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L’analfabeta funzionale logora chi non ce l’ha

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Un calciatore fenomenale diventa mediocre se passa alla squadra rivale, i nostri vicini non sanno tenere in ordine la casa, mio figlio è decisamente più bravo del tuo, l’uva che non riesco a raccogliere non era matura e l’analfabeta funzionale è brutto, cattivo, ignorante e imbarazzante solo se sostiene i nostri rivali.

No, niente Cristiano Ronaldo alla Juve e nessun racconto sulla volpe e l’uva: in questo articolo voglio provare come faccia piuttosto comodo, in politica, avere sostenitori e militanti acritici pronti a scattare e a diffondere un contenuto solo per via di un titolo accattivante e come queste persone non piacciano solo se sostengono i nostri competitors.

Analfabeta funzionale: una definizione alternativa

L’analfabetismo funzionale è “la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità” o, per dirla in altro modo: “chi è analfabeta funzionale non è incapace di leggere ma, pur essendo in grado di capire testi molto semplici, non riesce a elaborarne e utilizzarne le informazioni“.

Un approfondimento sugli analfabeti funzionali e la fonte delle definizioni li puoi trovare QUI

E in Italia sono tanti, tantissimi. Ma con il termine analfabeta funzionale siamo ormai soliti definire anche coloro che si fermano al titolo senza aprire un link o che sparano un giudizio senza aver compreso il significato dell’articolo. Ma bisogna anche dire che c’è una buona parte del mondo dell’informazione che ci marcia su questo: nella guerra per ottenere visite al sito un titolo da clickbaiting e un analfabeta funzionale possono essere i tuoi migliori alleati.

Analfabetismo funzionale e comunicazione politica

Quella parte del mondo dell’informazione che punta tutto sui click non è l’unica a e beneficiare dell’esistenza e dello spaventoso aumento degli analfabeti funzionali (nell’accezione più ampia possibile della definizione). Se pensiamo alla politica interna e internazionale, infatti, ci accorgiamo subito della rilevanza che gli AF hanno avuto negli ultimi anni: vere e proprie schiere di militanti spesso inconsapevoli pronte ad esprimere il loro pensiero sui social media, forti di un’informazione che non hanno letto o hanno letto in parte o comunque non hanno capito. Terreno fertile per il proliferare di notizie false, quelli che un po’ tutti chiamano analfabeti funzionali rappresentano un megafono perfetto per la diffusione di notizie polarizzanti.

Che vi piaccia o no è la pancia del paese che viene fuori in tutto il suo splendore.

Chiunque si occupi di comunicazione politica (sia esso un social coso politico, un consulente o un addetto stampa) sa bene che sarebbe folle non approfittare di questo piccolo ma agguerrito esercito. Certo, magari non sarà proprio etico, ma “qui vogliamo vincere o parlare di etica e morale?“.

L’analfabeta funzionale logora chi non ce l’ha

Il succo è tutto qui: gli analfabeti non ci piacciono solo se stanno dall’altra parte. Se sostengono idee diverse dalle nostre siamo pronti a etichettarli e a fare i professorini. Magari prendendoli in giro senza pietà, sicuramente perdendo l’occasione di stare zitti. Correggere una persona che cade in errore, ahimè, non farà sì che chiederà scusa ma le darà un pretesto per arroccarsi sulle sue posizioni, giuste o sbagliate che siano. Essa cercherà tutte le prove a sostegno della sua tesi e si chiuderà a riccio nei confronti del “professorino” che le ha fatto notare l’errore.

E questo per un partito equivale a perdere consensi tra la gente.

Non solo, l’abbiamo detto prima: avere un megafono pronto a diffondere ogni nostro contenuto non può che essere un punto a nostro vantaggio. Pubblicità gratis, in un  certo senso, ma soprattutto la possibilità di avere dei portavoce reputati autorevoli dalle loro cerchie, che condivideranno quello che i primi hanno detto e alimenteranno il circuito. C’è, insomma, una buona dose di convenienza nell’avere qualcuno di non troppo sospettoso pronto ad ascoltarci, qualcuno senza troppi problemi e che preferisce agire piuttosto che passare il tempo a riflettere sulle cose.

