giovanissimi perché faticano a trovare una funzione, un motivo, uno ‘scopo’. Per loro – e me lo hanno confermato anche i miei studenti under 18 – è molto meglio spostarsi su qualcosa di diverso.

Il carattere generalista di Facebook, che lo rende come una virtuale piazza di persone urlanti, è però secondo me solo uno dei problemi, forse quello più difficile da risolvere. Immaginate un attimo di essere degli adolescenti che entrano in un bar: restereste a far festa con i vostri amici quando nel tavolo a fianco ci sono i vostri genitori e i loro amici che, palesemente su di giri, farfugliano cose a caso alternando lezioni di vita a strafalcioni imbarazzanti?

Ecco, in un certo senso è quello che sta succedendo su Facebook, un bar in cui i tardivi digitali si riuniscono e si lasciano andare in curiose considerazioni e affermazioni pesanti, tutto condito da un linguaggio imbarazzante e dal più classico dei “ma tu sei giovane, cosa vuoi saperne?”. Voi, a 15 anni, sareste rimasti in un luogo così?

Sono sincero: io no.

A questo dobbiamo aggiungere la caterva di profili fake che vengono fuori ogni giorno come funghi dopo un giorno di pioggia. Profili che ci vedono ‘in target’ e che ci chiedono l’amicizia per raggiungere i loro scopi.

Quindi, facciamo uno più uno e vediamo che la situazione – specie per un giovane – è abbastanza tragica. Stare su Facebook a 15 anni può apparire come una giungla fatta di insidie, difficoltà e i tuoi genitori ubriachi che si insultano a voce alta.

Ripeto la domanda: a 15 anni stareste in un posto così?
Ripeto la risposta: Io, no.

La soluzione è davanti ai nostri occhi

Certo, non sarà sicuramente così, ma così è come appare e sinceramente non me la sento di sorprendermi per l’atteggiamento dei giovani, ma anche di tante altre persone che piano piano organizzano il trasloco.

Eppure bisogna dire che la soluzione, per evitare buona parte di questi problemi, non sarebbe neanche tanto difficile da trovare. Se togliere il virtuale bicchiere di vino agli avventori non è possibile, un modo per ridurre ai minimi storici i fake, abbassare i toni e migliorare l’ambiente ci sarebbe ed è quello di responsabilizzare noi utenti. Come? Obbligandoci a essere noi stessi.

Al momento per iscriverti a Facebook è sufficiente dichiarare di avere 13 anni e dare un altro paio di conferme, tra le quali il nome. Io pure, per fare un esempio, avrò cambiato nome 5 o 6 volte, fino a quando Facebook mi ha suggerito che potrei avere delle crisi identitarie 😉

Ma a parte questo, quello che voglio dire è che sarebbe sufficiente obbligarci a presentarci con il nostro nome e a – rilancio un’idea non mia – inserire il codice fiscale. In questo modo non potremmo che avere un solo profilo, diventando automaticamente responsabili di quello che scriviamo e riducendo drasticamente gli avvelenatori di pozzi.

E se non è un freno questo…

Un limite, insomma, ci deve essere e a quanto pare – ma forse perché molte persone lo ignorano – la minaccia di incorrere in sanzioni penali per offese e diffamazione non è sufficiente. Quindi, o mettiamo all’ingresso un bel cartello con sù scritti i rischi e le regole, oppure cominciamo singolarmente ad assumerci le nostre responsabilità bloccando i fake, spegnendo i flame, abbassando i toni ed evitando di sembrare un gruppo di ubriaconi che farfugliano frasi sconnesse.

A noi la scelta.

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance. Vivo di parole e di progetti, ma se vuoi puoi leggere la bio completa.

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Sfida tra mamme: ecco perché non è una buona idea!

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Articolo aggiornato il 18 luglio 2018

Quando ho pubblicato la versione originale di questo post ormai più di due anni fa, l’ho fatto abbastanza di fretta e con una semplice intenzione: suggerire ai genitori di prendere in considerazione i potenziali rischi di postare foto di bambini su Facebook o, in generale, su Internet.

