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andare off topic fa male alla salute

Andare off topic fa male alla salute

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Andare off topic in una conversazione sui social fa male alla salute.

Chi lo dice? Io! 😉 Ma spero che da qualche parte nel mondo qualcuno faccia una ricerca in questo senso e possa fornire dei dati ufficiali, così magari poniamo un freno a questo problema.

Cosa vuol dire andare off topic?

Andare off topic significa:

“in una discussione, fornire un contributo non pertinente a all’argomento generale della conversazione”

a volte è fatto in modo volontario con il fine di disturbare o rovinare la conversazione; in altri casi no.

Se ci pensi bene, è un comportamento che sui social avviene ancora troppo spesso e che rende noiose e inutili le discussioni. Perché chiedere conto di un argomento quando nel post si parla di altro? Perché utilizzare uno spazio dedicato a qualcosa di specifico per sfogare le nostre frustrazioni?

Una conversazione, per sua natura, avviene tra due o più persone, che espongono i loro punti di vista e si confrontano. Ecco il succo, tanto banale quanto dimenticato, di una conversazione, sia essa on o off line. Altrimenti: due persone che interagiscono tra loro ma parlano di argomenti totalmente diversi senza ascoltare e rispettare il loro interlocutore stanno facendo due monologhi, non certo una discussione.

Ovvio, offline è più difficile che ciò accada: se io e te ci sedessimo a un tavolo e ci mettessimo a parlare di calcio (io) e di automobili (tu) verrebbe fuori qualcosa di assurdo e uno di noi due sarebbe tentato di abbandonare la conversazione. Allora perché online non abbiamo questo filtro e non rispettiamo la regola per la quale se un argomento non ci interessa passiamo oltre e aspettiamo un argomento di nostro interesse? Perché interveniamo commentando con argomenti a cazzum (linguaggio tecnico)?

Secondo me dobbiamo fare un piccolo sforzo e farlo in fretta, prima che sia troppo tardi. Anche perché sono convinto che andare off topic faccia male alla salute.

Perché andare off topic fa male alla salute?

Fa male a te che vai off topic, al destinatario del messaggio e a chi ti legge. Fa male perché sprechiamo tempo  – sebbene spesso gli OT vengano ignorati – e perché ci facciamo il sangue amaro tutti quanti. Ok, forse in questo post sto esagerando, ma cerchiamo comunque di capire perché uscire dall’argomento di discussione non faccia altro che male.

A te che vai OT
Se non ricevessi le attenzioni che desideri ti arrabbieresti, giusto? Se i tuoi commenti alle pagine Facebook rimangono senza risposta perdi fiducia nei confronti del gestore della pagina (specie se si tratta di un politico o di un personaggio famoso)? Non preoccuparti, si tratta di una reazione del tutto normale. Il problema è che smette di esserlo se, davanti al post su un tema specifico, utilizzi la sezione commenti per esprimere il tuo parere su un altro tema. Ecco, in quel caso, il politico/personaggio famoso è autorizzato a non risponderti. Tu, però, finiresti con l’arrabbiarti comunque per la mancata risposta.

La soluzione è semplice: se pretendi una risposta, fai una domanda/porta un contributo che riguardi il tema della discussione.

Al tuo interlocutore
Se questo può far arrabbiare te, immaginati la reazione di chi dovrà rispondere al tuo commento! E immagina se dovesse rispondere a decine, centinaia di commenti slegati dall’argomento. Un esempio? Scrivo un post su come riparare una stampante e tu nei commenti cominci a chiedermi come riparare un Pc, uno smartphone o una lavatrice ma no, non menzioni mai la stampante. E magari pretendi anche una risposta?
No, caro, non funziona così.

Senza contare, poi, che alcuni lo fanno di proposito con il solo fine di disturbare la conversazione e rendere la tua social-vita impossibile. Ecco, loro sono molto vicini a dei troll e ricordi qual è il mio pensiero sui troll, vero? Se non lo ricordi, lo puoi trovare in questo articolo.

A chi vi legge
Io non sono parte attiva della conversazione, ma leggo quello che sta succedendo. Magari la mia stampante si è rotta e ho visto il post, ma per educazione non voglio una domanda che potrebbero aver fatto altri… Allora guardo i commenti e: “come si ripara un iPhone?” – “Che ore sono?” – “Nella carbonara metti la pancetta o il guanciale?”. Sai che faccio? Prendo le mie cose e me ne vado, facendo perdere un’opportunità a chi ha scritto l’articolo e rimanendo con stampante rotta.