Qui torna, come all’inizio, una definizione più ampia di analfabeta funzionale. Non più una persona che fatica a comprendere un testo ma una persona che viene definita così in maniera offensiva.

In pratica, visto che gli AF posso anche farci comodo, dovremmo smettere di accusare gli altri di esserlo o gli altri partiti di essere sostenuti da gente così e cominciare a essere onesti con noi stessi e dire chiaramente che l’analfabeta funzionale logora chi non ce l’ha.

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La riprova sociale condiziona anche te!

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È fortissima e ci accompagna come un’ombra già dall’infanzia senza abbandonarci mai: sì, oggi parliamo proprio di riprova sociale, quella sensazione di fare la cosa giusta perché la stanno facendo anche gli altri o, per meglio dire, di adeguarci al comportamento degli altri quando ci troviamo in una situazione di incertezza .

Se ci pensi, la riprova sociale guida molto spesso i nostri comportamenti fin dalla prima volta in cui ci giustifichiamo con un “mamma, ma lo fanno tutti” al quale, di solito, la mamma ci risponde “ma se tutti si buttano da un ponte, lo fai anche tu?“.

Non consciamente, certo, ma inconsciamente forse*…

Diventiamo grandi ma non cambia nulla

La riprova sociale non è qualcosa che coinvolge solo i più piccoli, ancora incerti su come comportarsi e quindi alla ricerca di modelli di comportamento,ma è un qualcosa che puoi trovare un po’ ovunque: pensi, ad esempio, che le code davanti alle discoteche siano naturali? No, i gestori dei locali sanno che un locale con la coda di persone all’ingresso è più attraente di uno senza nessuno davanti e, spesso, creano quell’effetto per il quale stai in coda venti minuti e poi quando entri il locale è mezzo vuoto (komplotto!!11!).

E che dire del cappello degli artisti di strada, che sanno bene che un cappello vuoto non ti spingerà a lasciare un’offerta, mentre qualche moneta lasciata lì “per caso” ti farà pensare che qualcuno l’avrà già fatto. O, ancora, delle decisioni sbagliate che prendiamo a causa degli altri? Ho lavorato per un periodo vicino a un casello autostradale e mi è capitato più di una volta di vedere con i miei occhi macchine in fila all’unico casello chiuso.

Riprova sociale: perché è così importante?

Ma perché la riprova sociale è così importante nelle nostre vite da farci mettere in fila dietro a un’auto che ha evidentemente sbagliato o da farci parlare piano se tutti parlano sottovoce?

Affidarci al senso comune, adeguare i nostri comportamenti in base al contesto ha indubbiamente numerosi vantaggi, altrimenti non lo faremmo. Possiamo risparmiare il tempo e le energie che useremmo per prendere una decisione, possiamo evitare di fare brutta figura tra la gente, possiamo –  e lo vediamo più avanti – evitare di finire dalla parte del torto quando scriviamo qualcosa sui social, da adolescenti possiamo sentirci parte di un gruppo… Insomma, “possiamo” un sacco di cose!

Mica male, eh? E al nostro cervello pare importare poco il rischio di finire ogni tanto a un casello chiuso.

La riprova sociale sul web

L’ho anticipato poco sopra: la riprova sociale funziona alla grande anche sul web e sui social media. Per sentirci bene abbiamo bisogno di fare il pieno di like e la soluzione migliore è senza dubbio postare qualcosa che piaccia alla gente, qualcosa di semplice e immediato:

tipo un tramonto o un gattino.

Ci sono, però, anche delle conseguenze negative.