Se lo ricordi, la foto dell’articolo originale era questa:

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peraltro particolarmente brutta, se non fosse che ha comunque fatto il giro del web. Il tema della sfida tra mamme e delle foto dei bambini sul web era abbastanza sentito, anche se di certo non mi aspettavo alcuni dei commenti (pazienza, me ne farò una ragione).

Sfida tra mamme e foto di bambini sul web: il post di due anni fa

Il gioco del momento su Facebook è la sfida tra mamme (o sfida della maternità): metti 3 foto che dimostrino il tuo orgoglio di essere mamma e chiama in causa, taggandole, altre tue amiche. Fino a qui tutto normale, è bellissimo che molte mamme dimostrino la loro felice nell’esserlo, ma forse non prendono in considerazione i rischi che corrono…

Prima che da professionista, parlo da amante dei social e, anche forse da pignolo e pessimista. Già, perché i social sono un ambiente fantastico per tantissimi motivi, anche lato utente, non ultimo il fatto di ottenere una sorta di appagamento dettato da like e commenti positivi. Il problema, però, è che “il meraviglioso mondo di internet” nasconde anche dei lati un po’ meno divertenti e sarebbe bene non coinvolgere i bambini.

Sfida tra mamme: attenzione

Detto di quanto sia bello condividere l’amore per i propri pargoli con tutto il web, vediamo ora perché non è conveniente e, anzi, perché sarebbe meglio evitare di farsi coinvolgere in questo gioco.

Sono generalmente contrario a pubblicare foto dei bambini, in qualsiasi contesto, malgrado queste possano creare maggiori interazioni. Ecco perché lo sconsiglio anche ai miei clienti, preferendo optare per altre situazioni e altri protagonisti. Perché? Semplice:

una volta pubblicata una foto su Facebook, questa va a finire “in rete” e non è più possibile controllare dove andrà a finire: chi la condividerà? chi compirà azioni sulle condivisioni? Insomma, già il fatto che la foto finirà con il perdersi nell’oceano blu dovrebbe farvi capire che non si tratta proprio di una buona idea.

Non solo, il rischio più grave, ma la premura non è mai troppa, è che le vostre meravigliose immagini vengano scaricate da Facebook e ricaricate su un qualunque altro sito o che possano finire nelle mani di malintenzionati: bastano 2 click e l’immagine è bella bella sul computer di una qualsiasi persona nel mondo.

Non basta?

Se anche questo non dovesse bastare a farvi cambiare idea, sappiate che non serve proprio un mostro del fotoritocco per estrarre dal contesto della foto il vostro bambino e “riposizionarla” in un qualunque altro contesto o, ancora, prendere la faccia di vostro figlio e metterla chissà dove. Insomma, una cosa davvero agghiacciante, non credete?

NOTA: quando dico chiunque e ovunque intendo proprio dire tutti e dappertutto, provate ad immaginare anche gli scenari negativi.

AGGIORNAMENTO DEL 18 LUGLIO: CHE LE FOTO POSSANO ESSERE OVUNQUE NON È UNA SCUSA

Ecco quello che mi sento di aggiungere dopo più di due anni dal post originale sulla sfida tra mamme, ovvero il giochino di pubblicare tre foto di bambini sui social. Ripeto, come ho già detto più volte, che questa non è un’accusa, ma una semplice riflessione. Da quel giorno a oggi mi è arrivata da più parti la considerazione secondo la quel “ma tanto le foto ci sono già, che differenza vuoi che faccia?” fino al “ma tanto le avete sul cloud del telefono e possono comunque prenderle da lì, quindi non è un problema” (questa detta da un collega, sigh!).

Ecco, no, non penso che queste possano essere scuse per non prestare attenzione.