Sto ancora esagerando?

Certo che sì, ma ti prego di capire il senso generale di questo post.

A tutto questo devi aggiungere lo stress, le continue notifiche per qualcosa di inutile, l’arrabbiatura, lo sconforto di chi vuole offrire qualcosa di utile e gratuito e trova interlocutori che vanno ot ecc..

Certo, penso che nessuno sia stato ricoverato a causa dello stress da off topic. Ma basta così poco per rendere internet un posto migliore ed evitarci piccole – ma inutili – fonti di stress.

E così, magari, scoprirò come riparare la mia stampante 😉

Bulli e complottisti. Il web è in mano ai Napalm51?

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Napalm51 è il riuscitissimo personaggio di Maurizio Crozza, che rappresenta una fetta sempre più consistente della popolazione del web. Diciamoci la verità: tutti noi abbiamo tra i contatti di Facebook un personaggio così: è quello arrabbiato, complottista, analfabeta funzionale e isterico e questo è il motivo per cui il personaggio di Crozza riusciva a farci ridere.

E sarebbe davvero divertente, se solo non ci fosse un aumento esponenziale dei Napalm51 che quotidianamente si fanno il sangue amaro – e allo stesso tempo rovinano involontariamente – il web.

Ovvio, non è tutta colpa sua: si è trovato ad affrontare la “bellezza del web” senza sapersi difendere.

Le sei caratteristiche di un buon Napalm51

1) È un tardivo digitale

Quando internet e i social si sono diffusi su scala globale il buon Nap aveva già superato molte tappe della sua vita e aveva maturato un certo numero di “esperienze sul campo”. Esperienze che è giusto trasportare anche sul web ma che, spesso, vengono tradotte il quel “cosa volete saperne voi giovani?” che contrasta – e parecchio – con il fatto che i giovani sono abituati a vivere in quell’ambiente, i tardivi digitali no.

2) Subisce il fascino dei complotti

Un’altra cosa che non manca sul web e che prende sempre più piede è il timore – o certezza – dei complotti. Lobby di ogni genere starebbero tramando contro di noi per fare i loro sporchi interessi alle nostre spalle: dalle scie chimiche ai vaccini, dall’economia alla politica fino a – come suggerisce Crozza – la lobby dei termometri:

Il nostro Nap non solo ci crede, ma è parte (più o meno) attiva nella lotta a questi complotti.

3) Crede nella buona fede del web

Il web è democratico e, attraverso di esso abbiamo la possibilità di smascherare i complotti (vedi punto 2) e di non farci fregare. Questo, almeno, era uno dei grandi vantaggi proposti dall’avvento di internet: qualcuno prova a fregarti? Bene, puoi dare una controllata su internet e scoprirlo…

Il web è democratico e ci offre un grande potere di controllo se e solo se è popolato solo da persone in buona fede e che non hanno interesse nell’utilizzarlo. Cado anch’io nella teoria del complotto? Forse! ma lo dico semplicemente perché il web – e i social – sono prima di tutto degli strumenti..

… e come tali vengono utilizzati.

4) Si altera facilmente

Il nostro Napalm51 ha trovato un posto in cui sfogarsi: la sezione commenti di Facebook.

Lì può finalmente dare sfogo alle sue frustrazioni e dire quello che pensa senza peli sulla lingua. Lui può e deve dire la sua perché ha esperienza (punto 1) e dice le cose scomode (punto 2) che gli altri hanno paura di dire. Non ha gli strumenti e gli anticorpi per difendersi dalla mala fede del web (punto 3) e finisce con il cascarci: non legge gli articoli per intero, non si informa, non verifica le fonti e non riflette su quello che ha letto. Ha sempre il Caps Lock inserito. È un analfabeta funzionale, ma si offende se lo chiami così.

5) Pensa all’offline e all’online come a due mondi separati

Ecco perché fuori dal web è una persona è all’interno dei social, sui blog e ovunque possa esprimere la sua opinione dietro a un computer diventa una belva e non te ne fa passare una.

Non conosce i meccanismi e non interagisce come farebbe dal vivo. Non sa che la sua identità digitale vale quanto quella reale e che non finisce tutto una volta spento il computer.

6) Per Nap il problemi sono altri

Il problema, per lui, è sempre un altro. Non riesce a non andare offtopic e, una volta terminate le argomentazioni, ti dirà sempre che il problema è un altro. Si sente in dovere di commentare e, non avendo molte conoscenze sul tema – non ne ha quasi mai – la butta in caciara alzando il tono della discussione.