La prima è che su Facebook non postiamo solo gattini e tramonti ma ci lasciamo andare anche considerazioni spot e un spesso un po’ sgrammaticate che daranno verosimilmente vita a delle conversazioni più o meno lunghe. Quando la riprova sociale funziona, cioè quando troviamo consensi, andiamo avanti e ci rafforziamo, ma quando arrivano le critiche scattiamo a molla espellendo virtualmente i nostri interlocutori. Questi ultimi, a loro volta, sommersi di critiche tenderanno a non rispondere e a ritirarsi presto o tardi dalla contesa. A queste due categorie dobbiamo aggiungerne una terza, quella di coloro che non hanno intenzione – per vera o presunta superiorità –  di gettarsi nella mischia e preferiscono stare zitti.

La seconda è che, se in base a questa regola orientiamo i nostri comportamenti su quello che ci accade intorno, formarci delle opinioni e regolare i comportamenti in un ambiente in cui chi grida più forte o d’accordo rimane, mentre gli altri rinunciano o spariscono significa di fatto conoscere solo una parte della storia.

Insomma, la riprova sociale funziona da sempre e ci accompagna dall’inizio della nostra vita come uno dei meccanismi più semplici per orientare i nostri comportamenti in mezzo alle persone e addirittura sul web, con conseguenze potenzialmente più rischiose. Come abbiamo appena visto, infatti, quando viene a mancare l’approvazione degli altri, spesso evitiamo di restare all’interno di una discussione, lasciando l’intero campo a disposizione dei nostri avversari, un atteggiamento comprensibile ma decisamente rischioso. Gli esempi degli artisti di strada e delle discoteche ci aiutano però a comprendere come la si possa sfruttare anche per vere azioni di marketing.

Avremo modo di parlarne…

 

*C’è un approfondimento interessante nel libro “Le armi della persuasione” di Robert B. Cialdini: se non l’hai ancora fatto ti consiglio di leggerlo senza perdere altro tempo!

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Lotta alle fake news: svuotare il mare con uno scolapasta

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C’è stato un tempo in cui non si parlava d’altro che di fake news, il tempo della campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018. In quel periodo i partiti, temendo il rischio di essere danneggiati dalle notizie false che circolavano sui social, hanno più o meno lanciato accuse e attacchi agli avversari promettendosi poi di affrontare la questione una volta terminata la campagna elettorale.

In tutto ciò, la cosa divertente era che mentre da un lato cercavano di lottare contro le notizie false, dall’altro ne approfittavano abbondantemente per fare i loro interessi. Il fatto è che i fake – siano essi account o notizie – non riguardano solo la politica e non sono (più) un argomento da trattare così alla leggera o alla bisogna.

Se una notizia falsa diventa vera

La questione principale è: si può modificare la realtà al punto da rendere vera una notizia completamente inventata? Possiamo sfruttare una sorta di profezia che si autoavvera per veicolare un contenuto – o un messaggio – al punto da renderlo infine reale? La risposta, come sappiamo tutti è che sì, possiamo arrivare fino al punto in cui orientiamo i nostri comportamenti basandoci su qualcosa di inventato (ma plausibile) o ripetuto all’infinito con diverse forme e sfumature. Da lì il passo che ci porta a rendere reali notizie false, che rafforzeranno la nostre percezioni e troveranno continue conferme sui social è brevissimo.

Potrà apparire riduttivo – e sicuramente lo è – ma possiamo dire che in buona parte questo comportamento è dalla nostra cronica mancanza degli anticorpi necessari per vivere su Internet. Tralasciando un attimo la psicologia e la pigrizia di leggere interi articoli di giornale (sob!), uno dei problemi più grandi è che forse non siamo ancora pronti a vivere Internet nel modo corretto, esponendoci a migliaia di impulsi e stimoli contro i quali non abbiamo alcuna difesa.

Web, Fake News e adolescenti: qualcuno pensi ai bambini!!!

Quindi Internet è un posto pericolosissimo pieno di bruti e di impostori?

È paradossale, ma l’ho già ripetuto un sacco di volte: i ragazzini che intendiamo tutelare sono in molti casi più preparati e attenti degli adulti. Capita certo di vedere alcuni di loro cascare nelle trappole e condividere notizie inventate, ma succede molto più spesso che a condividere con grande enfasi le bufale siano proprio i loro genitori, quella fascia di quarantenni e cinquantenni meno avvezza all’uso di nuove tecnologie e che viene definita con l’infelice termine di tardivi digitali.