Ripeto, per l’ennesima volta, che ognuno è libero di fare ciò che crede più opportuno  e giusto e che io, semplicemente, non lo farei. Ma dire che potrebbero hackerarvi il telefono e che quindi tanto vale che siate voi a pubblicarle proprio non ha senso: è come dire a qualcuno:

corri già dei rischi mantenendo un pessimo stile di vita quindi vai pure a giocare a mosca cieca in autostrada“.

Ecco, no, questo non è un ragionamento logico, né per il fatto che dire che “possono hackerarti il telefono” (manco fossi Lady Gaga) quello sì che è mettere paura, né perché l’impianto non tiene proprio.

Conclusione: la sfida tra mamme vista due anni dopo

Credo sia davvero fantastico poter diventare mamma (essendo uomo non lo saprò mai) e credo che non ci sia nulla al mondo che sia neanche lontanamente paragonabile, ma sono convinto che Internet non sia il luogo migliore per mostrarne l’orgoglio.

Insomma, io rimango della mia idea: ci sono dei rischi che vanno valutati e io, personalmente e in maniera del tutto sincera, se mai dovessi diventare genitore cercherò di limitarli. Poi ognuno ha le sue sensibilità e le sue idee.

Siamo qui per parlarne.

 

 

Nota: sì, quella in evidenza è l’immagine di due bambini. Ma la differenza, che poi è anche il cuore di questo articolo, è che quella è una foto presa da un sito di foto stock, caricata in modo consapevole dagli utenti. Perché, in fondo, la differenza sta tutta nella consapevolezza, non credi?

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance. Vivo di parole e di progetti, ma se vuoi puoi leggere la bio completa.

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Semplici regole da seguire in un gruppo Facebook

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Prima di scrivere questo post ero molto combattuto. Scrivere adesso (e ancora) di gruppi Facebook mi sembrava davvero qualcosa di poco interessante e del tutto inutile. Sul web esistono decine se non centinaia di post dedicati all’argomento: come comportarsi in un gruppo? Come creare un gruppo? A cosa serve un gruppo? Quali sono i gruppi Facebook migliori? E così via fino all’infinito..

Ecco, quindi non lo volevo neanche scrivere un post su come comportarsi in un gruppo Facebook.

Però, dovendoli (sì, dovendoli, non lo faccio per piacere salvo rare eccezioni) frequentare per lavoro, ho notato – e sono certo che l’hai notato anche tu –  che al loro interno ci sono sempre gli stessi problemi, come se ogni nuovo membro non fosse in grado di adeguarsi da solo alle regole del fantastico mondo di internet™.

Cos’è un gruppo?

Lascia stare il web e concentrati sui gruppi ai quali appartieni. Gli amici, il tifo per una squadra di calcio, i colleghi, i compagni di classe…

…tutti rapporti che determinano in qualche modo un gruppo e che sono contraddistinti da un interesse comune o da un’affinità. Sarebbe difficile e senza senso entrare in un gruppo di persone che non ci stanno simpatiche o che hanno interessi diversi dai nostri, non credi?

Il gruppo ha un’identità sua e serve a definirne anche una nostra: ci distinguiamo dagli altri proprio in quanto appartenenti a quel gruppo. Un po’ come i paninari negli anni ’80 e Dio solo sa quanto io sia felice di essere nato dopo.

Il gruppo, infine, è una parte fondante della nostra società. Tutto quello che facciamo può essere in qualche modo catalogato e ricondotto a un qualche gruppo. È un’istituzione talmente importante che non poteva non essere riprodotta anche nel mondo virtuale dei social media anche se, come vedremo, in questo caso vengono accentuati i fattori negati e drasticamente ridimensionati quelli positivi.

E un gruppo Facebook?

Tra i social, quello senza dubbio maggiormente centrato sui gruppi e sulle loro dinamiche è l’ormai disabitato Google+, che basava buona parte della sua idea iniziale sulle famose cerchie in cui inserire persone; su una divisione settoriale e di tutti i nostri contatti (che potevano comunque far parte di diverse cerchie).