Un web sempre più cattivo

Andiamo dritti al cuore del problema: il web e i social sono sempre più cattivi. Aumentano i commenti offensivi, le minacce, le fake news create ad arte per suscitare il mal di pancia degli utenti, i complotti, il noi contro loro e così via…

Ed è un problema grosso.

Gli analfabeti funzionali e quelli che si fanno prendere da una sorta di indignazione a scatto prima commentano e poi ragionano e rendono la tua risposta consapevole – quella fatta a seguito di una ricerca anti fake – tardiva e pressoché inutile. Non solo, il tono che loro terranno renderà più convincenti le loro argomentazioni e farà arrivare tanti altri Nap, che finiranno con il sotterrare la tua risposta, forse l’unica con un senso logico.

Infine, la cattiveria del web aumenta anche a grazie a coloro che “blastano” gli analfabeti funzionali e i commentatori seriali. Per carità, leggere il commento di un personaggio pubblico che “mette a cuccia” i suoi impreparati detrattori farà sicuramente ridere, ma sortirà un qualche effetto benefico per noi e per il web?

Secondo me, no. Anzi, probabilmente, questo commento non farà che aizzare la pattuglia dei complottisti.

Il ruolo dei nativi digitali

I nativi digitali sono quelli che – più o meno – hanno sempre vissuto all’interno delle tecnologie, del web quasi come lo conosciamo e, anche se tecnicamente non è possibile, dei social. Ecco, i nativi digitali hanno un ruolo fondamentale nel rendere internet un posto migliore perché, avendo già competenze acquisite sul campo e disponendo di più anticorpi, possono guidare le generazioni precedenti alla scoperta del web.

Una sorta di parental control al contrario. Il nostro Nap ha una vita vissuta alle spalle e avrà tanto da insegnare fuori dal web ma all’interno deve lasciarsi guidare da chi è più esperto di lui.

E in questo caso, quelli più esperti di lui sono propri i giovani…

crisi social media

I social stanno davvero vivendo una crisi strutturale?

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Qualche anno fa, che nell’epoca di Internet e dei social corrisponde a dire “durante la preistoria”, c’era qualcuno che si lanciava già nel dire che i social erano qualcosa di molto somigliante a una bolla, una moda passeggera durata a durare poco.

Io, e con me molti altri, pensavo invece che non fosse un’analisi lucida quanto, piuttosto, la speranza di qualcuno con ancora poca dimestichezza con il mezzo… Adesso, a qualche anno di distanza, rimango dell’idea che non sia una moda passeggera, ma comincio a notare sempre più problemini, che potrebbero mettere in difficoltà tutto il sistema.

Ecco perché, a mio e vostro uso, cercherò di osservare il problema sostenendo due tesi diverse, lasciando a voi le conclusioni. Quello che voglio provare a fare, insomma, è rispondere alla domanda “ma i social sono in una crisi irreversibile?” come se fossi convinto di sì e, allo stesso tempo, come se sostenessi il no.

In pratica, un’intervista doppia a me stesso 😉

Ecco perché i social stanno vivendo una brutta crisi

In questa parte di intervista (LOL) sono convinto che i social stiano vivendo una brutta, bruttissima crisi identitaria e non sono convinto che ne usciranno, almeno non senza grandi stravolgimenti.

È innegabile che ci siano dei problemi: i contenuti generati dagli utenti, specie su Facebook, sono sempre meno: ormai si condivide, si copia e ci lascia andare a interazioni sempre più deboli. Quale sia il motivo per cui abbiate smesso di pubblicare le fotografie dei piatti che mangiate, invece, mi sfugge.

Non solo, le ormai famose Fake news hanno reso l’ambiente poco sano e aumentato la diffidenza del popolo del buongiornissimo… Anche in questo caso, però, ho un dubbio: non so se siano aumentate in modo esponenziale le bufale o se sia solo aumentato il dibattito sul tema, che ha fatto aumentare la loro percezione… Mah..

Indizio numero tre (da tenere a mente tanto per il Sì quanto per il No): i giovani stanno lentamente lasciando Facebook o, almeno, questo è quanto sostengono i miei studenti e le mie studentesse. Non si tratta di un campione affidabile – e soprattutto non abbandonano il mondo social – ma Facebook non risulta essere il social più amato, almeno tra di loro. Questo, in un paese Facebook-centrico, dovrebbe suonare come un piccolo campanello d’allarme.