Sono loro il punto più vulnerabile di tutto l’ingranaggio. Non i giovani, non i giovanissimi, ma adulti fatti e finiti, spesso disillusi e con la presunzione tipica dell’età di mezzo, di aver visto tutto, di conoscere e di sapere. Se prima – con molta pazienza – ci mettevamo a spiegare alla nonna come utilizzare un telefono cellulare, cercando di vincere la resistenza iniziale che risponde al nome di “non imparerò mai e tanto stavo meglio prima”, chi vive ora l’età di mezzo è meno portato ad ascoltare e spesso pretende di insegnare anche ciò che non conosce.

O magari, semplicemente, non ama essere corretto e contraddetto, ma di questo parleremo più avanti.

Quando le bufale escono dal web e toccano i più giovani

Il fulcro della questione è tutto qui. Se formiamo la nostra opinione sul web, magari con tutte le storture possibili, finisce che poi la portiamo fuori da Internet e ci basiamo su di essa nei comportamenti di tutti i giorni. Allora sì che – in questo caso – diventa necessario tutelare i più giovani. Non perché non siano in grado di utilizzare strumenti che conoscono meglio di noi, ma perché molto del nostro impianto educativo (dal come comportarsi ai rischi, da cosa è giusto a cosa è sbagliato) potrebbe non avere fondamenta. Tutto quello che ci porta a fare riflessioni e a costruire un modello di comportamento potrebbe poggiarsi sulla sabbia.

E anche in questo caso mi rendo conto di come in questo post non sia possibile approfondire a dovere la questione ma avremo tempo e modo per poterne parlare.

Fake news: una lotta impari che dobbiamo fare!

Il web alimenta le nostre convinzioni e distorce le nostre percezioni al punto – e qui torniamo all’inizio – da trasformare una serie di notizie false in qualcosa di estremamente reale, almeno nelle nostre convinzioni. Questo ci porta a modificare i nostri comportamenti sulla base di percezioni che abbiamo visto errate e in questo modo, ancora una volta, facciamo ripartire il giro fino a entrare in una spirale che ci allontana sempre più dalla realtà. Parliamoci chiaramente: lottare contro le fake news è come provare a svuotare l’oceano con uno scolapasta o un cucchiaino, un’impresa titanica che porta via tantissime energie e con risultati minimi. Però nessuno di noi può chiamarsi fuori o delegare ad altri l’impegno di rendere Internet un posto migliore e più vivibile.

Abbiamo tutti insieme la responsabilità di migliorare i nostri comportamenti, di fare più attenzione, di non soffermarci su titoli acchiappa click e di non accettare richieste di amicizia sospette. Sta a noi non condividere “perché è il concetto che conta”, selezionare le fonti, non dare visibilità a ciò che non la merita…

Dobbiamo farci gli anticorpi anche per evitare di portare le nostre percezioni distorte al di fuori dei social e basare l’educazione dei nostri figli su informazioni che non sono reali, su dati fasulli e su opinioni sbagliate.

Io, nel mio piccolo, cercherò di affrontare sempre più spesso la questione tanto qui sul blog quanto sulla mia Pagina Facebook accettando spunti, suggerimenti e opinioni.

fuga dai social

Perché essere noi stessi su Facebook

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Individuare i problemi legati ai social non è opera così complicata, specie in questo periodo. Chiunque di noi, trascorrendo qualche ora su Facebook può benissimo accorgersi di cosa stia succedendo sulla piattaforma di Mark Zuckerberg. Bene o male, infatti, tutti rischiamo di essere fagocitati in un gozzovigliare di bufale, profili fake, flame e polemiche…

Un po’ fa parte del gioco, per carità, ma stiamo esagerando al punto da far ‘scappare’ i più giovani che, per un motivo o per un altro, scelgono di rinunciare ai loro account Facebook e passare il loro tempo virtuale da un’altra parte. Certo, non è solo colpa nostra, ma…