Venendo però a qualcosa di giusto un tantino più utilizzato, parliamo dei gruppi Facebook. Tutti, bene o male, facciamo parte di uno o più gruppi:

✔️Quelli legati al luogo in cui viviamo o nel quale trascorriamo le nostre vacanze

✔️Quelli in cui si condividono idee e consigli professionali

✔️Quelli politici o legati a particolari istanze o argomenti

✔️Tanti tanti altri

È bello, infatti, poter condividere con amici e/o sconosciuti immagini, racconti, opinioni e interessi, è un modo (seppur virtuale) per soddisfare il nostro bisogno di socialità e per trascorre il nostro tempo libero, magari venendo apprezzati per quello che diciamo e mostriamo.

Ci sono gruppi di ogni genere e con diverse possibilità di accesso:

✔️pubblici: tutti possono entrare senza alcuna autorizzazione.

✔️chiusi: devi chiedere di entrare e un amministratore (o in certi casi un semplice membro) accetterà la tua domanda.

✔️segreti: se cerchi il gruppo non lo trovi. Devi essere invitato per poter accedere (funziona molto bene per gruppi di studenti o per i corsi online)

Oltre al tipo di gruppo, molto del suo funzionamento dipenderà dal regolamento (da rendere chiaro e pubblico) e, soprattutto, da come gli amministratori lo faranno rispettare.

Regole minime di comportamento nei gruppi Facebook

Ecco, partiamo da un punto ben definito: ogni gruppo deve avere una sua policy, un regolamento a portata di ogni membro nel quale trovare cos’è possibile fare e cosa no, quali sono gli argomenti tollerati e quali no, eccetera… Starà agli amministratori farlo rispettare senza fare troppo i permalosi (altra nota dolente, vero?).

Quanto alle regole, ogni gruppo avrà le sue e saranno più o meno restrittive.

Al di là di questo, però, ci sono alcune regole che andrebbero seguite a prescindere dalla policy del gruppo.

✔️ Semplici regole per la pacifica convivenza sociale: come non offendere, insultare, bestemmiare e così via…

✔️ Regole di buonsenso: come cercare di limitare polemiche inutili o non scaldarsi in una conversazione.

✔️ Netiquette e regole varie: non riempire i gruppi con articoli inutili, non alimentare flame, non scrivere tutto in maiuscolo eccetera…

E – perdonami – queste regole non andrebbero neanche scritte o spiegate.

Sui gruppi di Facebook a mo’ di conclusione

Essere in un gruppo significa, più o meno, quello che ho scritto sopra: appartenenza, condivisione, bisogno di interagire e di mostrarsi e cercare e dare informazioni utili. Questo, dicevo, vale per qualsiasi gruppo, virtuale o meno.

Quello che, invece, succede nei gruppi su Facebook è che lo schermo che ci divide dal nostro interlocutore diventa spesso un vile rifugio. Da lì ci sentiamo autorizzati a sfogare le nostre frustrazioni e la nostra rabbia, pontificando da una comoda scrivania in salotto.

Non ce l’ho con i gruppi a prescindere – del resto sono degli strumenti e gli strumenti sono neutri – ma con chi li usa male. Come abbiamo visto, oltre alla policy, che dovrebbe essere ben visibile a tutti i membri, per stare bene in un gruppo sarebbe sufficiente rispettare le normali regole per una pacifica convivenza, deputando agli admin il ruolo di vigili sorveglianti.

Certo, a meno che non siano dispotici e permalosi.

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance. Vivo di parole e di progetti, ma se vuoi puoi leggere la bio completa.

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I troll buoni non esistono. Punto.

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Ne ho scritto pochi giorni fa sulla mia Pagina Facebook, ma voglio affrontare l’argomento in modo più completo: i troll non mi piacciono.

Tempo fa, inoltre, scrissi che parlare con un troll è come giocare a scacchi con un piccione, ricordi?