Quindi, in sintesi: meno interesse, meno contenuti e un ambiente che appare meno sano e democratico di quanto non sembrasse all’inizio.

No, si tratta solo di un momento passeggero

Per sostenere la tesi del No, invece, credo di dover fare affidamento sulle poche conoscenze che ho in merito all psiche umana e su un po’ di osservazione meno superficiale.

Che il social-universo sia cambiato è sotto gli occhi di tutti, così come sono cambiati gli spazi per gli utenti, ormai sommersi da milioni di pagine (parlando di Facebook) e, allo stesso tempo, un po’ stufi di vedere le foto del piatto del vicino di casa.

Però onestamente non credo che i social siano una bolla pronta a esplodere: rispondono al nostro bisogno di comunicare con gli altri e a quello di approvazione. Solo pochi giorni fa, sempre le mie studentesse parlavano dell’importanza di fare i “Big Likes” (e state leggendo, forse è il caso che vi rimettiate a studiare).

Però i Big Likes sono davvero importanti: non per chi si occupa di marketing né per le aziende, ma per un adolescente o per chiunque pubblichi la foto del suo gatto o della pasta con le cozze sì, lo sono eccome. È un bisogno umano, che si è evoluto negli anni ma che non può essere eliminato.

E i social rispondono perfettamente a questo bisogno. Anzi, si basano su di esso per funzionare al meglio.

Per sostenere la tesi del No, credo che potrebbe bastare questo, però…

… però c’è ancora una cosa. Prima, facendo l’esempio dell’ipotetico abbandono di Facebook, ho volutamente parlato di un solo social perché, ad esempio, tra il mio piccolo campione vanno alla grande Instagram e altri social di cui ignoravo l’esistenza.

Quindi, a mio avviso, i social stanno attraversando un momento di cambiamento e soprattutto i giovani stanno manifestando la necessità di qualcosa di diverso e – dal loro punto di vista – di più interessante. Non si tratta quindi di una crisi – e del resto i dati diffusi dal buon Facebook lo dimostrano – né tantomeno di una crisi irreversibile: forse è un periodo di assestamento.

E ci sarebbe tanto da dire su quello che attualmente non funziona…

In conclusione: i social sono in crisi? E, in caso di risposta affermativa, si tratta di una crisi passeggera o strutturale?

Doppio feed Facebook: ecco perché ti serve un blog

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Poco più di due anni fa, durante l’incontro per un progetto legato alla valorizzazione del territorio, uno dei membri della commissione mi chiese:

“Ho letto da qualche parte che i blog stanno per morire. È vero?”

La mia risposta, oggi come allora, è no, i blog non stanno per morire. I blog cambiano, si adattano, seguono le tendenze e trovano nuove strade comunicative. Ma no, non stanno morendo.

Bene, immagino che tu ti stia chiedendo perché io abbia cominciato a parlarti del blog, se questo articolo è dedicato al test che Facebook sta facendo per vedere se introdurre o meno il doppio feed.

Facebook sta testando il doppio feed

La notizia ormai non è più freschissima: Facebook sta testando l’introduzione del doppio feed. Da un lato un feed dedicato ai post degli amici e a quelli sponsorizzati dalle pagine, mentre l’altro sarebbe (sarà?) dedicato ai post delle pagine.

Tutto questo ha ovviamente scatenato il panico tra i publisher e i content editor, che già si trovano a dover fronteggiare un costante calo della portata organica dei loro post, anche a fronte di uno sforzo creativo e strategico importante.

Le pagine Facebook, per quanto riguarda la diffusione spontanea dei contenuti, non se la passano benissimo, figuriamoci se venissero di fatto messe in castigo e relegate in un feed alternativo che non guarderebbe più nessuno.

Ma tanto tu hai un blog

In questo modo si materializzerebbe l’antica previsione per la quale:

Facebook è un ottimo posto in cui fare marketing, ma sei in un luogo che non è tuo: cosa succederebbe se di colpo decidesse di farti “sparire”?

Ecco, è successo.

Per fortuna, però, tu non hai mai pensato di indirizzare tutte le tue risorse verso un’unica direzione, ma hai preferito una strategia multicanale che prevedeva un luogo in cui pubblicare i tuoi contenuti.

Perché l’hai fatto, vero?

Beh, se hai seguito questa strategia non dovresti avere problemi e, anzi, questo è il momento in cui viene dimostrata la bontà della tua scelta.