Come stanno le cose

A dire il vero, i problemi di Facebook sono noti da tempo, ma le soluzioni sembrano latitare… Da un lato, se pensiamo ai ragazzi, uno dei motivi del loro abbandono è il carattere estremamente generalista di Facebook. Qui puoi trovare persone di tutte le età e di ogni livello di istruzione, argomenti di ogni genere trattati più o meno seriamente, avvelenatori di pozzi e predicatori nel deserto.
Una eterogeneità, quella di Facebook, che non piace ai giovanissimi perché faticano a trovare una funzione, un motivo, uno ‘scopo’. Per loro – e me lo hanno confermato anche i miei studenti under 18 – è molto meglio spostarsi su qualcosa di diverso.

Il carattere generalista di Facebook, che lo rende come una virtuale piazza di persone urlanti, è però secondo me solo uno dei problemi, forse quello più difficile da risolvere. Immaginate un attimo di essere degli adolescenti che entrano in un bar: restereste a far festa con i vostri amici quando nel tavolo a fianco ci sono i vostri genitori e i loro amici che, palesemente su di giri, farfugliano cose a caso alternando lezioni di vita a strafalcioni imbarazzanti?

Ecco, in un certo senso è quello che sta succedendo su Facebook, un bar in cui i tardivi digitali si riuniscono e si lasciano andare in curiose considerazioni e affermazioni pesanti, tutto condito da un linguaggio imbarazzante e dal più classico dei “ma tu sei giovane, cosa vuoi saperne?”. Voi, a 15 anni, sareste rimasti in un luogo così?

Sono sincero: io no.

A questo dobbiamo aggiungere la caterva di profili fake che vengono fuori ogni giorno come funghi dopo un giorno di pioggia. Profili che ci vedono ‘in target’ e che ci chiedono l’amicizia per raggiungere i loro scopi.

Quindi, facciamo uno più uno e vediamo che la situazione – specie per un giovane – è abbastanza tragica. Stare su Facebook a 15 anni può apparire come una giungla fatta di insidie, difficoltà e i tuoi genitori ubriachi che si insultano a voce alta.

Ripeto la domanda: a 15 anni stareste in un posto così?
Ripeto la risposta: Io, no.

La soluzione è davanti ai nostri occhi

Certo, non sarà sicuramente così, ma così è come appare e sinceramente non me la sento di sorprendermi per l’atteggiamento dei giovani, ma anche di tante altre persone che piano piano organizzano il trasloco.

Eppure bisogna dire che la soluzione, per evitare buona parte di questi problemi, non sarebbe neanche tanto difficile da trovare. Se togliere il virtuale bicchiere di vino agli avventori non è possibile, un modo per ridurre ai minimi storici i fake, abbassare i toni e migliorare l’ambiente ci sarebbe ed è quello di responsabilizzare noi utenti. Come? Obbligandoci a essere noi stessi.

Al momento per iscriverti a Facebook è sufficiente dichiarare di avere 13 anni e dare un altro paio di conferme, tra le quali il nome. Io pure, per fare un esempio, avrò cambiato nome 5 o 6 volte, fino a quando Facebook mi ha suggerito che potrei avere delle crisi identitarie 😉

Ma a parte questo, quello che voglio dire è che sarebbe sufficiente obbligarci a presentarci con il nostro nome e a – rilancio un’idea non mia – inserire il codice fiscale. In questo modo non potremmo che avere un solo profilo, diventando automaticamente responsabili di quello che scriviamo e riducendo drasticamente gli avvelenatori di pozzi.

E se non è un freno questo…

Un limite, insomma, ci deve essere e a quanto pare – ma forse perché molte persone lo ignorano – la minaccia di incorrere in sanzioni penali per offese e diffamazione non è sufficiente. Quindi, o mettiamo all’ingresso un bel cartello con sù scritti i rischi e le regole, oppure cominciamo singolarmente ad assumerci le nostre responsabilità bloccando i fake, spegnendo i flame, abbassando i toni ed evitando di sembrare un gruppo di ubriaconi che farfugliano frasi sconnesse.

A noi la scelta.

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