Oggi ritorno sul tema, dicevo, e lo faccio semplicemente perché non ne posso più. I troll sono avvelenatori di pozzi e l’ultima cosa di cui hanno bisogno internet e i social è proprio quella di persone così. Cercherò di essere breve e cercherò di centrare subito il punto.

Non esistono troll buoni

Ecco, sgomberiamo il campo dal primo grande equivoco: i troll buoni non esistono. No, neanche quelli che lo fanno per mettere in mostra le miserie del social-uomo o quelli che volevano fare un esperimento sociale mal riuscito. Per carità, riconosco come trollare alcuni personaggi possa essere divertente ma, no, in questo momento non ne abbiamo bisogno.

Semplificando, possiamo dire che ci sono due tipi di troll: quelli che provano una sorta di piacere nel mettere in disordine le discussioni e scatenare flame e quelli, come scrivevo un paio di righe sopra, che lo fanno con il “nobile” intento di dimostrare quanto becero possa essere l’uomo da tastiera.

Ci sono, per intenderci, quelli che spammano e che si nascondono dietro profili fake, solo per mettere zizzania. Lo farebbero a viso aperto? Direi di no. Lo farebbero al bar? Non lo so. Ecco, su di loro non ha senso spendere neanche una parola in più di quante ne siano già state buttate al vento.

Ma il discorso non cambia se prendiamo la seconda categoria. Mi viene in mente, al volo, la bufala del Nostromo della nave Aquarius, diventata virale in poco tempo e già ampiamente smentita. Il problema, qui, sta nel fatto che, ok, stai conducendo un esperimento sociale, ma senza neanche accorgertene stai dando nuova linfa a una situazione già incancrenita di suo.

Il gioco vale la candela? Secondo me no.

Ovviamente, la trollata da 2 milioni di visualizzazioni in 24 ore dovrebbe farci aprire una riflessione sul non dare peso a tutto quello che vedi su internet. Lo faremo, intanto dai un’occhiata a questo post sull’argomento:

Basta! Fermiamo le bufale!

Perché i troll ci fanno così male

Bravi e simpatici o brutti e cattivi, i troll ci fanno davvero male. Fanno male a noi e a tutto l’ambiente che ci circonda. Non lo farebbero, forse, se tutti fossimo preparati ad affrontarli: prenderemmo tutto con la giusta misura, magari facendoci una grossa risata guardando video e fotomontaggi di pessima fattura.

Purtroppo per noi, però, dopo anni passati a versare gocce di veleno giù per il lavandino abbiamo finito con l’avvelenare gli oceani e ogni goccia in più non fa che peggiorare la situazione. Tutta colpa dei troll? Certo che no! Anzi, a stare bassi con le stime, direi che almeno il 90% della colpa è colpa nostra, della nostra scarsa dimestichezza con il mezzo e del nostro cervello e della pigrizia che ci porta a fidarci e a fare le figure da polli. Però…

..però non è una giustificazione plausibile per continuare a peggiorare le cose.

Passamelo: in realtà ha proprio rotto le balle.

Abbiamo bisogno di qualcosa di completamente diverso. Abbiamo bisogno di fare un grande sforzo per cercare, nel nostro piccolo, di ripulire gli oceani. Sono conscio che si tratta di una battaglia impari: sfidare argomenti commestibili e pronti per essere diffusi – magari che ti colpiscano alla pancia come un pugno –  con l’arma del buon senso, dell’applicazione e del debunking è come voler svuotare l’oceano con un scolapasta malconcio.

Una sfida titanica che non può in alcun modo essere deputata a chi ci fornisce gli spazi e le piattaforme. No, dobbiamo rimboccarci le maniche, armarci di scolapasta e cominciare a lavorarci.

Dobbiamo farcela.

Abito in Valle d’Aosta e sono un social media manager, copywriter e formatore freelance. Vivo di parole e di progetti, ma se vuoi puoi leggere la bio completa.

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