Così, la prossima volta che ti chiederai se abbia senso o meno proseguire con il tuo blog, avrai un motivo in più per risponderti che sì, ne vale davvero la pena.

arrabbiarsi-facebook

Perché su Facebook siamo sempre più arrabbiati?

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L’avrai notato anche tu, magari direttamente su te stesso, ma più passa il tempo più sui social aumenta la nostra capacità di arrabbiarci, anche sulle cose meno importanti. Allo stesso tempo, avrai notato una riduzione della capacità di mettere in campo un’analisi critica di quello che leggiamo e una sempre maggiore rapidità di risposta emotiva.

Lascia che ti dica che tutto questo è assolutamente normale e, purtroppo, fa parte del funzionamento dei social media e del nostro cervello. Eccola qui, la brutta notizia: quello che sta succedendo non è frutto di una scelta volontaria e quindi il nostro è un atteggiamento più difficile da modificare.

Più avanti vedremo perché…

Un esempio di indignazione a scatto

L’ultimo esempio di indignazione a scatto, ovvero di indignazione rapidissima avvenuta senza riflettere nasce da questo post:

bufala-protesta-islam

Questo post è ovviamente una trollata nei confronti di gruppi suscettibili al tema immigrazione, ma non credo ci sia bisogno di ripetere che si tratta di una bufala: il cartello è photoshoppato, la notizia originale è vecchissima e non è avvenuta in Italia, specialmente non nel fantomatico comune di Vergate sul Membro.

Purtroppo però le reazioni non si sono fatte attendere:

social-commenti-bufalaE ancora:

facebook-commenti-bufale

Francamente sono commenti che trovo disgustosi e che mi farebbero imbestialire se solo non fosse che sono commenti indignati nei confronti di una bufala.

Il che rende tutto ciò grottesco e ridicolo, ma andiamo oltre.

Perché è così facile indignarsi su Facebook?

Quante volte hai sentito dire “si sente più spesso che…“? Pensa un po’: è vero!

Facebook infatti vuole “tenerti” in un ambiente in cui tu ti senta a tuo agio e per farlo tiene traccia di tutto quello che fai sulla piattaforma. L’idea alla base di questo comportamento è quella per cui tu resti più tempo in un posto in cui ti trovi bene. Più tempo stai su Facebook, più puoi essere agganciato dalla pubblicità e più lui ci guadagna.

Ecco allora che se interagisci tanto con certe pagine e con certi post, per Facebook quello che vuoi vedere è proprio quello e cercherà di dartene sempre di più.

In fondo è più o meno lo stesso meccanismo che sta alla base della scelta di mostrarti i post di alcuni amici e non di altri.

Esasperando la situazione, però, questo ti porterà a restringere sempre più i confini verso la tua comfort zone e lasciare fuori tutto quello che non ti piace o non ti interessa. L’orizzonte insomma si avvicina sempre più.

A cosa porta questo meccanismo?

Passando tanto tempo su Facebook e interagendo solo con determinate pagine e determinate persone vedremo sempre più quel tipo di contenuti aumentando la nostra sensazione di “sentire sempre più spesso che..” e in un certo senso è vero.

In fondo è anche quello che vogliamo (senza saperlo)

Non è che l’algoritmo di Facebook sia cattivissimo (forse per chi gestisce le pagine un po’ lo è), ma diciamo che per sua convenienza segue esattamente quello che il nostro cervello vuole.

Il nostro cervello ha bisogno di certezze, di conferme, e non di finire in un luogo in cui quello che sappiamo venga messo in discussione. Funziona più o meno così in tutti gli ambiti della nostra vita: diamo una valutazione migliore a chi la pensa come e a chi va nella nostra stessa direzione. È normale e in un certo senso pericoloso perché sui social tutto questo viene enfatizzato e ci porta a una sorta di estremismo delle idee.

Estremismo delle idee che diventa innaturale perché è agevolato da un bombardamento di notizie uguali in un ambiente piccolo.

Un esempio (su un tema a caso) è questo qui: https://www.vice.com/it/article/settimana-facebook-movimento-5-stelle

Come fare per non indignarci troppo su Facebook?

Visto che le cause sono l’algoritmo di Facebook e il nostro cervello tanto vale tirare i remi in barca? Assolutamente no.

Basta saperlo e pensarci mentre sentiamo il CAPS LOCK che monta dentro di noi. Oppure basta fare un giro là fuori, magari una bella passeggiata e un bel respiro.